La confusione e la fretta con cui si è affrontata l’analisi di un evento straordinario come il blackout del 27 settembre scorso suggeriscono qualche riflessione e un tentativo di chiarire i termini del problema, le affinità e differenze con altri eventi del recente e meno recente passato, le possibili cause e le misure da prendere per il futuro.
Il “buio” che ha paralizzato l’Italia si è verificato nell’ora in cui il fabbisogno energetico era minimo, quando la gran parte delle nostre centrali erano ferme e non funzionanti per motivi economici. Sembra impossibile, ma il problema è che non è conveniente azionare le nostre centrali, perché l’energia che esse potrebbero produrre costa almeno tre volte di più di quella che ci forniscono francesi e svizzeri. È dunque ridicolo sostenere che il problema energetico sia risolvibile con la costruzioni di nuove centrali che resterebbero comunque spente perché non convenienti.
Se fossimo in un paese governato seriamente, Bollino (gestore della rete) e Marzano (ministro dell’industria) dovrebbero esser rimossi dai rispettivi incarichi.
Mi chiedo: è sufficiente affrontare il blackout limitandoci ad individuare le responsabilità, o contestando le nuove centrali che si vogliono costruire, oppure battendosi per ritagliare un po’ di spazio alle fonti rinnovabili e al risparmio energetico?
Il nostro sistema energetico è basato sull’uso di petrolio e di combustibili fossili. Siamo certi che alcune innovazioni e correzioni come una maggiore diversificazioni delle fonti, un po’ di risparmio energetico ed infine una migliore gestione delle risorse bastino ad ovviare al problema?
Oppure è necessaria una svolta radicale che disintossichi il paese dalla dipendenza da combustibile fossile?
Non è una domanda né retorica né ideologica.
Ho l’impressione che sia rimasta in ombra l’importanza epocale della questione energetica.
La sostenibilità sociale ed ambientale dei nostri consumi, l’impazzimento del sistema climatico planetario e le sue drammatiche conseguenze sull’ambiente, ma anche il fallimento della guerra irachena per il controllo delle riserve petrolifere, sono temi che sollecitano il superamento dei modelli energetici incentrati sull’uso di combustibili fossili.
Le alternative al vecchio modello energetico ci sono e non partono da zero.
L’uso razionale dell’energia, il risparmio energetico, l’informatica applicata all’energia, le fonti energetiche rinnovabili sono tecnologie che all’estero stanno facendo passi da gigante. Oltre a benefici ambientali, queste nuove tecnologie sfruttano risorse locali disponibili sul territorio, riducono la dipendenza energetica dall’estero e creano nel contempo nuova occupazione.
Solo se si riuscirà a dare questo respiro e questi contenuti alla discussione sull’energia, che la notte al buio ha alimentato, sarà possibile cominciare ad affrontare le grandi sfide che il tema propone: la pace, la sua disponibilità per tutti i popoli e il governo del clima occidentale non è mai successo alcun incidente del genere. Perché, secondo voi, l’energia che molti Paesi europei – tra cui l’Italia – comprano dalla Francia, costa meno? Perché è nucleare. Nondimeno coloro che pensano: “A noi l’energia a basso costo, ai francesi il rischio della fusione del nocciolo” si ricordino che le centrali francesi si trovano sui confini, anche quello italiano, ad un passo dalla Valle d’Aosta. E io non vorrei essere lì il giorno che un tecnico francese, per un attimo di distrazione, devasta mezzo Italia settentrionale, inondando pure tutta l’Europa di radiazioni nucleari.
Le fonti d’energia veramente alternative devono essere economiche, ecologiche e sicure. Non è una contraddizione: esistono. Sono, in particolare, i mulini a vento – già competitivi col petrolio, in Europa settentrionale – e le centrali idroelettriche, che richiedono però un notevole investimento per la costruzione, e se costruite in luoghi non idonei possono causare stragi (l’Enel ne sa qualcosa). I pannelli fotovoltaici sono ancora costosi; operano solo di giorno e d’inverno ad ogni modo non fanno molto.
Terminata questa lunga digressione tecnica, veniamo alle possibilità di messa in atto.
Una soluzione potrebbe essere la privatizzazione dell’Enel: renderla indipendente da un governo menefreghista. In Olanda, per esempio, dove 1.300 mulini a vento coprono oltre il 15% del fabbisogno nazionale, la liberalizzazione del mercato dell’energia unita alla crescente consapevolezza ambientale hanno fatto dell’energia pulita una concreta alternativa alla portata di tutti. In alternativa, rimanendo sotto il controllo dello Stato l’Enel potrebbe mettere in vendita la cosiddetta “elettricità verde” ad un prezzo leggermente superiore a quello dell’energia normale, guadagnandoci sopra.
Oppure il nostro Governo potrebbe cominciare ad occuparsi del bene dei cittadini e dell’ambiente e rescindere i contratti con la Francia e costruire centrali pulite.
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Febbraio 2004
Si è spenta la luce!
di Tommaso TriccheaLe alternative al petrolio
di Haro De GrauwDa almeno vent’anni il generatore a combustibile fossile è ritenuto scientificamente superato. Rumoroso, inquinante e sempre più costoso sta distruggendo il pianeta. Questo si sente ripetere ogni anno in TV, sui giornali, sul PuntoG; ormai siamo stufi di sentire queste “bazzecole, che non hanno alcun riscontro nella realtà”, come si dice.

