Una continua sorpresa, questo 2004. Tra le simpaticherie istrioniche di un centrodestra allo sbando e gli scivoloni continui (sulla nostra pelle) di tricicli, ulivi, antagonisti fasulli e reazionari mascherati, ci avanza addirittura tempo per incazzarci contro i nostri coetanei. Motivo scatenante: la settimana di San Valentino passata a consolare un amico “scaricato” dalla ragazza con la quale aveva condiviso gioie e dolori per un anno. E fin qui, nulla di strano: materia che sfortunatamente tutti conoscono piuttosto bene.
Mi ha dato invece da pensare la superficialità e la sciatteria con cui è finita quella storia, sulla quale non mi dilungherò, e sul modo in cui ne sono finite tante altre. La freddezza di quattro parole banali e affettate, la facilità a lasciare andare alla deriva una parte della propria vita mascherando la superficialità dietro un vuoto e piatto “bisogno di divertirsi”. Perché si svendono sentimenti? Perché spesso ci si illude? Ci ho pensato a lungo, prima di trovare la personale risposta nel solito implacabile termometro della nostra società, la televisione. Se l’avete acceso, l’infernale macchinario vi avrà senza dubbio massacrato a suon di film melassosi e sentimentali, di “San Valentino card” per messaggiare col moroso/a, baci Perugina e compagnia bella. Ricorderete Titanic e l’incasso pari al P.I.L. di mezza Africa: film mediocre, trama banalotta, cast sufficientemente belloccio per incantare gli/le adolescenti di mezzo mondo; ed è un apoteosi di entusiasmi. Tenendo a mente la regola aurea del marketing (“Diamo al popolo quel che chiede il popolo”) diventa relativamente semplice capire perché la società postmoderna dei consumi abbia così tanta paura della solitudine da portarci spesso a comportamenti superficiali con noi stessi e soprattutto con gli altri. In primo luogo, direi che l’individualismo e la solitudine esistenziale dell’Uomo vengono giorno dopo giorno esasperati da una società dove la dimensione collettiva è stata azzerata dai finti miti del “manager libero e autosufficiente”. Non viviamo più con gli altri: le riforme scolastiche di mezzo mondo mandano a casa i bambini dal tempo pieno richiudendoli nella solitudine di una Playstation; i valori giovanilisti ci vorrebbero rinchiusi in discoteche, macchine di lusso, abiti griffati per “cuccare”. Il silicone dilaga, perché da qualche anno ci insegnano che “la tetta” è come la prudenza: non è mai troppa. Insomma, come dire: guardami per quello che ho. Mandiamo segnali sexy, seduciamo, flirtiamo, scopriamo i nostri corpi, mandiamo messaggini colmi di esagerate e ipocrite dolcezze…e non ci innamoriamo più. Ed è normale che sia così: perché l’amore è rivoluzione, il Sistema lo teme e ci “combatte” inaridendoci dentro. Non si mandano più lettere profumate, rose rosse a casa, poesie, canzoni…ma si regalano ricariche per il cellulare, si parla tramite tastiere, ci si prende e ci si lascia secondo le abitudini da bravi consumatori. Non si guarda più a come una persona diversa possa arricchirci e migliorarci, ma si cercano inconsciamente le cose in cui la sua presenza ci potrebbe limitare nella nostra fantomatica “libertà”; e di questa paura di sprecare tempo, di mettersi in gioco, di cercare di capire l’altro è l’apoteosi del successo di un mondo finto, arido, solitario che sta conducendo l’umanità occidentale ad autoconvincersi di bastare a se stessa, di non aver bisogno di una spinta per cambiare e migliorare. E allora si butta: si buttano i sogni nel cassetto e le speranze di una vita diversa da studio-lavoro-televisione, sacrificando il proprio cuore sull’altare dell’egoismo che ci viene preparato giorno dopo giorno dal nuovo occidente globale e standardizzato, per il quale l’Amore è cosa troppo pericolosa. Perché Lor Signori hanno troppa paura di sapere che facciamo l’amore: sono troppo impegnati a fare la guerra.
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Marzo 2004
Amori … da buttare
di Marco ZamunerLa spazzatura del ventunesimo secolo
di Elisa PorcellatoSe il filo conduttore del Punto G di Marzo è la spazzatura, ecco che il mio primo articolo si adatta proprio bene, ed è già un miracolo se non sia stato cestinato…
Premesso questo, possiamo passare a parlare della mole di immondizia che ci circonda: infatti non esiste solo quella che ogni famiglia, o ogni industria, produce, spesso senza curarsi neppure del riciclo, ma anche una forma più recondita, celata al primo sguardo e per questo molto più pericolosa. Mi riferisco alla spazzatura televisiva, a quella dell’informazione, per arrivare a quella politica.
