Punto G.

Rivista giovanile di cultura e critica sociale



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Marzo 2003

Riflessioni

di nessuno&piove

make_loveSi conclude con un articolo di giornale la disputa avuta con il capo d’istituto. Come: già non vi ricordate? Una bandiera tolta, un lunedì gelido quanto il clima creato da alcuni docenti, 1 preside, 200 manifestanti, 10 bandiere della pace, 2 carabinieri…; questi gli ingredienti della ricetta esplosiva nata dal vortice di incomprensioni che ha investito il nostro Liceo già prima di Natale. Al tramonto del 2002 nella maggior parte degli istituti superiori c’era aria di protesta contro le scellerate proposte della Ministra Moratti. Anche noi stavamo raccogliendo le forze per prepararci a manifestare… e una prima avventata proposta al preside di organizzare uno spazio autogestito ci aveva fatto ben sperare. Ma è stata proprio questa idea, formulata da noi rappresentanti alla fine di Dicembre sull’onda di un entusiasmo generale, a dare inizio alla nostra odissea… Certo eravamo consapevoli di ciò a cui andavamo in contro, ma non avremmo mai immaginato una reazione tanto inspiegabile.Autogestione3
Quel che ci ha stupito infatti, non è stata tanto la continua incomprensione avuta col capo d’istituto, di cui siamo per altro anche noi responsabili, bensì l’opposizione tanto insensata quanto infantile di alcuni membri del corpo docente! No, non stiamo esagerando. L’abbiamo sentito tutti il provocatorio fiato sul collo di alcuni insegnanti che tramite minacce tutt’altro che sottili e indirette ostacolava e poneva dei pesanti paletti all’organizzazione della nostra autogestione. “In quei giorni non si respirava aria di collaborazione, anzi, questa si era fatta terribilmente pesante e quella che doveva essere una protesta contro delle direttive governative, si è trasformata in una manifestazione di dissenso interno. E’ bastata quindi una semplice goccia, la famosa bandiera, a far traboccare il vaso ormai colmo…e a far organizzare per il Lunedì mattina, in cui doveva avere inizio l’autogestione, quell’azione di “protesta” tanto improvvisata quanto, siamo costretti ad ammetterlo, poco costruttiva, che però si è rivelata, col passare del tempo, sufficientemente plateale e provocatoria da dare una provvisoria risposta all’insofferenza di molti studenti. Adesso ormai tutto questo è passato e le acque si sono calmate.
La serenità sembra esser tornata a far da padrona tra i corridoi: si è concluso così, tra il beneplacito di tutti, un periodo di tensioni in cui i rapporti tra studenti e docenti si erano nocivamente incrinati a tal punto da provocare ciò che tutti hanno visto ma che nessuno ha ancora scordato.

C’è bisogno di un’opinione

di rugo&biz

Molti pensano che l’unico scopo della scuola sia quello di fornirci un insegnamento utile ad affrontare le esperienze future della nostra vita.
Pochi hanno capito che non si tratta di una esperienza così limitativa, ma che si estende a valori altrettanto importanti.
Quello che vogliamo dire è che la scuola serve anche a farci maturare e assumere, mediante un processo psico-educativo, un atteggiamento critico verso le varie realtà che ci circondano.
Atteggiamenti di questo tipo non si verificano a scuola nostra; manifestazioni, autogestioni, incontri, scioperi sono realtà che gli studenti giudicano lontane e poco importanti.
Nemmeno i rappresentanti di classe e quelli di istituto riescono a coinvolgere con parole,
riunioni e propagande varie quelle persone che, se partecipano, lo fanno solo per perdere giorni utili di scuola.Autogestione1
Delude molto e testimonia ciò per cui abbiamo scritto questo articolo il fatto di vedere solo una ventina di studenti agli incontri pomeridiani, organizzati per programmare le varie iniziative che però poi riguardano tutti; è comodo dopo dire che non c’è mai organizzazione e scaricare sempre la colpa sugli altri! E’ facile anche giustificarsi con la classica scusa che i genitori non ti lasciano, senza però che tu li abbia esposto la tua opinione, la tua idea.
Noi avvertiamo una mancanza generale di interesse dovuta a questi ed altri motivi.
La gran parte degli studenti della nostra scuola non si sente coinvolta; non c’è un minimo di voglia nell’avere una propria opinione e nel farla valere.
Si percepisce una certa paura da parte di molti di noi, che pensano di poter ottenere tutto con il minimo sforzo senza mai assumersi le proprie responsabilità ed apparire protagonisti nella risoluzione del problema.
Il preside e i professori non devono né rappresentare un ostacolo né tantomeno essere dei pastori che ci guidano come fossimo pecore: in questa scuola urge una propria linea di pensiero.

I due giorni

di S.Bontà&M.Collauto

La facciamo, la tanto attesa e partorita assemblea d’istituto è stata confermata per i giorni mercoledì 26 e giovedì 27 febbraio. Anche se postumo il nostro articolo vorrebbe mettere in luce il tristissimo lato di questi due giorni alternativi. Ci siamo mai chiesti che cosa ci interessa e perché facciamo tutto questo? Sembra che i giovani d’oggi non abbiano più niente da dire. Argomenti interessanti tra quelli proposti effettivamente ce ne sono (pochi ma buoni), ma questi con il passare dei giorni sono stati risucchiati da altre tematiche a nostro parere (e non solo) non adatte alle nostre due giornate tanto sudate. Forse bisognerebbe focalizzare di più l’attenzione sullo scopo effettivo di queste. Si era parlato di qualcosa di diverso dalla semplice assemblea a classi aperte ma a quanto pare…troppe classi con differenti argomenti che causano una vera e propria divisione degli studenti in quei giorni che sono degli e per gli studenti. Se il problema è quello di trovare lo spazio per riunire tutto il liceo, perché non proporre lo stesso argomenti in più sedi così da consentire un coinvolgimento maggiore?
vignetta-pag2Ovviamente con argomenti riguardanti le nostre concrete necessità del vivere a scuola poiché di musica, sesso e cinema possiamo benissimo discuterne in altri momenti! Anche se siamo totalmente convinte che saranno le più gettonate, e le altre? Finalmente il confronto, il parlar liberamente senza sentire il disagio di esprimere le proprie idee davanti ai professori o a esterni, molto tempo a disposizione, ma il disimpegno predomina! La priorità è perdere scuola!!! Continuiamo a rimanere passivi a tutto ciò che ci circonda e le frasi di corridoio restano: ”Ma serve portare la giustificazione perché se no io vado a fare un giro!”. E intanto il nostro futuro viene deciso dagli altri. L’importante non è fare numero, l’importante è starci con la testa essendo consapevoli che ciò che si fa è perché lo si vuole.

Senno di poi

di nessuno

Care signorine, ho letto con piacere il vostro articolo di “critica” ai due giorni che abbiamo organizzato noi rappresentanti, e volevo spiegarvi quali sono state le ragioni delle nostre scelte…Liceo2
“Ci siamo mai chiesti che cosa ci interessa e perché facciamo tutto questo?”. Almeno da parte di noi rappresentanti e da un buon numero di nostri compagni troverai una risposta: volevamo prenderci uno spazio di discussione, e l’abbiamo fatto!
Ora, sono perfettamente d’accordo sul fatto che si poteva riproporre lo stesso argomento in più aule, ma probabilmente non vi siete rese conto di un piccolo particolare: le aule non potevano discutere da sole! Sarebbe piaciuto anche a noi analizzare tematiche riguardanti solo ed esclusivamente noi studenti, ma non era tecnicamente possibile, infatti le persone che si sentivano pronte a sostenere un dibattito su delle tematiche così complesse erano poche, pochissime. Purtroppo non avevamo la forza per proporre un’attività di questo tipo quindi abbiamo optato per l’istigazione al libero scambio d’opinioni inserendo anche le criticabili tematiche “mondane”.
Capisco le vostre valutazioni, ma come potevamo pretendere di parlare di scuola con delle persone che a malapena parlano? Sono affermazioni pesanti, lo so, ma provate a chiedere in giro se sono a conoscenza di quello che sta succedendo alla scuola pubblica…chiedete se sanno che ci stanno smantellando…niente di niente. Ogni volta che ritorno sull’argomento la rabbia cresce, ma purtroppo la situazione nella quale ci troviamo è questa: indifferenza e apatia regnano sovrane.
Noi non abbiamo bisogno del numero, continueremo per la nostra strada, nella speranza che un giorno qualcosa cambi…

Perchè difendere gli U.S.A.

di L.Citron

Non parlerò di guerra. Non parlerò di pace. O almeno non principalmente. Perché lo scontro che stiamo vivendo in questi giorni ne nasconde un altro molto più antico con il quale è legato solo da un vincolo di causalità. Infatti la volontà americana di attaccare l’Iraq offre ad alcuni politici l’occasione di rinvigorire la fiamma antica della lotta di classe.
Violenti attacchi d’ordine morale vengono reiterati quotidianamente nei confronti del sistema occidentale. Giusti o meno che siano, risultano essere un copione già letto. L’immoralità occidentale, in sunto, deve essere cancellata per lasciare il posto alla giustizia di qualcuno. Che questo qualcuno sia la “dittatura del popolo” (così si chiamava il regime sovietico), la dittatura fascista o nazista, i regimi di Lenin, Stalin, Mao, Pol-Pot o chicchessia non è importante. Il messaggio rimane lo stesso: per una società più giusta bisogna sconfiggere le “demoplutocrazie”. Demoplutocrazia è un termine inventato da Mussolini che indica la corruzione (pluto- = denaro) delle democrazie occidentali. E non è forse questa l’accusa madre che rivolgono all’Occidente politici della parte opposta? Plutocrazia, dunque, ieri come oggi ; potere in mano al denaro, corruzione da eliminarsi in luogo di una nuova moralità. E le nuove moralità del passato quali risultati hanno portato ? Sei milioni e mezzo di ebrei morti con il nazismo, un numero n difficile da calcolare grazie al comunismo ( solo Stalin fece venti milioni di morti nei GuLag, Mao quaranta, Pol-Pot cinque su una popolazione totale di sette milioni di cambogiani etc.).
Il problema fondamentale di questi pensieri totalitari è la volontà di educare il popolo a questo o a quell’ideale. Educare il popolo significa smantellare le diversità culturali (se non razziali), distruggere la personalità, reprimere chi si oppone, se non perseguitare anche persone inoffensive per il regime. Significa morte della libertà. Il terrore per pensieri di questo genere è fondamentale : ci fu dopo la rivoluzione francese, dopo quella sovietica (e non si può parlare solo di terrore stalinista, perché durò dal 1919 al 1989), dopo l’avvento al potere di Mussolini ed Hitler. Non fa eccezione la più antica educatrice di popoli, la Chiesa, la quale, a partire dal Medio Evo non ha sfigurato con le crociate e l’inquisizione.
Con ciò non affermo che il sistema occidentale non sia privo d’errori. Esempi come il Vietnam e l’appoggio alla dittatura cilena di Pinochet sono sotto gli occhi di tutti. Ciò che rende il nostro sistema il migliore è la libertà del popolo. Questo, con le elezioni affida il potere ai propri governanti, che può cambiare. Questi possono sbagliare, ma le loro decisioni saranno valutate dal popolo, l’unica autorità in grado di decidere. E la libertà di scegliere il bene e il male è il valore più importante sia per gli atei che per i cattolici. Per prima cosa Dio, dopo aver creato l’uomo, gli diede la libertà.
Per questo io difendo le democrazie occidentali, e, in particolare la prima fra di esse, che ha permesso il diffondersi della libertà in Europa: gli Stati Uniti d’America.
God bless America.