Aprite gli occhi: quando l’avete vista un’estate come quella di quest’anno, che in Francia meridionale, coi 45°C che c’erano, gli anziani non osavano uscire di casa? Il clima sta cambiando. Guardiamo alle conseguenze su grande scala: perché a Venezia ora serve il Mose? Perché il livello del mare sale. Il calore radiato dalla Terra è riflesso dallo strato di CO2 ad “effetto serra” e, crescendo, scioglie le calotte polari.
La cosa da fare: impedire la sovrapproduzione d’anidride carbonica. La quale è prodotta principalmente mediante consumo di combustibili fossili: carbone (soprattutto in Est Europa) e petrolio (in tutto il mondo occidentale). Per forza, ci dicono: costa poco. Forse vi sorprenderà, ma determinate fonti alternative costano assai meno del petrolio. Per esempio le onde: tramite un tubo che galleggia sul mare, dentro il quale ciascun’onda spinge un pistone che aziona un generatore. Poco interessante nel Mediterraneo, è invece rivoluzionaria nel mare del Nord e in quello baltico. Ed è solo uno dei tanti “trucchi” che si usano, o si tentano di usare, per sfruttare gli imponenti flussi d’energia pulita che ci circondano: luce solare, maree, onde, venti….
Parliamo poi del nucleare: scienza in uso da decenni, permette di produrre grandi quantità d’energia a basso costo e con poco inquinamento; il rischio della fusione del nocciolo è basso se la centrale è mantenuta correttamente – cosa che a Chernobyl non accadeva –; si tenga presente che nel mondo non è successo alcun incidente del genere. Perché, secondo voi, l’energia che molti Paesi europei – tra cui l’Italia – comprano dalla Francia, costa meno? Perché è nucleare. Nondimeno coloro che pensano: “A noi l’energia a basso costo, ai francesi il rischio della fusione del nocciolo” si ricordino che le centrali francesi si trovano sui confini, anche quello italiano, ad un passo dalla Valle d’Aosta. E io non vorrei essere lì il giorno che un tecnico francese, per un attimo di distrazione, devasta mezzo Italia settentrionale, inondando pure tutta l’Europa di radiazioni nucleari.
Le fonti d’energia veramente alternative devono essere economiche, ecologiche e sicure. Non è una contraddizione: esistono. Sono, in particolare, i mulini a vento – già competitivi col petrolio, in Europa settentrionale – e le centrali idroelettriche, che richiedono però un notevole investimento per la costruzione, e se costruite in luoghi non idonei possono causare stragi (l’Enel ne sa qualcosa). I pannelli fotovoltaici sono ancora costosi; operano solo di giorno e d’inverno ad ogni modo non fanno molto.
Terminata questa lunga digressione tecnica, veniamo alle possibilità di messa in atto.
Una soluzione potrebbe essere la privatizzazione dell’Enel: renderla indipendente da un governo menefreghista. In Olanda, per esempio, dove 1.300 mulini a vento coprono oltre il 15% del fabbisogno nazionale, la liberalizzazione del mercato dell’energia unita alla crescente consapevolezza ambientale hanno fatto dell’energia pulita una concreta alternativa alla portata di tutti. In alternativa, rimanendo sotto il controllo dello Stato l’Enel potrebbe mettere in vendita la cosiddetta “elettricità verde” ad un prezzo leggermente superiore a quello dell’energia normale, guadagnandoci sopra.
Oppure il nostro Governo potrebbe cominciare ad occuparsi del bene dei cittadini e dell’ambiente e rescindere i contratti con la Francia e costruire centrali pulite.
Le telecamere in città e la politica del marketing
di Marco ZamunerSorprendente come un’ innocente pagina di Gazzettino possa riuscire a nauseare anche gli stomaci più forti. Il 26 ottobre infatti il nostro caustico lettore viene salutato da un ridente titolo che recita “SAN DONÀ Varato un progetto per la sicurezza e la prevenzione che prevede anche l’installazione di otto telecamere
L’obiettivo è quello di rendere tranquilli sia il centro che le frazioni. Anche iniziative didattiche nelle scuole”. Segue una vaga descrizione sui mirabili obiettivi di progresso civile e di lotta al crimine che la nostra eroica sindachessa Francesca Zaccariotto intende intraprendere.
Non che i tempi che corrono non ci abbiano abituato a simili nefandezze. Tuttavia non è una piacevole sorpresa scoprire che i meccanismi della politica del marketing “made in USA” siano arrivati così presto anche nelle realtà territoriali. Le videocamere nei luoghi pubblici sono l’emblema dell’inefficienza, dell’ipocrisia, della superficialità con cui si cercano di risolvere i problemi nella società moderna. E’ davvero preoccupante scoprire come chi ci governa e amministra il denaro pubblico perda il proprio tempo a inventare inutili trovate pubblicitarie che se accontentano qualche superficiale sostenitore dell’”ordine pubblico” scontentano i cittadini che chiedono risposte serie al problema della criminalità. E’ chiaro infatti che non saranno otto telecamere a scoraggiare uno scippo o uno spinello comunitario; per il numero esiguo, certo, che ne fa solo una soluzione di facciata. Ma anche se le videocamere fossero venti, cento o mille il problema rimarrebbe un altro: la comprensione del confine tra mondo civile e carcere, tra educazione e repressione, tra forma e sostanza.