Ormai della stupidità di certi programmi che i mass media ci propongono, se ne stanno accorgendo un po’ tutti, anche se, devo ammetterlo, i palinsesti sono studiati davvero bene e molte volte attirano nel loro Palazzo di Atlante anche i più critici. Non mi riferisco solo ad “Amici”, alla principesca e irreale love story tra Costantino e Alessandra o, per citare spettacoli offerti dalla televisione pubblica, ad “Al posto tuo” e “La vita in diretta”, ma anche a trasmissioni che appaiono serie, sebbene in fondo non lo siano per nulla. Un esempio? Il programma che, a mio avviso, meriterebbe un oscar come miglior avvoltoio dell’anno, anzi del secolo: Porta a Porta. Bruno Vespa e il suo maledetto campanello che ogni volta interrompe gli interventi a lui “scomodi”, si nutrono delle disgrazie altrui per riuscire ad imbastire quelle due orette di discussioni che non portano a niente. Quando poi, per grazia di Dio, in Italia non accadono episodi come quelli di Cogne, di Novi Ligure o attentati, quale il recente a Madrid, ecco che si rispolverano argomenti ben più importanti, per esempio la riforma che il Ministro dell’Istruzione sta cercando di attuare. Deciso l’argomento da trattare, il caro Bruno comincia a convocare gli ospiti, è così che vengono invitati Berlusconi, la ministra Moratti e … quando Fassino chiede di partecipare gli rispondono che la part-condition è già assicurata. Da chi? Da un giornalista del Messaggero…

Non che le informazioni dei telegiornali siano migliori, ci mancherebbe… avete mai provato a confrontare un telegiornale con un giornale radio, ovviamente tralasciando gli estremi televisivi (tg4 e tg3) e confrontandoli con informazioni provenienti da stazioni radiofoniche serie (radio24 per esempio, sebbene sia di Confindustria)? Capireste non solo la manipolazione di certe notizie, che vengono sminuite drasticamente, ma anche la futilità di certe altre, a cui vengono dati maggiori spazi. Ormai non stupisce più se a Studio Aperto si parla anche di ciò che accade nella casa del “grande fratello”, o se nei telegiornali della Rai interi servizi sono dedicati al gossip.
Mi sembra ormai superfluo, visti i numerosi passi avanti compiuti dalla nostra Nazione, parlare della spazzatura politica, che, durante le campagne elettorali, magicamente si trasforma in uno strabiliante castello con l’unico difetto d’essere fondato in aria.
Se si va a guardare nelle nostre pattumiere di casa, come nei grandi contenitori che sono la televisione o internet, ci si accorge che la maggior parte del contenuto è formato da inutili imballi ed involucri che ricoprono, quasi a celare il loro scarso valore, quel po’ di sostanza che rimane nel nostro quotidiano.
Che parto difficile…
di Marco MaschiettoBisognerà discutere, se vogliamo ristabilire al più presto decenti regole di convivenza civile, gli ambiti di competenza del legislatore, le materie su cui il potere legislativo è abilitato ad esercitare la sua funzione. Non su tutto sicuramente. Non sicuramente su ciò che attiene la sfera delle scelte di vita, dei comportamenti sessuali, dei desideri, degli orientamenti culturali di uomini e donne. In questi ambiti la legge non può prescrivere proprio nulla, perché si tratta di materia sottoposta strettamente alla responsabilità delle persone, al loro diritto di autodeterminazione.

Piuttosto la legge può intervenire ad offrire strumenti di appoggio, può o deve aiutare i soggetti che lo chiedano a districarsi tra i dilemmi e le contraddizioni delle loro scelte. L’unico obbligo che compete alla legge è quello di tutelare i diritti violati, proteggere i soggetti deboli. Insomma tutto il contrario di quanto è avvenuto con la legge sulla fecondazione assistita, frutto avvelenato di un processo legislativo già avviato irresponsabilmente dalla sinistra e portato da poco a termine dall’attuale governo.
La discussione sulla fecondazione assistita è da sempre incappata nelle trappole bipartisan degli integralisti nostrani, ovvero quel variopinto schieramento di persone che in nome dei loro principi etici di stampo vaticano pretendono di entrare nelle vite delle persone e stabilirne regole morali e comportamentali. Questi si ritrovano insieme non solo ad esternare il loro pensiero, il che è del tutto legittimo, ma a decidere per tutti.
Adottare un figlio, ci dicono questi signori, è più etico di metterlo al mondo ricorrendo alle tecniche della procreazione assistita; farsi aiutare da un donatore per l’inseminazione è addirittura un peccato mortale. Insomma non licet, come se anziché in un’aula parlamentare si stesse discutendo nella sala d’attesa delle udienze papali.