Donne e verginità

di zamu

Che la verginità femminile stia lentamente ritornando un valore fra le giovani donne, è una novità che potrebbe far saltare sulla sedia quelli che si illudevano nelle “magnifiche sorti e progressive” del moderno laicismo, che avrebbe portato alla totale liberazione sessuale della donna. Invece il sondaggio del Censis parla chiaro: ” Per il 59,1% delle giovani donne la verginità è comunque un valore, una scelta strettamente personale, non dettata da entità morali terze. Il 20% circa non ha mai avuto un rapporto sessuale completo”.Fermarsi allo scherno e alla derisione di questo fenomeno, o leggerlo come conseguenza della paccottiglia bigotta e reazionaria che con quest’ultimo governo va ritornando di moda anche nelle scuole (si pensi allo scandaloso libello sulla prevenzione dell’AIDS che a breve circolerà nei bienni) sarebbe però superficiale. Pare piuttosto che le ragioni di una tale contro-rivoluzione debbano essere cercate fra le pieghe di problematiche assai più complesse. La verginità (nel senso fisico del termini, mantenimento dello stato di integrità dell’imene, ovvero astensione dal rapporto sessuale completo) assume contorni di rilevanza effettiva solo in una società di stampo religioso. Dal punto di vista medico, si tratta di un concetto privo di significato: i ginecologi notano come alcune donne abbiano un imene così sottile da poter essere deflorato anche senza amplesso, altre lo abbiano di forma e spessore tale da rimanere integro fino al momento del parto, in rari casi ne siano prive. Dal punto di vista di una società laica e moderna il concetto diventa da insignificante ad assurdo. Il mantenimento della verginità a tempo indeterminato non ha motivo di esistere: i naturisti possono notare come allo stato libero gli animali si accoppino appena giunti alla maturazione sessuale, le femmine nel periodo appena seguente al menarca. Pur riconoscendo che il rifiuto del partner, o almeno una robusta resistenza, è componente evolutiva in ogni specie animale che seleziona eliminando i maschi poco coraggiosi o deboli, rimangono da capire le ragioni psicologiche che hanno portato di fatto una involuzione della libertà sessuale delle donne. I sociologi e gli psicologi sono portati a individuare la causa nel rifiuto che viene a crearsi nel “Super-Io” in seguito alla rappresentazione mediatica del sesso/merce, mediante la quale le giovani donne affermano la propria rivalsa nei confronti degli uomini negandosi fisicamente. La componente religiosa è determinante, ma non assolutamente al primo posto. Sembra anzi che, in una società sempre più marcatamente “laica” dove si generalizza a piccoli passi un sentimento di indifferenza verso la religione, le nuove generazioni femminili siano state indirizzate al comportamento morigerato proprio dalle madri che hanno vissuto l’opposta situazione negli anni della rivoluzione sessuale e del femminismo. Non pare quindi troppo azzardato definire questa autoimposizione di castità come una nuova fase del femminismo, inteso come rivalsa nei confronti dell’uomo “accentratore di piacere”, egoista e superficiale. Peccato che tale (discutibile) scelta vada ad aggiungersi al marasma di comportamenti corrotti che deviano sempre più il funzionamento di una società frettolosa, consumistica, alienante dove il sesso diventa sempre più presente in TV e sempre più assente fra coniugi, fidanzati, conviventi. L’inaridimento progressivo, la rinuncia al contatto fisico, il rinchiudersi nel proprio microcosmo di valori mistificati e fasulli è la conseguenza prima della società post-moderna. Difficile quindi definire scelta di libertà una scelta che priva una donna di una componente essenziale della vita sociale, una vita sessuale piena ed appagante. Può essere additato di maschilismo chi suppone che queste donne siano in realtà ancora prigioniere nient’altro che di loro stesse?

Impegno

di sara (peace)

Impegno è una parola grossa. E’ da una vita scolastica che ci chiedono di impegnarci. Forse per questo a volte la parola impegno ci piace poco, ci dà quel senso d’inquietudine. È l’inquietudine dell’obbligo. Allora mettiamola così: la parola minima è curiosità, la massima è agire. Basterebbe essere un po’ curiosi della vita e far seguire alla curiosità un po’ d’attenzione, persino di interessamento. Perché in questo mondo bombardato di notizie e di immagini tutto non ci passi sopra la testa, per essere soggetti e non oggetti. Un po’ di impegno, a questo punto verrebbe automatico e ci costringerebbe ad agire. “Impegnarsi per migliorare il mondo, la società…” Frasi sentite così tante volte da aver perso gran parte del loro significato. Eppure l’unico significato di questo “miglioriamo il mondo in cui viviamo”, il più superficiale e allo stesso tempo il più profondo, è vivere; non vegetare. Vivo perché svolgo delle azioni con degli obiettivi precisi nella vita mia e degli altri, perché cerco di migliorarmi e di migliorare le cose. Obiezione: parlare, dire che ci piacerebbe un mondo migliore è semplice, ma il mondo in realtà non cambia, anzi cambia pochissimo. Ma proprio la sensibilità verso questo pochissimo ci può differenziare come uomini. Saper godere dei piccoli cambiamenti, delle azioni quotidiane senza perdere d’occhio i grandi obiettivi, quelli che ci darebbero certamente maggiori soddisfazioni e glorie. Se pianti un albero nel parco sotto casa non risolvi le magagne dell’ecosistema mondiale, ma l’albero c’è e l’ecosistema mondiale tarderà un giorno, un’ora, un minuto a degradarsi. Agire e saper godere di aver fatto una piccola cosa. E poi, fino a prova contraria, vale la logica della democrazia: un voto il tuo voto singolo non sposta la politica di un paese (purtroppo!). La somma del tuo voto con gli altri si. A proposito, piaccia o non piaccia, c’è quella cosa che si chiama politica. Che dovrebbe pur sempre essere il mezzo che c’è dato per cambiare o per migliorare ciò che ci sembra ingiusto alle radici. I mezzi e i fini per questa azione sono spesso dettati dalle circostanze, politica infatti può voler dire occupare una piazza, fare uno sciopero o aderire ad un’organizzazione di cui si condividono delle idee. E’ un impegno che semplicemente dovrebbe essere lo strumento più adatto per dare la nostra voce. E poi c’è la compagnia, gli amici. Solitamente i gruppi sono omogenei dal momento che ci piace stare prevalentemente con persone simili a noi, che la pensano come noi e con le quali condividere scopi e obiettivi. A patto di sforzarsi per mantenere una certa autodeterminazione. Il gruppo è un moltiplicatore se non ci si annulla in esso. Cosa fare? Tutto. Non c’è limite di qualità o di grandezza all’impegno. Si può partire o scendere in piazza, marciare per giorni o spostarsi di poco, rinunciare a un’eredità o donare un Euro, basta che anche la più piccola cosa parta da noi e sia proporzionata alle nostre possibilità. Come farlo? Come ci sentiamo e con la serenità che caratterizza da sempre la coerenza, con poche illusioni ma grandi sogni. Alcuni, giovani e non, sono ancora capaci di commuoversi o indignarsi e altri sono quelli in grado di agire per cambiare le cose. Parte di loro crede di avere la formula per migliorare il mondo: idee chiare e un partito in cui militare. Molti sono seguaci del Che, generoso, quasi impossibile, soprattutto da imitare. Era uno che aveva la dote di dire quello che pensava e di fare quello che diceva. Moltissimi lo seguono senza rivoluzioni e senza militare in nessun partito. Lo fanno d’istinto, inconsapevoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, del Capitale di Marx, del Vangelo o del Corano. In una famosa lettera scritta qualche mese prima di essere ammazzato tra le montagne della Bolivia, il Che raccomanda ai figlioletti lontani: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario”.