Anche chi non ritiene (come il sottoscritto) inaccettabile l’idea di non poter disporre della propria vita civile e sociale in città senza l’incubo di uno sguardo meccanico puntato contro, concorderà sull’inutilità di una proposta che mira a colpire l’ultimo anello della catena del crimine (il drogato, il borseggiatore) ignorando gli anelli precedenti; una sana educazione civica, la presenza di spazi sociali aperti ai giovani, puliti e sicuri, il risanamento delle zone periferiche dei parchi e delle vie. Risolvere un problema con telecamere, manganelli e manette non è possibile, e questo i signori del Comune lo sanno bene. Lo sanno, perché chi lavora con la politica sa che i fenomeni sociali dipendono sempre e solo da situazioni di abbandono, di disagio, di disinteresse. Il fatto è che a lor signori non interessa una città vivibile e civile: preferiscono l’idea tutta americana di una “città bomboniera”, una sorta di centro commerciale pulito e tranquillo dove i loro elettori possano passeggiare, comperare e spendere in santa pace. Il disagio, l’abbandono, quelli meglio nasconderli dietro un muro. Che si tratti di un ghetto, della questura o di un carcere non fa differenza: basta che la “gente perbene” non ne vada di mezzo. E quindi carceri più grandi dove accumulare i rifiuti sociali: drogati, ladruncoli, prostitute… lontani degli occhi, lontani dal cuore.
Così i bravi padri di famiglia, premurosi elettori della Zaccariotto e dei suoi, potranno risparmiare ai figlioletti ingenui e ben vestiti penose e imbarazzanti spiegazioni : “La signora sta aspettando il bus, tesoro”.
La vicenda 3d
di CamillaVoi sapete qual è la differenza fra “Organico di Diritto” e “Organico di Fatto”, in materia di formazione delle classi? Noi alunni della classe 3D l’abbiamo scoperto il 15 luglio di quest’anno!

Prima di raccontarvi come si è svolta tutta la vicenda, è meglio fare una piccola premessa: ogni anno, ad Aprile, viene presentato al C.S.A. l’organico di diritto, ovvero una previsione sul numero degli alunni che frequenteranno la scuola l’anno successivo, in base al quale viene stabilito il numero di classi che verranno formate. Quest’anno la previsione formulata dal liceo scientifico G.Galilei era di 120-123 iscritti per le classi terze e il Provveditorato aveva confermato le 6 classi.
In data 15 luglio, però, i nostri genitori sono stati convocati d’urgenza dal Preside, il quale ha comunicato loro che aveva già emanato un decreto di cancellazione per la classe 3D in quanto gli alunni effettivamente iscritti, contro le precedenti ipotesi, erano solo 116.
Fatte le scontate obbiezioni, in primo luogo le motivazioni della scelta della nostra classe, i genitori si sono dichiarati disponibili a fornire una proposta per suddividere noi ragazzi nelle sezioni 3C-B-E e hanno deciso di incontrarsi a scuola, il 17 luglio, per elaborarla. Durante la riunione, constatato dalla lettura dei quadri degli scrutini finali che il numero degli alunni promossi, di quelli bocciati e probabili iscritti era superiore a 123, hanno chiesto al personale di segreteria di conoscere il numero
totale degli alunni relativo alle classi terze. I numeri, forniti con una certa difficoltà, sono cambiati più volte durante il corso della mattinata facendoci dubitare sempre di più della loro veridicità. Pertanto, dato che il Preside aveva già comunicato che non sarebbe stato a scuola quel giorno, i genitori hanno consegnato in segreteria una richiesta di incontro con il Dirigente Scolastico per il lunedì successivo. Presentatisi all’Istituto il giorno 21, non hanno tuttavia trovato né risposte alle richieste presentate né alcuno che potesse conferire con loro. Preoccupati dall’avvicinarsi del 23 luglio, data ultima per la comunicazione dell’organico di fatto, e non avendo più potuto conferire con il Preside, i genitori si sono recati al C.S.A. di Venezia. Qui la Provveditrice stessa ha telefonato al Liceo per conoscere i dati reali sul numero degli iscritti e, via fax, abbiamo appreso che erano 125, numero già superiore a quello presentato nell’organico di diritto, più eventuali trasferimenti da altre scuole. Nonostante questo, i genitori sono stati informati che l’atto di soppressione della classe, essendo stato emanato dal Preside, non poteva essere cancellato se non dal Preside stesso.
Dunque, non riuscendo ancora a comunicare con il Preside, i genitori si sono recati dall’Ufficiale Giudiziario, affinché notificasse la richiesta, peraltro già presentata in istituto, per tutelarsi nei confronti di una eventuale mancata risposta. La risposta dal preside perveniva con lettera datata 24 luglio, bocciando la richiesta di ripristino della classe, riaffermando che alla data del 8 luglio (ossia al momento di comunicare l’organico di fatto), gli iscritti erano 116, e sostenendo che il dirigente si era reso disponibile ad un ad un incontro fra il 16 e il 18 luglio (dato da noi per nulla confermato!) e sottolineando come, in ogni caso, non fosse compito dei genitori, che sono gli utenti, formulare osservazioni sulla presenza o meno del preside e dei suoi collaboratori a scuola.
A questo punto i genitori hanno deciso di rivolgersi ad un legale il quale consigliava di preparare un ricorso da inoltrare al T.A.R. (Tribunale Amministrativo Regionale).
Dal momento che il tribunale in agosto era chiuso, i genitori hanno continuato a cercare un colloquio con il preside per ottenere il ripristino della classe.
Il primo incontro, dalla fatidica data del 15 luglio, è avvenuto il 25 agosto con il vice preside prof. Gianfranco Marian che ha esordito dicendo di aver avuto la delega per ascoltare i genitori e poi riferire la loro posizione alla presidenza, ma non per dare alcun tipo di chiarimento o risposta alle domande più volte presentate. In quell’occasione, perciò, i genitori hanno potuto solo presentare un’eventuale suggerimento sul nostro smistamento solo nelle classi 3B e 3C, assieme alla rinnovata proposta di ripristinare la classe 3D, sulla base dell’organico di fatto, entro il 31 agosto.