La legge sulla procreazione assistita non è soltanto misogina, oscurantista e crudele.
Non è soltanto ipocrita, perché alimenta il turismo procreativo per quanti avranno i soldi per andare in Paesi meno asfissiati dall’incombenza della santa romana chiesa.
È una legge che mette in discussione i principi che fondano lo stato democratico.
La separazione dello Stato dalla Chiesa, il carattere laico delle istituzioni, l’uguaglianza nelle differenze dei cittadini, il rispetto del principio di responsabilità, il valore della ricerca scientifica e via discorrendo, costituiscono un vincolo a priori, l’unico che renda legittimo il potere legislativo.
Siamo arrivati al sopruso del legislatore, ed è legittimo disobbedire.
È assolutamente necessario salvaguardare lo stato da qualsiasi tentativo di anteporre alla laicità delle istituzioni il primato dell’etica cattolica.
Perché, allora, allarmarsi tanto per la diffusione degli integralismi altrui se non si vede che la pretesa di assoggettare il Parlamento ai diktat di un’etica cattolica si configura come un’evidente manifestazione di integralismo nostrano?
La libertà di coscienza non centra niente. Diventa solo il cavallo di Troia non per difendere un proprio punto di vista etico, ma per imporre quel punto di vista a tutto il paese, a migliaia di donne e uomini, di donne soprattutto, che a partire da un altro senso di responsabilità etica, realizzano la propria vita, le proprie scelte, i propri progetti.
Tutto ciò è insopportabile, ipocrita oltre ogni limite, è spazzatura.
Pace sì e comincio Io
di Chiara Dal BiancoPunto G.. “diamo voce agli studenti”. Senza dubbio ottima idea! Il 12 febbraio 2004, all’uscita di scuola, ne ricevo una copia, leggo… trovo ricalcate in alcune parti ironia politica, denuncia di fatti attuali, condanna dell’uno o dell’altro partito: è questo che noi studenti, o meglio noi giovani laboriosamente produciamo? Mi chiedo: perché coloro che tanto sbraitano sventolando bandiere della PACE sono i primi a calunniare, ironizzare, condannare qualsiasi proposta trovando sempre e comunque qualcosa da ridire? Non è forse anche questo un inno alla guerra? La critica, a mio avviso, è utile se costruttiva! Perché invece di scrivere di guerra, ironia politica e calunnia non parliamo di cosa possiamo fare noi giovani per costruire un futuro migliore. Perché invece di limitarci a denunciare non ci rimbocchiamo le maniche e agiamo? Troppa fatica? Wow… che bella generazione!
Dove sono tutti quei giovani che in silenzio mettono a disposizione il loro tempo, le loro mani, il loro ingegno per aiutare il prossimo, per costruire mattone dopo mattone un mondo nuovo dove finalmente la PACE trionfi? Sono milioni quei giovani e scelgono di non ostentare, denunciano i mali universali nelle piazze, nelle conferenze e AGISCONO!
Io cerco di essere uno di quei giovani, nelle piccole cose presto attenzione ad azioni banali che possono salvare la vita alle 30.000 persone che muoiono di fame ogni giorno (una ogni 3 secondi)…
Questo dovrebbe essere l’orgoglio dei giovani, la meravigliosa unione tra speranza, solidarietà, amore e perdono! Solo se questi diventano i capisaldi della nostra vita potremmo camminare a testa alta e avere la presunzione di dire: “io faccio qualcosa”. C’è chi trova questa dimensione nella fede religiosa, chi si ispira a personaggi famosi per la loro opera di PACE..i modelli sono tanti, l’obiettivo è uno!