Tv spazzatura

di sara (peace)

È conosciuto da tutti chi governa il nostro beneamato Paese e allo stesso tempo tiene il vero potere dei networks televisivi. A mio parere i programmi che ci propongono sono sempre più penosi e scarsi di contenuti, spesso i pochi degni di maggior nota vanno in onda ad orari impossibili e quasi senza essere pubblicizzati. I telegiornali si accaniscono per settimane sulle stesse notizie, spesso quelle meno rilevanti per noi, dando scarsa importanza o omettendo direttamente le notizie in qualche modo “scomode” (chi ha orecchie per intendere, intenda).I talk show poi hanno sempre gli stessi insopportabili ospiti e stendiamo un velo pietoso sui programmi della domenica pomeriggio, insopportabili dimostrazioni di apparente immensa gioia e divertimento che tentano di nascondere la povertà di contenuti con interminabili danze e medley di successi risalenti all’anteguerra. Seguono programmi-fotocopia dove si spacciano per vere storie, tragedie completamente fasulle, che sono però le più gettonate, forse per il fatto che permettono alle persone di mettere in secondo piano per qualche tempo i loro problemi, rendendosi conto che, comunque vadano le cose, c’è sempre qualcuno che sta peggio… il che è tutto dire. Che cosa rimane quindi da seguire? Se non i mitici quiz, di cui gli appassionati hanno solo l’imbarazzo della scelta, visto che ormai come accendi la TV compare il faccione di qualche poveretto sotto esame che cerca di ricordare dati rimossi da anni. Ci sono quiz ormai strutturati in ogni modo possibile e le domande spaziano da: “in che anno è nato Garibaldi?” a “che mutande indossava Colombo prima di partire per la scoperta dell’America?” a “quanti sono i nipoti di Zio Paperone?”. Insomma credo che la TV sia proprio messa male, ma la colpa è dello spettacolo o dello spettatore? È un dato di fatto che i programmi meno interessanti o stimolanti, facciano grande ascolto, questo dipende anche dal fatto che la maggior parte della gente guarda passivamente tutto ciò che gli viene proposto ormai per abitudine o perché “non fanno di meglio…” o forse semplicemente perché l’obiettivo è sfruttare al minimo l’attività cerebrale per almeno un paio d’ore al giorno.

Utopie: Bacone Vs Huxley

di frank&charlie

Utopia, luogo che non c’è, sfuggente meta di ideali che nei secoli ha stimolato e ossessionato l’immaginazione degli esseri umani,i quali hanno cercato di trovare nuovi spazi oltre la realtà.
Infatti a partire da Platone la maggior parte dei grandi pensatori ne ha elaborata una propria; nel nostro caso, vogliamo prenderne in considerazione e confrontarne due che rappresentano l’una l’opposto dell’altra: l’utopia di Francesco Bacone e l’anti-utopia di Aldous Huxley. Queste due si fondano su diverse concezioni di scienza, la prima positiva in quanto unica portatrice di progresso, la seconda negativa e pessimistica poiché considerata come potenziale manipolatrice delle menti umane.
Bacone (1561-1627), uomo di spicco della società inglese seicentesca in piena rivoluzione scientifica, dopo aver codificato un importante metodo di ricerca sperimentale, negli ultimi anni di vita si dedicò alla stesura di un’opera utopistica: La Nuova Atlantide (1627). In essa egli immagina di naufragare sulla mitica isola di Atlantide, luogo remoto e sconosciuto nel quale da tempi arcani domina una oligarchia tecnocratica, cioè una società retta dagli scienziati; questa non è l’Atlantide di cui narra Platone nel Crizia, ovvero l’isola beata improvvisamente affondata per via della tracotanza dei suoi cittadini, ma al contrario una terra in cui prendono forma i suoi ideali.escher
La città in cui risiedono gli abitanti dell’isola, chiamata Bensalem, è un vero e proprio laboratorio all’aria aperta, nel quale si realizzano i più disparati esperimenti scientifici, tutti volti al miglioramento delle condizioni di vita della comunità; qui si fanno preparati medicinali, si riproducono i fenomeni atmosferici, si generano artificialmente gli insetti, si depura l’acqua salata per renderla dolce, si prolunga la vita dell’uomo, si elaborano strumenti tecnici all’avanguardia, si edificano torri altissime, si sperimentano sugli animali ogni sorta di veleni per meglio provvedere alla salute del corpo umano,etc…
All’interno di quella società si parlano le stesse lingue del resto del mondo (greco, latino, ebraico e spagnolo) e viene adorato un unico Dio, ma il compito della religione è solo di appoggiare la scienza per garantire alla nuova società valori morali, evitandone quindi i possibili risvolti negativi.

“L’utopia è là , all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, leisi allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve l’utopia? Serve a questo: a camminare”
(Eduardo Galeano)

Al centro degli interessi dello stato è la preservazione e la prosperità della famiglia, perché secondo Bacone è partendo dal bene privato che si può giungere a quello universale.
Il fine della scienza è l’allargamento dei confini dell’impero umano (il suo motto era Tantum possumus quantum scimus), e l’aspirazione della ragione è dominare la natura per realizzare uno stato ideale.
Quindi per Bacone la società perfetta deve essere retta dagli uomini di scienza, poiché essi sono i soli a poter fornire alla comunità il vero benessere; dunque la scienza è considerata non come un sapere èlitario, ma come un bene collettivo accessibile a tutti e a cui ogni individuo deve collaborare, come un singolo anello di una lunga catena. Da notare che sullo sprone di questa utopia, verso la fine del secolo, nacquero le prime Accademie Scientifiche.
Di parere contrario era lo scrittore inglese Aldous Huxley (1894-1963), personaggio piuttosto eccentrico che, dopo aver scritto Il Mondo Nuovo (1932), si dedicò alla speculazione filosofica e sperimentò su sé stesso gli effetti della mescalina e dell’acido lisergico, che considerava degli strumenti necessari per conoscere le capacità della psiche umana .
Nel libro sopraccitato Huxley raffigura una società interamente dominata dagli apparati tecnologici, nella quale i suoi cittadini per il mero benessere fisico sono costretti a rinunciare a ogni sentimento e a ogni espressione della propria individualità, dal momento che essi sono visti come elementi di disturbo nella stabilità delle persone.
In questo mondo la riproduzione sessuale non è più vivipara, ma è realizzata interamente con dei macchinari, frutto dei progressi nel campo della biologia. La procreazione dell’uomo in provetta genera una popolazione di orfani, ovvero di persone senza i legami affettivi della famiglia, e inoltre dà la possibilità di suddividere la nazione in caste, le quali subiscono dei condizionamenti ancor prima di nascere.
Il meccanismo però non potrebbe funzionare senza l’ipnopedia, ovvero l’ascolto forzato durante il sonno di frasi che condizionano ulteriormente l’individuo a svolgere alcuni compiti precisi nella società; per esempio, ognuno viene convinto che la casta più fortunata sia la propria, per cui un operaio è soddisfatto della sua vita perché ama il suo lavoro e non desidera cambiarlo.
Inoltre essi vengono convinti dell’utilità dell’uso massiccio del soma, una droga sintetica perfetta che sembra risolvere ogni problema, ma che in realtà è una valvola di sfogo che permette continui viaggi fuori dalla realtà senza effetti collaterali, e spinti all’esaltazione del sesso, il quale però perde ogni connotazione emotiva, essendo visto come puro elemento ricreativo e utilizzato da prima della pubertà.
Attraverso delle immagini dure e un uso frequente dell’ironia, Huxley ci fa cogliere l’orrore di tale società, la quale in realtà non è altro che la società perfetta, l’utopia, in cui nessuno soffre mai, la felicità è costante per tutti, nessuno si ammala e nessuno si sente diverso (nonostante la suddivisione in caste), ma che allo stesso tempo priva l’uomo di ogni libertà e gli offre una felicità posticcia e inutile, poiché essa può essere raggiunta solo tramite grandi sforzi e sofferenze che gli sono causate dall’avvicinarsi ai propri scopi.
Huxley, in alcuni saggi, si rammarica per la condizione del mondo odierno, che sta volgendo sempre più verso la realizzazione dell’anti-utopia che egli temeva, e auspica che si ritorni a una società meno perfetta e più libera.
Quali sono, quindi, i limiti della scienza? Quale la strada giusta da seguire? Bacone o Huxley? Fiducia nel progresso o timore dell’abuso della ragione?A voi la scelta.

Il vampirismo fra mito e realtà

di purcelluSetuloso

1L’oscuro mondo del vampirismo ha avuto sempre in tutti i luoghi e in tutti i tempi una vasta eco ed è stato un argomento che ha allo stesso tempo impaurito e affascinato l’essere umano.
Ma esistono veramente i vampiri o sono soltanto un parto letterario o della fantasia?
La figura del vampiro ci è stata tramandata fin dall’antichità, ma la sua figura popolare nel mondo moderno ci è stata imposta specialmente dal cinema che riprendendo il celebre romanzo dell’Ottocento ne ha creato una serie di film che ha reso insonni le notti a molti spettatori.
Dal punto di vista scientifico la figura del vampiro è stata per lo più vista come un parto della fantasia popolare. Ma spesso nei miti esistono delle profonde verità mascherate con storie poco accettabili dalla nostra razionalità, ma, scavando alle radici, questi miti possono svelare realtà scientifiche ben documentabili. l racconti sui vampiri e sui lupi mannari secondo una teoria scientifica e moderna possono trovare spiegazione nei sintomi di rare malattie genetiche, le quali bloccano la produzione di un componente del sangue essenziale per la vita. Il Prof David Dolphin, chimico canadese, all’annuale incontro dell’ “Associazione americana per il progresso delle scienze” tenuto a Los Angeles ha fatto accettare come parzialmente attendibile la sua tesi sulla reale esistenza di vampiri e lupi mannari e ha esposto spiegazioni mediche degli effetti che l’aglio e la luce del sole hanno sugli “uomini assetati di sangue”. Nel 1980 il Prof Dolphin cominciò le sue ricerche alla Harvard University e le ha continuate presso l’University Of British Columbia, e tramite i suoi studi ritiene che esistano esseri umani (se ne calcolano uno su 200 mila) affetti di una particolare malattia denominata Porfiria, la quale non sarebbe altro che una disfunzione genetica in cui agenti chimici denominati porfirine trasformano l’ossigeno del sangue in sostanze tossiche che distruggono la pelle. stregaI sintomi fisici del vampirismo e della licantropia deriverebbero quindi dalle forme più gravi di questa rara malattia detta porphyria. Il morbo che si trasmette per via genetica è dovuto alla mancanza o alla scarsità di una sostanza detta Heme, che è prodotta dal fegato. Questa sostanza rende rosso il sangue, è aiuta I’emoglobina a trasportare l’ossigeno in esso. Non si conoscono cure, ma i sintomi possono venire ridotti con trattamenti semplici. Le persone colpite, che possono essere sia uomini che donne, per difendersi e curare il male sono istintivamente indotte a bere sangue, preferibilmente succhiandolo da familiari a loro volta contagiandoli. Si potrebbe così spiegare il perchè anche Giorgio III d’Inghilterra soffrisse di questa malattia pur senza rivelarne i sintomi, trattandosi di manifestazioni a generazioni alterne. I vampiri e i lupi mannari apparirebbero in realtà con zanne e artigli in quanto la persona colpita in presenza della luce solare perde dita e naso, deforma la bocca e le gengive, assumendo aspetti mostruosi, compresa una folta villosità su tutto il corpo.
Dolphin a questo proposito ha mostrato diapositive di persone che hanno perso il naso e le dita per essersi esposte al sole. Ha poi fatto rivedere il film “II lupo mannaro” alternando episodi di film dell’orrore con dettagli anche foschi delle sue ricerche sui malati.
Questi possono subire danni terribili dal sole, divenire in certi casi pelosissimi e alternare periodi normali con altri di vera follia. Il Prof Dolphin così ha detto: “provate ad immaginare nel medio evo: la gente come poteva reagire incontrando di notte individui dall’aspetto animalesco, irsuti, dai grossi denti coi tratti sfigurati? E la carenza di Heme può spiegare anche tante leggende tipo Dracula. Per alcune forme di porfiria la cura migliore è un’iniezione di Heme, impossibile da fare nel Medio evo. E così i malati per alleviare le sofferenze bevevano tanto sangue. Questo può fornire la quantità di Heme mancante e anche fermare il meccanismo anomalo che produce la sostanza portatrice del morbo”.
Dolphin grazie ai fondi ricevuti dai governi degli USA e del Canada ha potuto scoprire che nell’aglio esistono gli stessi composti chimici che aveva isolato nei malati e che distruggono I’Heme modificando il corpo. Oggi la malattia si può curare, alleviandone i sintomi con iniezione di Heme, il pigmento rosso del sangue.
La leggenda che dava all’aglio la possibilità di allontanare il vampiro, secondo questa teoria scientifica risiedeva sul fatto che il vampiro (cioè il malato di Porfiria) fuggiva alla vista dell’aglio in quanto sapeva che l’aglio con le sue sostanze poteva aggravare la sua malattia. Ci sono alcuni scienziati che rifuggono tale ipotesi e spiegano il vampirismo in una figura leggendaria nata dalla fantasia degli uomini primitivi quando si trovavano di fronte a persone malate di rabbia.
Tale malattia infatti spinge alla solitudine, a sfuggire la luce e porta un violento bisogno di mordere il proprio simile.
Per altri studiosi il vampiro è addirittura la vittima di un virus particolare, che potrebbe anche essere la causa della Porfiria, che, abbiamo visto, porta a non sopportare la luce ed avere un accrescimento dei peli e delle unghie.