Finalmente il 29 agosto i rappresentanti dei genitori hanno potuto incontrare il Preside ma, constata la sua assoluta mancanza di volontà di effettuare qualsiasi tentativo volto al ripristino della classe, in data 1 settembre è stato presentato ufficialmente il ricorso al T.A.R.
Il 3 settembre, poi, i genitori stessi hanno consegnato una copia del ricorso alla segreteria della scuola.
Il 4 settembre, giorno fissato dal Dirigente Scolastico sia per ricevere i nostri genitori, che per incontrare i rappresentanti delle altre classi terze, il Preside ha congedato i nostri rappresentanti precisando che ogni ulteriore comunicazione sarebbe avvenuta tramite avvocati, dato che gli avevano fatto il torto di non informarlo prima del fatto che stavano cercando di tutelare l’interesse dei propri figli attraverso la consulenza di un legale.
Ottenuta la sospensiva del T.A.R., e rimandata la sentenza definitiva dopo la discussione del ricorso, il Preside ha sì ricreato, in data 20 ottobre, la classe 3D, ma con solo 14 alunni, anziché i 16 previsti, creando uno squilibrio numerico con le altri classi terze, e senza rispettare la continuità didattica della classe.
Infine, ora che la situazione sembrava essersi risolta e che noi ragazzi abbiamo cominciato a tutti gli effetti l’anno scolastico, è stato presentato un ricorso in appello, da parte del Ministero dell’Istruzione e dell’Ufficio Scolastico del Veneto, nella persona del Direttore Scolastico prof. Graziano Fiotto, che riapre la possibilità che la nostra classe venga smistata durante l’anno scolastico in corso, mettendo noi ragazzi in una nuova situazione di precarietà e insicurezza.
Per concludere, al di là della merita vicenda, vorrei solo sottolineare che noi alunni della 3D stiamo vivendo da luglio uno stato di incertezza e, per alcuni, paura, solo perché non è mai stato possibile dialogare e ragionare con chi di dovere. Inoltre, al momento, chi dovrebbe preoccuparsi prima di tutto del nostro bene e cercare di appianare la situazione in modo da favorire la nostra carriera scolastica sta solo continuando una polemica dannosa e logorante!
Questa vicenda non è nata come un fatto personale dei nostri genitori contro il Preside e non lo vuole essere neanche ora. Allora mi chiedo come sia possibile che ancora adesso non si possano chiarire le divergenze guardando alla cosa più importante, ovvero l’integrità e gli studi della nostra classe!
Spero infine che molti siano arrivati all’ultima riga di questo lungo articolo e si siano fatti un’idea più precisa della vicenda e, come la mia classe si è già sentita dire più volte:
…ora confidiamo nell’intelligenza degli uomini…
Questa guerra…
di Federico De PiccoliQuesta guerra è uguale a tutte le altre: cinica e spietata, carica di violenza e di sangue innocente…
Questa guerra è stata difesa da innumerevoli bugie, falsità, menzogne. Saddam è stato preso, mala guerra non è finita.: Bagdad e l’Iraq sono diventate regioni quasi ingovernabili, non sono state trovate armi di distruzione di massa e continua a salire il numero delle vittime. Poco importa che siano morti per atti di guerra o per il terrorismo, ormai è evidente la flebile differenza che li separa! Noi, del mondo occidentale, abbiamo una visione della guerra completamente diversa da quella Islamica; non siamo abituati a vedere persone disposte al suicidio per recare danno alle milizie altrui, cerchiamo invece di limitare le perdite e aumentare il più possibile il numero delle vittime nemiche…
Questa guerra ha ucciso e uccide anche dopo le dichiarazioni delle più alte cariche militari americane che la hanno definita chiusa, vinta…
Questa guerra ucciderà ancora, intanto ci sono stati morti tra i”cattivi” ( Iracheni estremisti e alcuni rappresentanti dell’ex regime dittatoriale); tra i “buoni” (soldati americani, funzionari dell’onu, soldati italiani e spagnoli, soldati inglesi); tra i civili innocenti (colpiti da bombe meno intelligenti delle altre); tutte vite spente dall’ignoranza, la superbia e la “libertà”…
…la “libertà”, simbolo di New York e dell’America, che gli Stati Uniti hanno voluto esportare a tutti i costi in un paese oppresso dal regime di Saddam, imponendo concetti come la democrazia in un Iraq capace di obbedire agli ordini del suo dittatore ma incapace di concepire una forma di governo liberale. Possiamo esportare qualsiasi cosa dai nostri paesi, ma non è detto che tutto ciò che proponiamo in realtà diverse dalle nostre sia accettato! Come sarebbe inutile esportare il grano al polo nord dato che, a causa del terreno arido e delle condizioni climatiche, questa pianta non avrebbe alcuna possibilità di essere coltivata così è inutile imporre le nostre idee, sulle forme di governo democratiche, all’Iraq. Queste potrebbero anche essere accolte all’inizio ma, se non troveranno un terreno fertIle su cui attecchire, non saranno mai coltivate e fatte proprie di questa popolazione…

Questa guerra, come tutte le altre del resto, rimarrà indebile negli occhi di molti anche dopo la sua vera conclusione (non quella dei futuri libri di scuola!), nelle immagini televisive, nella storia. Con il tempo, in Iraq, verranno cancellati facilmente tutti i segni della distruzione delle bombe e i simboli del potere di Saddam; verrà costruita una nazione ex novo(le sarà data una nuova economia, una rete viaria, un’impostazione politica) in un tempo relativamente breve; ma quanto passerà per riuscire a cancellare le ingiustizie e le violenze subite da questo popolo prima attraverso un regime sanguinoso e poi con questo intervanto preventivo?