Poesia

di Pietro Gianfigliazzi

Se sei stanco/stanca di spendere miliardi in torte alla panna da tirare in faccia al tuo compagno di banco che ti ripete a manetta, senza il minimo di poesia, che le pecore di Burano fanno la lana di vetro, leggi qui sotto. Altrimenti vai prima a cercare un compagno come sopra.

Poesia

Quante volte hai sognato una danza dei 7 veli di Marylin Monroe, in 3d, sola con te nella tua cameretta? Non hai mai immaginato un remake dei magnifici sette con Bruce Lee, Marcello Mastroiani, Robert De Niro, Sean Connery, Laurence Oliver, Brad Pitt e Alan Ladd? E Shakespeare. Il vecchio Shakespeare che venga a leggerti un sonetto in una giornata fumosa?
Quante volte hai voluto aprire un uscio di quercia tempestata di grossi chiodi di ferro e trovarti davanti un unno o due che cucinano bistecche alla tartara, un diritto romano, un grano saraceno, un vecchio franco e un ignoto vandalo?
O forse hai voglia di cose grosse, di indicare tutto con il dito come Eminem , di uomini bibbia folli agli angoli delle strade e di nike-girls che escono dall’ufficio?
Comunque sia, forse è ora di smetterla di tirare calci a quell’ albero, che se ne sta quieto quieto come se fosse di legno. Lo so, nonostante il tuo vestito admitico in genere i dentisti li detesti, li reputi creature profondamente veniali il cui unico scopo nella vita è cavare il più denti possibile, così da potersi comprare delle Mercedes con il tettuccio scorrevole. Insettaglie.
In fondo così va il mondo, il cielo è blu e l’erba è verde. In mezzo c’è il mare. La terra è animata da animali e uomini. I 1° sperperano il loro tempo facendo l’amore, i secondi anche, ma a volte dedicano un’ora o due a lanciare il boomerang.Indi, in seguito a un litigio su un verso di Rimbaud, metà dell’umanità parte in guerra contro l’altra metà.
Ti capisco, mica facile insegnare al giorno d’oggi.

MARIHUANA uno scandalo internazionale

di nessuno

E’ un testo nuovo quello lanciato con ottimo tempismo dalla Einaudi; è nuovo perché, oltre ad offrire una carrellata di informazioni sulla storia del proibizionismo dagli esordi negli Stati Uniti sino alle più recenti vicissitudini di casa nostra, si pone un’arguta rivisitazione dell’ormai pluridecennale lavoro di ricerca, riflessione e denuncia degli scienziati.
Se, all’inizio, parlavo della tempestività con cui arriva in libreria questo volume, è perché viviamo in un’epoca in cui la Cannabis e i suoi derivati sono prossimi ad essere collocati in una posizione di possibile svincolo dalle logiche proibizionistiche di marca americana che hanno dominato lo scenario internazionale negli ultimi trent’anni. blumirE questa transizione può accadere adesso sotto la spinta di molti fattori, sia perché molti governi nazionali cominciano seriamente ad interrogarsi sull’utilità di un regime proibizionista nei confronti della marijuana prendendo atto dell’enorme diffusione del suo uso, della ormai assodata inconsistenza scientifica della cosiddetta teoria dell’”escalation” nel passaggio all’uso delle “droghe pesanti” e del generale fallimento di tutte le strategie repressive sinora messe in atto; sia perché molti rappresentanti della comunità scientifica hanno avviato una seria ed approfondita riflessione sulle applicazioni terapeutiche della Cannabis con la conseguente attivazione delle fasce più sensibili della popolazione che chiedono una regolamentazione dell’uso medico dei suoi principi attivi.
“Il mondo non è più lo stesso”, afferma Blumir, “le strategie proibizioniste nei confronti della cannabis non sono più condivise dalla popolazione e rimangono più un presidio isolato difeso in modo oltranzista e irragionevole da alcuni politici”. Questa tesi è confermata dagli atteggiamenti culturali che assumono gli abitanti di questo mondo; basta pensare al clamoroso successo del film “L’erba di Grace” per renderci conto del profondo mutamento culturale avvenuto nell’ultimo decennio e del generale disincanto con cui ormai sono ascoltati alcuni politici che predicano l’attuazione di strategie a tolleranza zero indiscriminatamente nei confronti di tutte le droghe.
Numerosi i sintomi di questo processo di transizione: il governo inglese nel corso del 2002 ha proposto una legge per la depenalizzazione della marihuana; in numerosi paesi europei sono già attivi dispositivi legislativi che consentono l’uso terapeutico della Cannabis e dei suoi derivati; in Italia, malgrado i veti posti da AN, si procede verso un ammorbidimento della linea proibizionista impensabile sino a pochi mesi fa, grazie anche un’attivazione della base elettorale e degli enti locali; in molte delle regioni italiane, enti locali e assemblee di cittadini si sono pronunciati a favore dell’uso terapeutico della Cannabis; diverse comunità scientifiche italiane si stanno muovendo unite in questa direzione.
Il discorso di Blumir si srotola attraverso le cinque parti che compongono il libro.
Nella prima parte “Che cos’è la marijuana” Blumir fornisce con un linguaggio lineare e comprensibile una serie di informazioni su cosa sia la marihuana (caratteristiche, effetti, etc), affrontando in particolar modo due spinose questioni: quella della marihuana come primo passo di un’escalation verso il consumo di sostanze più pericolose e quella della sua intrinseca pericolosità, e una menzogna, quella della marihuana moderna, pericolosa e da equiparare alle droghe pesanti perché contenente il 16% di principio attivo. La menzogna del 16% è indubbiamente un rimasuglio del proibizionismo alla Aslinger, la cui storia comprensiva di impianto e avvio del marchingegno proibizionismo contro tutte le droghe e dei suoi più perversi effetti, è illustrato nella seconda parte del volume : “Il giallo della marihuana proibita”.
L’autore non poteva trovare un titolo più azzeccato per questa parte; si legge tutto d’un fiato proprio come un giallo, meravigliandosi passo dopo passo che un uomo, da solo, abbia potuto creare e mandare a pieno regime un meccanismo così capace di autoalimentarsi e che, per chiudere definitamene il cerchio, dopo circa un trentennio è stato blindato all’interno di una serie di accordi e di trattati internazionali, in modo tale che potesse durare anche dopo il suo pensionamento.

“Lo stato dell’arte sulle droghe leggere , in Italia e nel mondo. Tutti gli aspetti del fenomeno –scientifici, medici, politici e mediatici – in un quadro d’insieme che fa giustizia di molte bugie. La vera storia del proibizionismo antimarijuana dagli anni Trenta ai nostri giorni, capolavoro di un congegno poliziesco davvero “stupefacente”. Uno scandalo internazionale che ha coinvolto politici e giornalisti, scienziati e poliziotti, operatori sociali e comuni cittadini, “fumatori” e non”

La terza parte “Da Nixon a Clinton” funge da intermezzo. Blumir esamina come, dopo Nixon e il suo utilizzo del proibizionismo antimarihuana contro i giovani della contestazione, alcune delle fondamenta poste da Aslinger al suo marchingegno abbiano cominciato a logorarsi, senza che i presidenti americani post Nixon siano stati in grado di intraprendere azioni efficaci finalizzate alla disattivazione di un meccanismo che grazie alla pesante realtà dell’amministrazione Nixon era divenuto alquanto imbarazzante e poco sostenibile soprattutto in termini di credibilità politica. Infatti, uno degli assiomi del funzionamento della macchina creata da Aslinger era stato quello della discrezione e del costante utilizzo della disinformazione per mantenere tra i politici e nella popolazione uno stato di allarme in merito alle droghe. Vennero attivate quindi strategie operative che non favorissero massicci arresti per droga, perché ciò avrebbe dato un eccesso di visibilità ai manovratori occulti, con il rischio di uno smascheramento delle loro menzogne. Nixon, invece, gli arresti dei giovani contestatori, con la scusa della droga, li fece eccome… il risultato fu che, a causa dell’impennata vertiginosa degli arresti, ampie fasce della popolazione cominciarono ad assumere consapevolezza dell’utilizzo oppressivo delle politiche anti-droga.vignetta-pag8
Nei capitoli successivi Blumir analizza i cambiamenti di scenario all’interno di alcuni paesi della comunità europea e le iniziative già intraprese da alcuni governi europei.
Purtroppo viene liquidata troppo velocemente l’analisi della variegatura di posizioni in merito alla cannabis da parte dell’attuale compagine politica italiana; da un lato le diverse sfumature all’interno dell’attuale governo di centro destra (malgrado le pretese di compattezza e di concordia su questo scottante tema) e, dall’altro lato, del definirsi di una filosofia della sinistra ormai orientata verso uno smantellamento del proibizionismo…tutto qui.
Infine nell’ultima parte “Marihuana oggi: qualcosa si muove” viene offerta ai lettori un’ampia ed esaustiva carrellata su una serie di iniziative a livello internazionale e nazionale, con la presentazione di una serie di piccoli importanti cambiamenti, tra i quali spicca la reintroduzione della coltivazione della Cannabis a livello industriale e l’interessamento da parte della comunità scientifica internazionale alle applicazioni terapeutiche della cannabis e dei sui principi attivi. Il libro di Blumir, completo ed esauriente, non poteva non chiudersi con una gustosa appendice contenente una serie di schede sui film che più significativamente hanno rappresentato l’impatto della Cannabis e del proibizionismo sulla società e che, succedendosi nel corso degli anni hanno costituito interessanti indicatori dei mutamenti culturali sopravvenuti.
Se volete avere a disposizione un testo che faccia chiarezza e aiuti a smascherare i tentativi di mistificazioni e le manovre più o meno occulte tendenti a perpetuare per una questione di principio le strategie del proibizionismo creato da Aslinger, bhè… questo è il libro giusto.

Guido Blumir
Sociologo, studia da trent’anni il problema degli stupefacenti. Ha pubblicato, tra l’altro, sul tematiche che accomunano droghe, proibizionismo e repressione diversi volumi:

  • La droga e il sistema.Cento drogati raccontano. La nuova repressione (con Marisa Rusconi, Feltrinelli 1972);
  • La marijuana fa bene (Tattilo Editrice, 1973);
  • Con la scusa della droga. Cosa ne pensa la gente. Come la ‘usa’ il potere (Guaraldi, 1973);
    Eroina. Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia. Manuale di autodifesa (Feltrinelli 1976);
  • Insieme ad Agnès Sauvage ha pubblicato Donne di vita, vita di donne, la prima ricerca sulla prostituzione in Italia (Mondadori 1980).

Autore e produttore di fiction Tv fin dagli anni Settanta, ha scritto con Claudio Caligari la sceneggiatura del film Amore tossico (1983), in cui con crudezza e duro realismo si narra la storie intrecciate di tossicodipendenza, vita e morte di un gruppo di borgatari delle periferie degradate di Roma.

Luciano Ligabue

di A.Cibinetto&D.Piaser

img11Chi non ha cantato almeno una volta “..certe notti..”, chi non ha mai desiderato poter avere la sua “piccola stella senza cielo..” e chi non ha mai sognato un domani migliore ascoltando “urlando contro il cielo”?
Se migliaia di persone hanno provato emozioni indescrivibili solamente ascoltando queste canzoni lo dobbiamo al mitico Luciano Ligabue.
Nato a Correggio,Reggio Emilia il 13 Marzo del 1960 passa la maggior parte della sua adolescenza e giovinezza a comporre testi di canzoni, finché non decide di farle ascoltare a qualcuno.
Il primo concerto di Luciano risale all’8 Febbraio 1987, in scaletta, tra le altre, “Figlio di un cane”, “sogni di un Rock’n’roll”, “Marlon Brando è sempre lui”.
Incoraggiato dagli amici, Ligabue si presenta al manager Angelo Carrara e nel 1991con “Lambrusco coltelli rose e popcorn” fa registrare un’impennata di vendite con oltre 250.000 copie.
Nel settembre del 1995 le cose iniziano a cambiare sul serio, quando le radio iniziano a passare il nuovo singolo del Liga “Certe Notti”, primo estratto dell’album BUON COMPLEANNO ELVIS. Il disco si rivela una miniera inesauribile di singoli e permette a Ligabue di battere ogni suo record di vendita arrivando a toccare il tetto del milione di copie.
I concerti si succedono e culminano in un minitour negli stadi realizzato nell’estate del 1997, in concomitanza all’uscita del doppio album dal vivo SU E GIU’ DA UN PALCO.
Nell’ottobre del 1998 esce il suo film “Radiofreccia” che lo vede nei panni del regista, ne verrà pubblicato anche un album dal medesimo titolo che contiene la colonna sonora del film.
Il suo ultimo capolavoro, uscito nel settembre ’99, è MISS MONDO che viene premiato miglior disco del 1999 nell’edizione 2000 del P.I.M. A inizio anno 2002 esce il suo secondo film intitolato “Da zero a dieci”.Nell’aprile dello stesso anno esce finalmente un nuovo album del Liga intitolato “Fuori come va?” che contiene “Questa è la mia vita” colonna sonora del film.

La band
Chitarrista: Capitan Fede Poggipollini nato il 26/03/68 e suona con Ligabue dal ’94.
Chitarrista: Carmelo Previte natol’11/06/64 suona con Ligabue dal ’95.
Bassista: Antonio Righetti nato il 05/01/64 e suona con Ligabue dal ’94.
Batterista: Roberto Pellati detto anche Robby Sanchez nato il 06/09/65 e suona con Ligabue dal ’94.
Tastierista: Fabrizio Simoncioni nato l’11/06/65 è entrato a far parte del gruppo nel’99.

Bruce Springsteen

di A.Cibinetto&D.Piaser

bs1Nato a Freehold il 23 settembre del 1949,trascorre un’infanzia molto triste a causa delle condizioni poco agiate della famiglia, frequenta le scuole parrocchiali che sono sicuramente un ambiente poco adatto ad un ragazzo cocciuto e pieno di ideali.
Nel 1963 prima ancora che i Beatles diventassero una leggenda successe qualcosa.Per tredici anni l’animo ribelle del Bruce era stato come morto.Inizia tutto con quella chitarra,comprata per 18 dollari al banco dei pegni al posto della batteria che non poteva permettersi, che uscì fuori la sua identità.
Fino al 1965 rimase all’ombra, ovvero come un qualunque ragazzo di liceo che possiede una chitarra e si diverte a suonare in qualche piccolo gruppo,nella speranza un giorno di poter diventare qualcuno.
Il suo primo album “greetings from Asbury Park” viene considerato un fallimento colossale e si rivela solo un vano tentativo di trasformare un cantante Rock come Bruce Springsteen in un folksinger. La sua carriera subisce un improvviso cambiamento con l’uscita del celebre album “Born in the USA”,considerato il capolavoro indiscusso del Boss che ha venduto sino ad oggi più di trenta milioni di copie. Nel 1985 il Boss è ormai diventato un idolo ed entra nella leggenda con il suo concerto a San Siro del 21 giugno 1985.
Nel 1991 sposa Patti Scialfa,vocalist e musicista della band;insieme ritorneranno in Italia nel ’92.Nel 1994 il Boss vince l’Oscar per la migliore canzone “Streets of Philadelphia” colonna sonora del film “Philadelphia”.
In tutti questi anni Bruce si è sempre distinto per il suo forte impegno sociale, attraverso canzoni che parlano dei poveri,dei disoccupati,dei reduci del Vietnam e delle vittime della violenza.
Nel 2002 esce “The rising” il capolavoro nato all’indomani dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York;questo, dopo il doppio album dal vivo “Bruce Springsteen & the E Street Band live in New York city” è il primo capolavoro con la storica band dai tempi di “Born in the USA”.

La band
Tastierista: Roy Bittan
Sassofonista e percussionista: Clarence Clemons
Tastierista: Gianni Federici
Chitarrista e corista: Nils Lofgren
Chitarrista e corista: Patti Scialfa
Bassista: Garry Tallent
Chitarrista e corista: Stenie Van Zandt
Batterista: Max Weinberg

“…quando la musica è finita, spegnete le luci…”