Questa guerra ha messo in evidanza l’inconsistenza dell’apparato militare Usa, ricco di bombardieri e alte tecnologie, imbattibile in uno scontro convenzionale ma inutile in questa specie di guerriglia urbana a cui è sottoposto dai combattenti Islamici…
Questa guerra ha avuto il coraggio di chiamare eroi le sue vittime…
Il 9 Novembre sarà festa nazionale?
di Marco MaschiettoGià me le vedo le piazze stracolme di gente, di bandiere (quali?), di assemblee, di dibattiti, di comizi, tutti per festeggiare l’indimenticabile caduta del muro di Berlino.
Niente paura, rassicura il senatore Travaglia (AN), firmatario del ddl presentato e approvato il 2 ottobre in senato: “Non si tratterà, come potrebbero credere i malpensanti, della giornata nazionale dell’anticomunismo. Non sarà, come certo temono i sospettosi, di una festa nazionale da contrapporre a quella antica e desueta del 25 aprile. Pur prendendo spunto dalla caduta del muro, garantisce, ogni nove novembre condanneremo puntualmente tutte le forme di totalitarismo che hanno funestato il XX secolo”, e anche “i totalitarismi ancora in vita”.
Il senso secondo Travaglia? “La celebrazione consentirà di ricordare anche le realtà legate al totalitarismo finora escluse da ogni commemorazione, come ad esempio i martiri delle foibe istriane o le vittime della persecuzione antisemita nell’Unione sovietica”;
il senso secondo me che sono un malpensante? L’obiettivo mi sembra chiaro: una sistematica riscrittura della storia che ha per fine l’equiparazione tra comunismo e nazismo, naturalmente lasciando fuori dal “gioco” il fascismo che non si può definire un vero e proprio totalitarismo in quanto mandava gli oppositori in vacanza al confino.
Neppure la Germania celebra il 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro, ma la data della riunificazione tra le due Germanie.
Se proprio volevano celebrare questo solenne giorno potevano almeno coinvolgere tutti i paesi europei per commemorare la fine dell’Europa divisa in blocchi.
Il voler accomunare a tutti i costi nazismo e comunismo, oltre ad essere storicamente sbagliato, ribadisce ancora una volta che il partito del fare, come viene definito Forza Italia, non perde certo il suo tempo in faccende culturali. L’ignoranza della storia patria è triste e deprimente.
A questo punto proporrei di inserire nel calendario festivo queste date:
il 5 marzo (morte di Stalin 1953);
il 25 aprile (fine del fascismo portoghese e morte del dittatore Antonio de Oliveira Salazar 1974);
un ponte fra il 28 e 30 aprile (fucilazione di Mussolini e suicidio di Hitler nel 1945);il il 24 luglio (fine del fascismo dei colonnelli greco 1974);
25 luglio (esautorazione di Mussolini nel 1943);
il 23 agosto (Arresto di Ion Antonescu e resa della Romania 1944);
il 22 novembre (fine del franchismo spagnolo 1975);
il 14 dicembre (sconfitta elettorale di Pinochet 1989)
il 22 dicembre (destituzione di Nicolae Ceaucescu Romania 1989)
Non dimentichiamoci poi di festeggiare la futura (speriamo) caduta del “regime” berlusconiano, qualcosa di nuovo, che si presenta come partito del fare, del mercato libero, della meritocrazia, della libertà, ma dietro alla demagogia c’è la graduale liquidazione dei diritti, delle libertà, dell’esistenza civile, del futuro, ovvero della democrazia.
Pensione sì, pensione no, pensione forse
di Giovanni PasiniLa questione delle pensioni di anzianità dovrebbe stare molto a cuore agli studenti. Anche i più disinformati dovrebbero sapere che l’attuale maggioranza di governo sta tentando di portare un attacco frontale al sistema previdenziale dello Stato. Il compito che mi prefiggo è quello di lasciarvi poche righe di riflessione, in modo tale che chi non ce l’avesse ancora possa formarsi un’idea in proposito. Riflessione, premetto, che vuole andare al di là dei dogmi partitistici o ideologici (destra/sinistra) tracciando un ragionamento che dovrebbe vedere d’accordo tutti coloro che lavorano o lavoreranno. Le basi: il salario che i lavoratori ricevono in busta paga in cambio del proprio lavoro è solo una parte del salario complessivo che percepiscono:
un’altra parte è posticipata nel tempo (salario differito). La pensione e il Tfr sono salario differito; cioè retribuzione per lavoro prestato corrisposta in unsecondo momento. La pensione è un salario che viene corrisposto al lavoratore per il resto della vita dopo la fine dell’attività produttiva, mentre il Tfr (trattamento di fine rapporto) è salario che viene dato una volta sola alla fine di un rapporto di lavoro.