di Lillo&Tilde&Valy&Mery

Telefoni, cellulari, sms, internet, chat, e-mail, bigliettini, lettere (incredibile, ma vero: carta e penna servono ancora!), televisioni, cinema, pubblicità, radio, libri, quadri, poesie, racconti, canzoni…. In una società come la nostra che si avvale di vecchi e nuovi metodi di comunicazione, in cui comunicare non è più un’esigenza, ma principalmente un business, i giovani appaiono i primi destinatari di questo grande commercio, forse perché, quella di contattare altre persone, di aprirsi a “nuovi mondi”, è un’esigenza tipica dell’adolescenza o forse perché sono i più inclini a sperimentare nuove tecniche comunicative sempre più potenti e con un maggior raggio d’azione.
Tra i diversi tipi di comunicazione in cui ogni giorno ci imbattiamo la musica è forse la forma di cultura più diffusa che i giovani consumano, creano e amano. A differenza delle altre, essa può essere in primo luogo creata, ma anche canticchiata, ballata, comprata, ascoltata, ma soprattutto permette di esprimere sentimenti, idee nuove, cambiamenti sociali e politici. Insomma è un modo di comunicare a cavallo tra quotidianità e arte: quotidianità perché, essendo un diffuso canale di comunicazione, è alla portata di tutti, arte perché può liberare, può dire l’indicibile, può raccontare ciò che non si può raccontare.
Si può ascoltare musica tramite Cd, musicassette, vecchi dischi in vinile, programmi radiofonici e televisivi e perfino videocassette; oppure andando a qualche concerto, frequentando un qualsiasi bar, ballando in discoteca. Ultimamente, inoltre, l’avvento di Internet e della diffusione gratuita in rete di brani musicali ha permesso a molti giovani di “scaricare” musica gratis, suscitando polemiche e critiche da parte di molte case discografiche. vignetta-pag10
Ma ciò che rende la musica un arte privilegiata, così amata soprattutto dai giovani è, probabilmente, non solo la possibilità di poter “rimodellare” a proprio piacimento quelle parole, associarle a qualcosa di proprio ma, per molti ragazzi, la consapevolezza di poter creare e sperimentare in prima persona quel modo di comunicare: insomma creare una canzone, registrarla e farla ascoltare ad un amico è sicuramente più facile che registrare un film. Infatti, come dimostra una ricerca compiuta in un campione di giovani di età compresa tra i 14 e 20 anni, circa il 16% di loro desidera cantare in una band, mentre ben il 62% desidererebbe suonare uno strumento. Di fatto, è molto comune sentir parlare di giovani gruppi musicali, che siano punk, pop o metal, e allo stesso tempo di ragazzi che frequentano conservatori: i giovani amano la musica, amano ‘ascoltarla’, ‘praticarla’, viverla in vari modi, insomma la musica è e rimane uno dei loro linguaggi preferiti e uno dei più stimolanti modi per comunicare, aggregarsi, condividere. Parlando del rapporto tra giovani e musica, infatti, non si può dimenticare il forte rapporto che si crea tra lo stile musicale seguito e la vita quotidiana: dall’abbigliamento, alla danza, al taglio dei capelli, ai programmi televisivi, dalle bambole, ai diari, tutti i settori della nostra società risentono dei divi del momento: che sia il lontano Elvis Presley o le più recenti, ma ben presto dimenticate Las Ketchup.
Sembra, però, che ciò che la musica crea o provoca, della sala di produzione, sia solo business; invece la musica, in passato come nel presente, è capace di trasformarsi in un canale di comunicazione anticonformista, forse in modo migliore di tutti gli altri media, proprio per le caratteristiche sopra citate: la musica può liberare, può dire l’indicibile, può raccontare ciò che non si può raccontare. Tra gli esempi più famosi e conosciuti, i movimenti giovanili degli anni’60 in cui il mondo musicale si è trovato in sintonia con gli eventi esterni: la musica divenne uno dei più alti canali di espressione di un’intera generazione. Cominciò a contaminare la moda, si diffusero la minigonna e i capelli lunghi, la politica influenzò le canzoni, comparivano i primi artisti “impegnati” con canzoni che per la prima volta facevano pensare.
Anche nel nostro presente, tuttavia, ci sono cantanti i cui testi trattano argomenti importanti, cantanti che suscitano scalpore e, spesso molte critiche. Ad esempio, Lorenzo (meglio conosciuto con lo pseudonimo Jovanotti) e l’irlandese Bono hanno cercato di richiamare con le loro canzoni e la loro popolarità l’interesse sull’attualissimo problema del debito pubblico di molti stati in via di sviluppo. Un altro cantante straniero che ha suscitato molte polemiche e critiche per il suo comportamento, ma anche per il testo delle sue canzoni, non proprio puritano, è l’americano Eminem: il primo ministro australiano, spalleggiato dal reverendo estremista Fred Nile ha dichiarato che ”Eminem è disgustoso, un epigono di Hitler”. Eppure in Australia la popolarità del primo ministro anti-Eminem è in netto calo. Non tutte le autorità, comunque, sono concordi con questo giudizio: il cantante, per esempio, è stato chiamato anche al Festival di Sanremo 2001, come ospite, tra mille critiche, ma certo con l’appoggio dell’organizzazione del programma. Impossibile non chiedersi cosa attrae i giovani in questi testi così ribelli e non convenzionali: uno psicologo tedesco risponde che “i teenager hanno bisogno di ribellione. Se non osano ribellarsi allora lo lasciano fare ad un altro, ad un cattivo come Eminem, che aiuta i ragazzi ad incanalare la loro ribellione” (http://insidesound.iol.it/speciali.php) . vignetta-pag10bis
Aiuta. La musica, parole di uno psicologo, aiuta i ragazzi, di ieri e di oggi. Aiuterà anche quelli di domani. Tra critiche, problemi, business e sentimenti da comunicare, con sempre più strumenti elettronici, o forse no. Comunque sia, ci sarà sempre musica, perché la musica serve. E chi ha mai osato pensare a un mondo senza musica? Sarebbe un mondo senza suoni, senza emozioni, senza sogni: un mondo al buio…

Computer&Sicurezza

di cane

Chiunque abbia mai letto una rivista o consultato un sito che tratti anche in minima parte di tecnologia e di informatica si è probabilmente già imbattuto in un articolo riguardante la sicurezza del PC o di internet. Nella maggior parte dei casi gli autori dei suddetti testi mettono in bella vista la loro abilità giornalistica abbinando a problematiche prettamente tecniche quali la sicurezza di internet e dei sistemi operativi termini apocalittici del calibro di “Muro di fuoco” (Firewall), “arma del diavolo” (parlando del ping), “Terrorismo digitale”(in riferimento all’hacking), per citarne alcuni. La situazione che la stampa “specialistica” delinea è inquietante: Internet è una sorta di “Grande Fratello” che controlla senza sosta la nostra vita, i virus informatici sono considerati al pari di una vera e propria malattia, in grado di colpire come per magia il nostro PC, e vi sono migliaia di malfattori con l’unico scopo di distruggere o sottrarre i nostri dati… L’effetto che sortiscono questi articoli è spesso quello di terrorizzare l’utente. Chi non è inquietato al pensiero dell’esistenza di uno sconosciuto in grado di entrare in possesso di informazioni riservate, personali? (Numeri di carta di credito, cartelle cliniche, lettere private, documenti, progetti sono solo alcuni esempi) L’aspetto tanto interessante quanto preoccupante di questa faccenda è che il rimedio proposto dalle riviste è sempre lo stesso : “Acquista questo software, compra questo antivirus”, “cambia quell’impostazione del tuo programma di posta”, eccetera. Questo articolo si pone il duplice obiettivo di rassicurare gli utenti, sfatando alcuni luoghi comuni, e di proporre un approccio diverso nei confronti di questi temi, per permettere all’utente stesso di individuare le insicurezze del suo sistema operativo, della rete o dei programmi che usa.
Innanzitutto è corretto precisare che la situazione corrente legata alla sicurezza digitale non è per nulla rassicurante. Il pericolo esiste. Quasi la totalità degli utenti casalinghi di PC e la maggior parte degli utenti che lavorano con un computer utilizzano il sistema operativo Microsoft Windows. Questo sistema operativo è orientato esclusivamente verso l’interfaccia utente, sta a significare che lo scopo di questo sistema operativo è esclusivamente quello di semplificare le operazioni dell’utente. Questa caratteristica è unita a vari problemi non indifferenti, come ad esempio l’utilizzo di molte risorse di sistema da parte del sistema operativo stesso. La falla più eclatante, esistente già nei primi sistemi operativi Microsoft negli anni ’80, sta nel filesystem utilizzato da Windows. In parole povere il filesystem è il sistema software incaricato di gestire i files sui supporti di memorizzazione (Hard Disks, Floppy Disks). In pratica ad un certo numero di bytes scritti nella tal posizione del disco vengono associati un nome ed alcuni attributi, informazioni tutte memorizzate in una zona particolare del disco. Il filesystem non è altro che il gestore di queste informazioni. Chiunque comprenda l’importanza vitale dei files si può rendere conto della reale necessità di inserire all’interno del filesystem un reale metodo di gestione di permessi legati ai files stessi, insomma la possibilità di stabilire al momento della creazione di un file (o successivamente) chi può leggere i contenuti di quel file e chi no, chi lo può modificare e chi lo può eseguire (se si tratta di una applicazione). Per chi si intende “quali utenti” (autenticati con sistemi tradizionali o non) o quali programmi (eseguiti col permesso esplicito dell’utente) siano autorizzati ad eseguire una certa operazione. Il più grosso buco di sicurezza in Windows risiede proprio in questo: in tutti i sistemi operativi ‘Home’ di Microsoft (Windows 95, 98, 98se, ME, xp home) l’unico filesystem supportato [FAT(16 || 32)] prevede l’esistenza di un sistema di permessi sui files. Ciò significa che chiunque, programmi compresi, può leggere, modificare, eliminare e, quel che è peggio, eseguire i files contenuti nei dischi del nostro computer, senza identificarsi nè lasciare traccia. Invito il lettore a soffermarsi un istante sull’ipotesi, avanzata da molti, secondo la quale la scelta di non integrare la gestione dei permessi nel filesystem sia una scelta non strettamente legata alla comodità d’uso, bensì legata ad interessi commerciali ben precisi. Mi darà pienamente ragione chi ha già avuto a che fare con l’intuitivo e flessibile sistema di gestione dei permessi proprio dei sistemi *nix (Linux, *BSD) – abbracciato anche da Apple – doppiamente sicuro proprio perchè “libero”.
Questa ampia panoramica vuole rendere l’utente consapevole dei limiti propri dei “moderni” – e, purtroppo, diffusissimi – sistemi operativi commerciali,che sono causati sia da particolari scelte del venditore del sistema operativo che dal concetto completamente illogico (medievale direi) di sicurezza su cui si basa la maggior parte dei software proprietari: un programma è più sicuro se l’utente non può accedere al codice sorgente dello stesso.
Si può facilmente capire che non è così pensando a due fortezze: una dal progetto segreto, la cui sicurezza si basa principalmente su un qualche particolare nascosto (Facilmente smascherabile o …. acquistabile), l’altra il cui progetto è pubblico, così che chiunque possa contribuire a scoprire punti deboli e porvi rimedio. La seconda fortezza è certamente più sicura e lo diventerà sempre di più nel tempo, al contrario dell’altra che prima o poi farà scoprire i suoi punti deboli.
Nel prossimo numero tratteremo alcuni esempi pratici di sicurezza attiva e passiva, e metteremo in luce i problemi più gravi dei sistemi operativi proprietari.

Perchè usare il Software Libero?

di vazzo

Caro lettore,
quello che mi propongo di dimostrarti con queste poche righe è proprio che tu dovresti usare software libero. Dovresti buttare alle ortiche il tuo sistema operativo proprietario, come Windows o qualcosa di analogo, con tutti i suoi programmi proprietari, e dovresti installare sulla tua macchina un sistema operativo libero, come GNU/Linux per esempio, corredato di tutti programmi liberi.
Non ti dico di farlo perché il software libero sia sempre migliore di quello proprietario (anche se la maggior parte della volte è così) né perché sia più conveniente economicamente, anche se spesso è del tutto gratuito. Ti dico di farlo perché è più giusto. Usare software libero è meglio per te, per la tua libertà individuale e civile, è meglio per la tua società, è meglio per il mondo.
Anzitutto chiediamoci, che cosa è il software libero? In che cosa differisce dal software non libero, anche detto proprietario?
Un programma è di software libero quando il suo codice sorgente (la struttura intellegibile del programma che viene realizzata dal programmatore quando lo crea) non resta un segreto chiuso nella cassaforte del produttore, ma è liberamente diffuso e disponibile per tutti, programmatori ed utenti. Non solo, quando un programma è rilasciato sotto una licenza di software libero, può essere liberamente copiato e ridistribuito, mentre fare la stessa cosa con software proprietario è un reato. Inoltre, non solo tutti possono vederne il codice sorgente, capirne il funzionamento e studiarne la struttura, ma possono anche intervenire sul codice e modificarlo a proprio piacimento, adattando il programma alle proprie necessità. È anche possibile modificare il programma al punto da realizzarne un nuovo programma, che è possibile diffondere e distribuire. L’unica condizione che talvolta le licenze di software libero pongono è che un programma realizzato modificando software libero, sia a sua volta rilasciato come software libero.
Nel mondo del software libero, allora, lo sviluppo dei programmi procede come una sorta di lavoro collettivo, dove chiunque può contribuire a creare nuovo software, le idee circolano, si scambiano e si contaminano, non restano chiuse nei cassetti e tenute segrete, ma entrano in circolo e vengono continuamente migliorate e arricchite dal confronto. È un sistema che chiamiamo sviluppo cooperativo, o collettivo del software.
Ma non è solo questo. Quando si utilizza un programma di software libero, si usa un prodotto che è trasparente nel suo funzionamento. Il programmatore ha fatto con noi un patto di chiarezza, con il quale ha deciso di non tenerci celato nulla di quello che il suo programma fa.
Non importa se noi siamo o non siamo in grado di leggere il codice sorgente, questo è comunque pubblico, è alla luce del sole, di certo non può esserci messo dentro qualcosa di ‘’strano’’ a nostra insaputa. Se ci pensate questo dovrebbe essere un diritto di ogni utente. Quando usate un programma, questo agiste sul vostro computer, tratta i vostri dati. Voi mangereste un panino il cui contenuto vi sia tenuto segreto, un panino che non possiate aprire per vedere cosa c’è dentro, perché vietato dal cuoco che lo ha fatto. Potete solo mangiarlo, senza poter controllare cosa ci è stato messo dentro. E se ci fosse qualche ingrediente avariato? Non lo sapreste mai. Un programma proprietario fa questo. Agisce secondo schemi di funzionamento noti solo a colui che lo ha realizzato. Alcune delle sue funzioni potrebbero rimanervi del tutto segrete per sempre.
E poi, il programma fa quello che il suo creatore ha pensato a voi servisse, non quello che voi volete. Se vi serve che faccia qualcosa di diverso, dovete sperare che la versione successiva implementi quella funzione, a discrezione della casa di produzione. E se questa fallisce o chiude o semplicemente decide che non gli conviene più sviluppare quel programma, tanti saluti a tutti. Niente versioni successive, niente più sviluppo.
Il sistema del software libero procede su logiche totalmente diverse. Ogni utente può decidere di personalizzarsi un programma che usa a proprio piacimento. Se non lo sa fare da solo e se la modifica gli serve, può sempre cercare qualcuno che lo faccia per lui. Il sorgente è accessibile e quindi ogni modifica e possibile e la licenza di un programma di software libero sancisce il diritto di ogni utente ad intervenire sul software. Se poi lo sviluppatore decide di abbandonare quel programma, il programma non muore mai con lui, il software libero resta sempre e comunque un patrimonio comune. Chiunque potrà decidere di alzarsi una mattina e farsi carico dello sviluppo di un programma che qualcun altro ha abbandonato.
E comunque, sviluppo cooperativo significa che quando si utilizza un programma di software libero, in una certa misura, magari minima, si contribuisce già al suo sviluppo, magari basta una mail per segnalare all’autore un problema o una possibile miglioria.
E ancora… I creatori di software proprietario hanno spesso la simpatica abitudine di utilizzare il potere che hanno su di noi per vincolarci a loro. Spesso, forti di una posizione dominante sul mercato di un loro prodotto (ad esempio Word per la scrittura di documenti), utilizzano formati chiusi e non documentati (ad esempio .doc) per memorizzare i vostri dati. Questo apparentemente innocuo comportamento ha conseguenze disastrose per l’utente costretto a rimanere ‘’fedele’’ al produttore per poter leggere i propri documenti. Molto spesso sono gli stessi utenti, inviando via internet documenti in formati proprietari ad amici, clienti o fornitori, ad alimentare questo meccanismo. Più persone inviano documenti in formato .doc più persone dovranno comprare Word per poterli leggere. Utilizzare un programma libero come OpenOffice o salvare in formati più aperti come .rtf o .pdf e, quando possibile, in semplice testo (.txt) ci libererebbe da queste catene virtuali.
Usare software libero è quindi una scelta di consumo critico che, come conseguenza, aprirebbe il mercato del software, attualmente in mano a pochi monopolisti sempre più arroganti e invadenti, a piccole e medie imprese locali.
È per questi motivi che riteniamo che sarebbe giusto ed etico che tu usassi software libero. Attenzione, poi, a non cadere in un altro ragionamento errato: ‘’E vero! Uso un sistema operativo proprietario, ma l’ho copiato senza pagarlo, quindi non mi sono reso complice’’. Questa è un’idea sbagliata: se si usa software proprietario, pagandolo o non pagandolo, si contribuisce comunque a far si che questi si affermi come standard diffuso, come unica possibilità, come ‘’Il Sistema operativo’’, senza alternative e senza possibilità di cambiamento. Molto meglio fare una scelta di reale cambiamento, restando, peraltro, nella piena legalità.
E’ necessario invertire la tendenza. Serve la consapevolezza che, installando e utilizzando software libero, si sta aggiungendo un piccolo mattone per la costruzione di un mondo migliore. È questa una scelta di
consumo critico, analoga a quella di rivolgersi al commercio equo e solidale o al non acquistare prodotti di aziende che abbiano una politica produttiva non etica o al non utilizzare prodotti nocivi per l’ambiente.
Per gli stessi motivi per cui sarebbe giusto che un utente usasse software libero, credo che sarebbe doveroso che lo facessero anche le Pubbliche Amministrazioni. Io trovo assurdo che comuni, province, regioni, scuole e università si rendano complici dei produttori di software proprietario, non solo investendo milioni di euro nel suo acquisto, ma facendo ulteriormente in modo che questo si accrediti come standard fra i cittadini.
Il mio comune non deve costringermi all’acquisto di particolari programmi, magari di una multinazionale straniera, per accedere a delibere, bandi, documenti o materiale di qualsiasi altro genere. I siti internet delle Pubbliche Amministrazioni non dovrebbero essere concepiti in modo da essere accessibili solo a chi utilizzi browser (programmi di navigazione) di una certa marca. È un diritto di tutti i cittadini avervi la massima accessibilità. Sono i cittadini a dover pretendere dai propri eletti un cambiamento di rotta.
La situazione scolastica e accademica non è migliore. In questo momento la grande maggioranza delle scuole che fanno corsi di informatica li conducono su sitemi operativi e programmi proprietari. E all’università le cose non vanno meglio. Dall’anno scorso, con la riforma, tutti gli studenti fanno corsi di alfabetizzazione informatica e tutti vengono condotti su sistemi proprietari, anzi, su un unico sistema proprietario, quasi che insegnare l’informatica voglia dire insegnare l’uso di quel sistema. Questo tipo di insegnamento si traduce in una forma di promozione gratuita, che si realizza immettendo sul mercato una folta schiera di futuri acquirenti e tecnici, abituati a pensare che esista un solo un sistema operativo e una sola suite office.
Bisogna che all’insegnamento dell’informatica, anche se di base, venga restituita la dignità di insegnamento di una scienza, non di una serie di procedure da applicarsi sterilmente.
Nella nostra Scuola ci sono decine di computer, e si svolgono corsi di informatica di base, e attualmente quello che si fa è adeguarsi pedissequamente allo standard maggioritario esistente, senza porsi nessun tipo di problema né didattico, né etico.
Dobbiamo rivendicare con forza che la Scuola Pubblica insegni il pluralismo informatico, e non si renda strumento di un monopolio. Dobbiamo chiedere che la Scuola prediliga il software libero, perché questo si fonda sugli stessi principi sui quali la tradizione universitaria occidentale si è sempre fondata: la circolazione delle idee, la trasmissione del sapere, la libertà di scoprire, capire, imparare.