Per costituire il fondo per la pensione il padrone versa all’INPS il 27% della retribuzione e il lavoratore il 3%; Il Tfr è ottenuto accantonando ogni anno una cifra corrispondente all’incirca ad una mensilità; cosicché se un lavoratore si licenzia ad esempio dopo 18 anni di lavoro in una stessa azienda avrà un Tfr pari a 18 mensilità circa.Quasi tutti sanno che il nostro paese vive in una fase di recessione economica: terrorismo internazionale, politiche finanziarie poco accorte, investimenti industriali a vuoto stanno causando una perdita di profitto nelle tasche degli industriali. Questi intendono correre ai ripari, utilizzando l’attuale maggioranza (che ne è effettiva espressione di classe) per diminuire le spese.Gli industriali non hanno posto solo la questione di una riduzione delle buste paga, ma anche una drastica riduzione degli oneri sociali che devono sostenere (il contributo per le pensioni) e che, poiché l’INPS avrebbe in questo modo meno soldi per pagare le pensioni, si costringano i lavoratori a lavorare per più anni (innalzamento dell’età pensionabile) per ridurre il numero di anni di godimento della pensione.Industriali e governo considerano tale provvedimento urgente anche perché la situazione è aggravata dal fatto che i lavoratori si sarebbero messi in testa di morire in età più avanzata.Cosa fare? Nell’idea di Governo, padroni e sindacati, il Tfr si propone così come una massa di denaro che potrebbe benissimo essere utilizzata per finanziare le pensioni integrative senza ridurre il potere d’acquisto dei salari diretti, creando gli spazi e le condizioni per andare poi a un pesante taglio del sistema pensionistico obbligatorio consentendo così agli industriali di risparmiare importanti quote di denaro che altrimenti dovrebbero versare agli istituti previdenziali. I lavoratori dovrebbero essere indirettamente costretti a fare questa operazione di autofinanziamento da un pesante ridimensionamento della pensione pubblica che la Confindustria (sindacato degli industriali) chiede si faccia in tempi ristrettissimi. La questione degli incentivi va collocata proprio nella medesima direzione: “premiare” il lavoratore che decide di continuare a lavorare oltre l’età pensionabile è una formula che va letta come un aut-aut: se vai in pensione ti diamo una pensioncina, se continui a lavorare e ad essere produttivo ti aumentiamo lo stipendio.Conclusioni: come cambierà la vita dei lavoratori? Da un lato vi sarà un aumento della disoccupazione e una precarizzazione del rapporto di lavoro dovute ai processi di modernizzazione degli impianti e dei macchinari (ristrutturazioni) finanziati coi risparmi provenuti dalla riduzione dei salari, e sul fronte delle pensioni, l’acuirsi della diseguaglianza tra chi avrà potuto crearsi un fondo integrativo (perché occupato) e chi invece dovrà accontentarsi di una miserabile pensione pubblica. Non esprimo che un giudizio implicito, lascio ai lettori la sintesi. Scegliamo da che parte stare, una volta per tutte: se crediamo nella dignità del lavoro e della persona, se pensiamo che dopo anni e anni di fatica e ladrocini salariali la pensione sia un diritto, boicottiamo con tutte le forze questo provvedimento governativo. Se crediamo che lavorare fino alla fine della propria vita per pagare i guadagni ai miliardari dell’industria sia la chiave della felicità, allora adeguiamoci e salutiamo quest’ottima idea come l’ennesima prova del “volto umano e solidale” del liberismo e della logica del profitto.
Analisi
di Marco MaschiettoSolo tre considerazioni sulla vicenda del crocifisso nelle scuole.
Primo: per l’ennesima volta risulta difficile, per noi occidentali, perdere l’abitudine di scambiare la parte con il tutto. Sulla Repubblica del 29 ottobre scorso Umberto Eco fa un elenco di paesi che hanno la croce nella bandiera – Svezia, Norvegia, Svizzera, Nuova Zelanda, Malta, Islanda, Grecia, Finlandia, Danimarca, Australia, Gran Bretagna – e conclude affermando che «la croce è diventata un simbolo universale». Sarebbe stato assai più convincente se avesse nominato qualche croce anche in qualche bandiera asiatica o africana, dopo tutto, anche questi continenti fanno parte dell’universo, anzi è lì che vive la maggior parte della popolazione del pianeta. Per di più, poche righe sopra troviamo un elenco analogo di paesi nelle cui bandiere appare la mezzaluna. Sono altrettanto numerosi e coprono almeno altrettanti esseri umani: Algeria, Libia, Maldive, Mauritania, Malesia, Singapore, Turchia, Tunisia. Ma questo non lo ha indotto a concludere che anche la mezzaluna è un simbolo universale.
Ha ragione, ma perché in un caso sì e nell’altro no? Forse perché i simboli universali non possono essere due, ce ne vuole sempre uno solo, e alla fine chi decide chi è universale e chi non lo è è chi dispone di più bombe. Ma non staremmo tutti meglio se tutti la smettessero di voler universalizzare la propria parzialità? E comunque: in quelle bandiere ci sono le croci, non il crocefisso. E sulla bandiera italiana non c’è è l’uno né l’altro.
Secondo: è estremamente difficile per il Vaticano riconoscere il limite fra ciò che appartiene alla sua giurisdizione e ciò che ne resta fuori. Leggo sempre sulla stessa “Repubblica” del 29 ottobre che l’Osservatore romano sentenzia: «la croce non ce la faremo togliere». Benissimo. Infatti nessuno vuole toglierla a loro, sono loro che vogliono continuare ad imporla a noi. Nemmeno Adel Smith propone di togliere le croci dalle chiese e dai conventi, o di negare a chiese e conventi il diritto di cittadinanza e il diritto di esporre liberamente quello che vogliono; e, a differenza dei francesi che vietano alle studentesse islamiche di indossare il chador, nessuno sta proponendo di vietare l’ingresso nelle scuole pubbliche a studenti cristiani che indossano spille o catene con croci e crocifissi. Il rispetto per la libertà, per la religione, per i suoi simboli, per la sua presenza nella cultura e nella storia di questo paese lo impone; ma qui si ferma.
Purtroppo quando il Vaticano dice «la croce non ce la faremo togliere» parla come se le scuole della repubblica fossero di sua proprietà. Sarebbe il caso che qualcuno gli ricordasse che le cose non stanno proprio così.