Eros, ricette e … dintorni

di Roxy&Yoni

L’uomo è alla continua ricerca di piacere da tempi immemorabili: fin dal momento della nascita, e poi per tutto il resto della vita, ogni nostra azione punta, più o meno direttamente, ad ottenere un qualche tipo di soddizfazione, fisica, psicologica o morale, proprio perché la parte di noi che conserva ancora gli istinti e le pulsioni caratteristiche degli animali tende in modo incontrollabile a raggiungere uno stato di pace e beatitudine, in ogni ambito della nostra esistenza.
Da centinaia di anni però, già a partire dalla civiltà greca o romana, l’uomo costruisce attorno a sé muraglie di divieti e proibizioni che sbarrano la strada al piacere, visto come sbagliato o peccaminoso, e questo autoproibizionismo trova il suo acme nella chiusura totale del Medioevo, dovuta all’ossesione ecclesiastica di mortificare la carne e di reprimere, in modo anche violento, ogni tipo di “incontinenza” (golosità, lussuria… basta pensare all’”Inferno” di Dante!).
I nostri avi tentavano di liberarsi da queste inibizioni dedicandosi, anche solo per poco e in segreto, all’appagamento dei sensi: ne sono esempio i culti estatici di Dioniso, i banchetti orgiastici di Roma, l’amore cortese e adulterino del Medioevo, il rifiorire artistico, e quindi espressivo, del Rinascimento, lo sfarzo del Barocco, il libertinaggio del 1700, e addirittura il comune Carnevale, che dà spazio alla gioia più sfrenata in una confusione di maschere e festeggiamenti.
È facile anche osservare che sono proprio le civiltà da noi considerate inferiori o arretrate ad essere più aperte al piacere, di cui hanno fatto una filosofia portarice di salvezza spirituale: in Asia ci sono diversi testi, scritti da antichi sapienti, relativi all’erotismo, considerato fondamentale e mistico sia dal punto di vista soggettivo e personale che religioso, come il Tantra, il Kamasutra e il Giardino Profumato indiani, gli Shunga giapponesi, i Libri del Guanciale cinesi e lo stesso Corano islamico, mentre in paesi calienti come il Brasile o buongustai come l’Italia non meno importanza ha il cibo, di base e caratteristico per ogni momento della vita.
In queste pagine potrete immergervi in un universo di piacere in cui saranno coinvolti tutti i vostri sensi e in cui cercheremo di trasmettervi i segreti della sensualità legati al cibo, all’eros e all’arte, colti tra le innumerevoli fonti delle tradizioni culinarie, delle opere letterarie e… dell’esperienza diretta!

Ars amandi et condiendi

Lo studio delle proprietà eccitanti degli alimenti è così antico da perdersi nelle profonde pieghe della storia, ma la stretta relazione tra cibo e sesso resta tutt’ora un’associazione inevitabile in tutte le culture (lo è addirittura per gli animali!).

Sappiate che mangiare e copulare, in realtà, dipendono molto più dal nosto sistema nervoso che da quello digestivo o “sessuale”, infatti ciò che la Natura richiede venga destinato alla preservazione dell’individuo e della specie è solo la minima parte di quelle fantasiose pratiche che l’uomo ha creato nel tentativo di rendere piacevole, o per lo meno accettabile, un mondo inevitabilmente avvolto dall’illusione e dall’inganno.
L’immaginazione è il peggiore dei mali, ma anche uno dei più importati afrodisiaci, perché senza di essa verremmo tutti inghiottiti dalla grigia voragine della mediocrità e saremmo incapaci di investire le nostre energie in quei pochi piaceri che la vita ancora ci riserva.
Spostando l’attenzione sulla bollente realtà degli afrodisiaci, cogliamo l’occasione per demolire quel luogo comune che li racchiude esclusivamente nella ristretta cerchia di cioccolato, ostriche, peperoncino e spezie varie… Non è assolutamente vero!
Possiamo definire afrodisiaco qualsiasi sostanza, attività o situazione che pungola il desiderio amoroso: anche un semplice pezzo di pane addolcito da qualche goccia di miele può diventare un efficace boccone da consumare con il proprio amante, ovviamente in una situazione appropriata.
Gli afrodisiaci che ogni giorno assumiamo senza accorgercene sono numerosissimi e potrebbero scatenare effetti immediati e incontrollabili se solo li assumessimo nel modo, nella dose e soprattutto nel contesto giusto (certo non in compagnia di fratellini isterici o genitori rompiscatole!).
È risaputo che alcuni funzionano in base a principi chimici stimolanti, ma la maggior parte agisce grazie all’impulso dell’immaginazione:non dimentichiamo che le fantasie di un amante passionale a volte possono avere conseguenze che vanno ben oltre gli effetti specifici di una qualunque sostanza.
Il vero segreto sta nell’imparare ad abbandonarsi ai propri sensi, trascurando ogni altra distrazione o impedimento, e scoprire che la più alta esaltazione del piacere giunge proprio dal mistico sodalizio dei sapori e dei gusti racchiusi nelle innumerevoli delizie culinarie creabili.
Senza dilungarci troppo sul “come” riuscire ad assecondare i propri istinti, dal momento che probabilmente ognuno di noi riesce ad “ascoltarsi”, vorremmo approfittare della situazione per svelarvi un’altra importante strategia che riguarda l’arte del variare.
La variatio, nelle sue moltissime accezioni, rinnova lo slancio amoroso all’infinito, enfatizzando le passioni degli innamorati che possono così concedersi momenti di intimità speciali e sempre unici.
Ma per ottenere una gamma abbastanza vasta di variazioni infallibili bisogna appoggiarsi ad una base eclettica e raffinata, come il cibo: innanzitutto si devono selezionare le pietanze a seconda dei gusti e dell’ispirazione della coppia, quindi vanno scelti con cura gli ingredienti, dopodichè bisognerebbe dedicarsi alla preparazione del piatto con passione ma tranquillità, senza l’incombenza del tempo che passa o i fastidi di un telefono che squilla in continuazione.
Quando vi sarete finalmente liberati da questi banali impedimenti potrete cominciare la divertente preparazione delle pietanze; è molto piacevole e sensuale cucinare in due, per sperimentare sensazioni nuove e diverse, e naturalmente, come in ogni occasione speciale, non deve mancare ancora una volta la varietà: è fondamentale puntare sulla commistione di sapori nuovi, utilizzando abbondanti spezie per esaltarli, ma è importante soprattutto giocare con il contrasto e la fantasia.

Vi proponiamo ora alcuni bocconi insoliti ma perfetti nella loro completezza e semplicità, e sottolineamo che, in realtà, per creare un buon piatto basta farsi coraggio e tentare, provare, assaggiare, immaginare…
Quindi, eccovi qualche spunto e… BUON APPETITO!

Fagottini di gorgonzola – per chi ama il sapore particolare del gorgonzola, sono perfetti dei fagottini di pasta sfoglia ripieni di formaggio, uvetta sultanina e pinoli, bagnati da qualche goccia di caffè e cotti in forno fino a quando risultano dorati.
Mele alla cannella – dolci mele cotte in forno, dorate con miele, cannella e zucchero di canna e servite con aceto balsamico… da gustare rigorosamente in due!
Fichi e gamberetti – la polpa rossa e zuccherina dei fichi e il dolce sapore dei gamberetti freschi… provare per credere!
Prugne e bacon – involtini leggeri di bacon o pancetta affumicata e prugne secche, magari lasciate a macerare nel vino bianco per qualche ora, e cotti in forno o sulla griglia. Possibile variatio: farcire le prugne con un’oliva e della salsa piccante… una vera e propria armonia di contrasti!

ISTRUZIONI PER L’USO:
-vietato l’uso di piatti e posate
-mangiare assolutamente con le mani o direttamente con la bocca
-sperimentare ogni volta nuove combinazioni di sapori
-lasciarsi guidare, sempre e comunque, dai propri sensi

Vi proponiamo ora un menù completo di ricette fantasiose da cui potrete prendere spunto, secondo i vostri gusti, per un’indimenticabile cenetta romantica, oppure per un semplice ma sfizioso stuzzichino da consumare in dolce compagnia.

Sfogliatine di gamberi con spinaci e avocado
Per cominciare ecco una ricetta facile ed economicamente accessibile che offre comunque un’ottima combinazione di sapori, esotici ed afrodisiaci.
INGREDIENTI:
1rotolo di pasta sfoglia (si trova in qualunque supermercato)
100 g. di spinaci novelli
2 cucchiai di pesto alla genovese oppure del basilico tritato finemente
200 g. di code di gambero
1 avocado piccolo maturo
1 tuorlo d’uovo
sale e pepe
PREPARAZIONE:
Srotolate il disco di pasta sfoglia, inumiditelo con dell’acqua fredda usando un pennello, piegatelo a metà in modo da formare un semicerchio e tagliatelo quindi in quattro triangoli uguali, che inciderete con un coltello lungo il bordo: Disponete i triangolini su una teglia foderata di carta da forno, spennellate la superficie con il tuorlo d’uovo e infornate a 200° per 10 minuti.
Nel frattempo, scottate a vapore le code di gambero private del guscio (o lessatele per 1-2 minuti in acqua bollente) e snocciolate l’avocado per poi tagliarlo a cubettini.
Sfornate i triangoli e, con un coltellino, togliete i coperchietti che avevate inciso in precedenza.
Riempite il fondo con i cubetti di avocado, coprite con le code di gambero, unite gli spinaci e condite con il pesto (o il basilico), sale, pepe e magari un pizzico di peperoncino se amate i sapori intensi.

Asparagi di cupido
Da tempi molto antichi gli asparagi, soprattutto per la loro forma, venivano considerati altamente afrodisiaci. I Greci , addirittura, consigliavano di mangiarli con moderazione e cautela per non incorrere in effetti secondari non molto piacevoli.
INGREDIENTI:
400 g. di asparagi ben lavati e puliti
80 g. di polpa di tonno
2 uova
2 cucchiai di olio d’oliva
1 cucchiaio di capperi
succo di 1 limone
sale
1 pizzico di paprika
PREPARAZIONE:
Cuocete gli asparagi a vapore e fateli raffreddare. Frullate i tuorli d’uovo con tutti gli altri ingredienti e aggiungete la crema ottenuta agli albumi che avrete montato a neve ben ferma.
Disponete gli asparagi su due piatti e ricopriteli con questa spuma.
Ricordate, gli asparagi si mangiano esclusivamente con le mani!

Pennette alla Eros
Un’ ottimo primo piatto facile da preparare, ma ideale per continuare il vostro invitante banchetto
INGREDIENTI
PER DUE PERSONE:
200 g. di pennette
70 g. di speck tagliato a striscioline
1 mazzetto di rucola
50 g. di parmigiano
20 g. di burro
1 dl di panna
sale
La rucola, come molte altre erbe aromatiche è protagonista della cucina afrodisiaca da tempi immemorabili, già duemila anni fa era conosciuta come un’erba miracolosa sotto vari punti di vista… staremo a vedere!
PREPARAZIONE:
In una padella fate fondere il burro, unite lo speck, fate rosolare per qualche secondo, aggiungete la panna, il sale quanto basta e fate cuocere per un paio di minuti.
Togliete il sugo dal fuoco e aggiungete la rucola spezzettata.
Cuocete preferibilmente al dente le penne, scolatele, versatele nella padella dove avete preparato il sugo, mescolate, spolverizzate con il parmigiano e servite.