Terzo: dagli Stati Uniti noi imitiamo sempre il peggio e mai le cose più civili. Ora, nessuno può negare che gli Stati uniti siano un paese intriso di religiosità, certe volte troppo; tuttavia, negli Stati Uniti è strettamente vietata l’esposizione nelle scuole e negli uffici pubblici di croci o crocifissi o di qualunque altro simbolo religioso. Naturalmente, c’è chi non è d’accordo; ma a volte il principio va tenuto fermo anche contro l’immediatezza del senso comune. E la dicotomia fra Stato e Chiesa è negli Stati Uniti un principio che regge tuttora e non procura nessuna guerra di religione né accuse di intolleranza. Il dettato costituzionale americano non fu mosso da spirito antireligioso, ma dal riconoscimento del fatto che il paese era talmente religioso che vi esistevano già allora molte chiese diverse e spesso conflittuali fra loro, per cui l’esclusione dei simboli religiosi serviva a garantire i diritti di tutti, evitando che si potesse costituire nel paese una chiesa di stato a scapito delle altre.
È precisamente quello che avviene invece in Italia. In astratto, o nelle chiese, il crocifisso può esprimere valori spirituali e morali di grande importanza, ma la stessa dialettica usata dal Vaticano per esprimersi sul problema delinea in maniera chiara una volontà molto diversa: la sovranità suprema di una religione sopra le altre.
Approvare un atteggiamento di questo genere significa schierarsi dalla parte del torto, e non vedo perché proprio su questo dobbiamo prenderli a modello ed adeguarci sul modello dell’Arabia Saudita e non degli Stati uniti.
La mia croce
di MartinaCome spesso capita,mi trovavo a scambiare quattro chiacchiere con Fe (un mio caro amico, nonché il vostro rappresentante d’istituto). Da qui la sua allettante ma allo stesso tempo allucinante proposta:”Marty,mi fai un articolo per il giornalino d’istituto?”.Premetto,non avendo mai scritto neanche per il giornalino del mio istituto,non so davvero cosa ne uscirà,ma per un amico si fa questo e altro,e poi…tentar non nuoce!
Bene,eccomi qui! Ciò di cui scriverò potrà non essere capito o condiviso,prendetelo così,come un mio personale commento a una vicenda che,a parer mio,ha del particolare.
Sarò banale,ma la questione sul Crocifisso mi ha colpita parecchio. Sentita la notizia,non ci ho fatto particolarmente caso,”Solita questione,solito ed eterno problema delle società multietniche”mi sono detta.
Ma più ci pensavo,più la rabbia in me cresceva…involontariamente ed inspiegabilmente.Non capivo perché,non trovavo alcuna ragione valida a questo mio risentimento. Ma a poco a poco,più ascoltavo i tg e più leggevo notizie sul fatto,più le mie idee diventavano chiare:mi sentivo offesa!Come può un uomo qualsiasi,estraneo dalle nostre tradizioni culturali,pretendere di dettar legge nel nostro natale?..Follia!
Non si tratta solo di un personale attaccamento alla fede cristiana,si tratta soprattutto di un’offesa alla mia cultura,ai valori con cui sono cresciuta e in cui credo.Se il principio della convivenza è dato dalla tolleranza,il rispetto deve essere reciproco. L’Italia è da sempre uno stato cristiano,vi è la Santa Sede,ha certi simboli a cui è legata profondamente e, proprio questi simboli non possono essere cancellati da un momento all’altro da un uomo che si alza il mattino e decide di fare una rivoluzione in terra altrui.Sarebbe come se l’ospite che ricevo a casa pretendesse di sconvolgere il mio modo di vivere,dormendo di giorno e restando sveglio la notte,scombinando tutti i miei bioritmi…non sarebbe una cosa lecita,sbaglio? Il principio è lo stesso,io rispetto i loro culti se loro rispettano i miei. Questa è convivenza,non è utopia…è semplicemente la realtà.Se il nostro paese negasse la libertà di fede e fosse appunto intollerante nei confronti di altre religioni,non si avrebbero sedi di culto diverse da quelle cristiane,non si incontrerebbero donne con il volto coperto da un velo. Qui c’è libertà,ma libertà nei limiti del rispetto di chi ancora crede,libertà per quelli che ancora come me ritengono che il crocifisso sia un simbolo importante per ciò che rappresenta.
Le donne scoprono le gambe
di Paola PerissinottoCome ci vestiremo nel prossimo autunno-inverno?
Ogni estate qualunque donna si pone la solita e angosciosa domanda, e per un attimo il suo pensiero corre verso quel guardaroba che ogni 6 mesi tenta di rinnovarsi completamente. Un capriccio proprio dell’universo femminile? Forse, ma dopotutto solo le passerelle di Milano, Parigi, Londra e New York ci hanno insegnato come valorizzarci e anche in quest’ imminente stagione fredda.
Prima regola da seguire: bianco e nero, abbinamento opposto di grande eleganza che richiama gli anni Settanta, e torna nuovamente alla ribalta, dopo qualche stagione passata in ribasso. Il nero è presente ovunque: dalle camicie ai tubini ai pantaloni agli abiti di raso, di sera e di giorno. Ma anche nei tailleur strizzati, naturalmente accompagnati da tacchi altissimi, che porteremo sia di giorno, in ufficio, sia a un appuntamento elegante, dove chiunque potrà esprimere liberamente la sua femminilità, si presenta come l’ideale per tutte le donne e si appresta facilmente a mutare secondo gli accessori. Ma non ci dobbiamo dimenticare di un grande ritorno, quello rappresentato dalla camicia bianca, soprattutto quella maschile, in tutte le sue forme, che valorizza una donna imperiale, raffinata, e che mira all’esaltazione di se stessa. Un ingente abbinamento potrebbe essere quello fra pantaloni neri e camicia bianca da uomo, oppure gonna bianca e pull nero; oppure un accostamento fra T-shirt e jeans, quest’ ultimo che ritorna in gran forma con i classici pantaloni, giubbotti e blouson.
Seconda regola: ritorna il capo più amato di tutti i tempi dalla donna, la minigonna. Basta guardare un po’ in giro, le vetrine di tutti negozi la propongono nei colori più bizzarri e nei più variegati tessuti; quest’ inverno è un vero e proprio must, dal minitubo optical anni 60, al classico kilt in versione micro, fino al taglio svasato in tweed. Ma l’idea è di accostarla poi a collant coprenti a righe, a scacchi o secondo le più strane forme geometriche per creare uno spiccato effetto provocante e per allungarne la figura. L’imperativo per quest’anno è quindi mostrare le gambe e vestire la minigonna; gli stilisti l’hanno proposta come un segno di vitalità che rende moderno il glamour, un nuovo design che cambia le proporzioni e scandisce un ritmo diverso dell’abito. Le minigonne, svasate, ondeggianti, arricciate, seguono i movimenti, sottolineano con la loro brevità la costruzione disinvolta di giacche, camicie o T-shirt da abbinare, e diventa eccentrica per l’accostamento dei materiali,soprattutto pelle e velluto.
Terza regola: i colori. Oltre al bianco e nero avremo i soliti panna, crema, grigio, marrone e anche argento,ma questa volta accostati ai nuovi fucsia, blu elettrico,verde lime, giallo fluorescente e rosso fuoco, e nelle loro più svariate sfumature. Si ritorna agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: colori così appariscenti nei cappottini colorati, corti al ginocchio e di taglio asciutto e avvitato, negli abiti in tweed, nelle giacche aderenti, nei pantaloni attillati o fluidi, creati per donne vistose e anche un po’ snob.
Ma c’è un nuovo stile che sta emergendo negli ultimi tempi, lo stile dandy: verde sottobosco, rosso erica, ocra e marrone intensi sono le sfumature di camicie con collo a sciarpa e giacche di lana a righe;oppure tailleur a righe con pantaloni diritti e stivali al ginocchio, accostati ad un cappello vistoso calato sugli occhi, punto di forza in questo periodo; o mantelle scozzesi, tessuto che quest’anno sta spopolando, e pantaloni effetto “tappezzeria”.
Ma non dimentichiamoci di come dovremo vestire la sera, il più importante dei momenti della giornata per noi donne. Le passerelle hanno proposto vestiti impalpabili che rendono le donne sinuose, misteriose ed accattivanti, con l’uso di lucido raso, corpetti di velluto, accostamenti di giacca, pantaloni e gilet, con un esplicito richiamo al 1700. Una ricerca di sensualità anche nel turchese che si abbina al bianco nei tessuti lavorati a maglia e nel taffettà che va dal verde muschio al rosso, dal blu notte al fucsia. Ma per la notte il look impera sul seducente nero, con incroci di bretelle, intarsi, chiffon e profonde scollature.
Concludendo anche questa volta abbiamo ampia scelta: possiamo scegliere una donna un po’ semplice, un po’ dandy, un po’ vistosa, secondo la personalità, l’umore o addirittura i giorni. Il mondo femminile è sempre stato etichettato “schiavo della moda”, e a chi lo giudica così voglio rispondere che la maggior parte delle volte il nostro è un voler sognare, volerci togliere per un attimo la soddisfazione di poterci sentire meglio e migliori anche con quell’ abito o quel tailleur di Armani, Cavalli o Valentino che tanto ci ha colpito. Finchè è permesso viaggiare nella nostra immaginazione lasciatecelo fare, l’importante alla fine è restare se stesse.
Corri
di Alberto CereserIn un mondo sportivo in cui la sfera, proposta in tutte le salse, impera, mantengono un fascino inspiegabile quelle discipline in cui il protagonista vero è l’uomo nella solitudine del suo corpo, privo del supporto di sfere o cerchi. In un indefinito ovunque, lontano dai diamanti da baseball, dai parquet e dalle superfici erbose più o meno curate rizollate sintetiche, ognuno può avvertire in bocca un sapore simile a quello che probabilmente ha provato il primo uomo vedendo la propria orma impressa nel fango nella sabbia nella neve o in quello che era. Basta dedicarsi allo sport più antico di tutti: la corsa. Semplicissimo, basta muovere un piede dietro l’altro velocemente e respirare e riempirsi i polmoni del posto che si sta attraversando, dei suoi colori saporiti.
Ecco, la prossima volta che calzerete le vostre brave scarpe con il puntale di gomma all’insù allacciatele piano, giusto per pensare alla poesia che dalla strada vi entrerà dentro, risalendo dai piedi alla testa, regalandovi quella beata euforia che vi fa sentire, soli davanti a tutti, vincitori di chissà quale maratona, anche se siete solo su una strada silenziosa e ad applaudire la vostra performance c’è una folla di foglie pigre. Chiudete un attimo gli occhi prima di affrontare il vostro percorso preferito (che come si fa con gli amanti deve essere scelto con cura, in modo da limitare le delusioni), e ripensatelo nelle sue infime salitelle, nei suoi angoli ombrosi adorabili quando il sole scotta, nelle sue probabili pozzanghere. Poi partite, sgranando ancora una volta gli occhi vedendolo diverso _ma il sudore è sempre quello, e fa sentire terribilmente vivi