Tra le pagine del nostro giornalino dovremmo leggere PACE, PACE, PACE…ci vuole poco;basta un sorriso in più ed un insulto in meno, una mano tesa e una bestemmia trattenuta! Il nostro slogan dovrebbe essere: Pace sì e comincio io! E vorrei poter togliere tutti questi congiuntivi potenziali latini e vi assicuro che è molto più facile di quello che crediamo. Recentemente ho vissuto un’esperienza, non è la prima e non sarà l’ultima, che ha rafforzato le mie convinzioni e che voglio condividere con voi: ho trascorso qualche giorno all’Arsenale della Pace di Torino, gestito dal SERMIG (servizio missionario giovani). Mai e poi mai avrei creduto che tante persone si dedicassero al volontariato, un’associazione (tra le più grandi al mondo) che si autofinanzia con la solidarietà della gente; nata nel 1964 per mano di un umile ma grande uomo, Ernesto Olivero, che opera nelle più svariate situazioni, dalle strade di tutto il mondo alle carceri italiane. Una rete di amore e PACE che lotta ogni giorno con l’indifferenza e l’arroganza, con il consumismo e l’economia devastante, che sfama migliaia di nostri fratelli dimenticati, che giorno dopo giorno piega le lance di una società cieca e ottiene piccoli cambiamenti che trasformeranno il volto della storia. SERMIG: apartitico apolitico perché solo così può essere universale, religioso sì ma senza imposizioni e aperto a qualsiasi ideologia. “La Pace è possibile e per questo doverosa” ha detto il Santo Padre in udienza con i Giovani della Pace del SERMIG il 31 gennaio a Roma. Non ci è chiesto di mollare tutto perché pochi lo farebbero. Nei rapporti tra persone, tra gruppi, tra nazioni è proposta la reciprocità che è non ritenere degno di minore rispetto e dignità infedele o nemico, chi ha una filosofia di vita, una cultura, un credo diversi. E’ operare affinché, in ogni angolo del mondo, ad ogni uomo, siano riconosciuti i medesimi diritti e richiesti i medesimi doveri. Reciprocità è anche ribaltare il classico rapporto di dipendenza tra chi dà e chi riceve, in vista di un rapporto alla pari, dove il ricevere porta alla restituzione e il dare non mette automaticamente in una posizione di superiorità.
Nell’ingresso dell’Arsenale della Pace torinese un muro sbrecciato recita a grandi lettere: “LA BONTÀ È DISARMANTE”.
Armiamoci di questo non di degradante ironia e limitata denuncia.
Spagna: si volta pagina o si cambia libro?
di Marco ZamunerL’undici marzo la Spagna di Aznar risuonava di una drammatica esplosione che ne avrebbe cambiato per sempre la storia: 201 morti e 243 feriti, un’odiosa apocalisse di morte e distruzione di vite innocenti. La risposta popolare non si fa attendere, e alle elezioni il Partito Socialista Operaio di Zapatero diventa maggioranza nel paese. Questi i fatti: sta al nostro senso critico vestirli di riflessione. La svolta a sinistra dei cugini latini non può e non deve a mio avviso galvanizzare i progressisti e i democratici d’Europa. Credo sia fondamentale rendersi conto di come il fallimento dei conservatori vada addebitato più al fallimento della politica di guerra e al pasticcio dei servizi segreti che ad una improvvisa e cosciente adesione ai programmi della sinistra. Come dire: i conservatori sono stati cacciati perché bugiardi e inefficienti, non perché il popolo abbia aderito a un programma di riforma sociale ed economico delle sinistre,che in realtà, come in Italia parlando di lista Prodi, ne erano assolutamente sprovviste. Per quanto riguarda il punto di vista che mi appartiene, quello della sinistra radicale, le elezioni spagnole risultano un fallimento. Un fallimento che va al di là della freddezza dei dati statistici che hanno visto l’Izquerida Unida (unione delle forze della sinistra radicale) perdere quattro seggi rispetto alla scorsa consultazione; l’affluenza dirompente dei voti ad un annacquato PSOE dimostra il netto rifiuto delle politiche guerrafondaie ed imperialiste, e questo sarebbe in sé un dato positivo. Meno positiva è invece la drammatica mancanza di idee della sinistra moderata europea, bravissima quando si tratta di cogliere demagogicamente l’insoddisfazione popolare verso le destre, molto meno brava a tradurre in materiale tangibile il bisogno di una scuola pubblica e laica per tutti, di politiche di sviluppo sociale, di sostegno alla disoccupazione e al precariato, di un welfare più umano, di politiche ambientali rigorose ecc ecc. Le forze che stanno a sinistra dei socialdemocratici stanno lavorando da anni coi movimenti a programmi estremamente evoluti, che tendono a fare proprie la maggior parte delle istanze della società civile: lo sviluppo sostenibile, il terzo mondo, il lavoro, la pace… eppure vengono sistematicamente batostate alle elezioni, che vedono la vittoria di partitoni liberaldemocratici che puntualmente durano una legislatura e finiscono nel dimenticatoio…per venir rapidamente rincalzati da nuove destre reazionarie vestite di progressismo liberista. Per portare la lezione al caso italiano: prima di esultare per una vittoria del triciclo DS- Margherita-SDI che manderebbe a casa Berlusconi, ci si preoccupi di sapere con quali programmi e con quali intenzioni i bravi D’Alema, Fassino e compagnia si insedieranno in parlamento. Se lo faranno con il moderatismo tragicomico del primo tentativo ulivista, finiranno per scontentare trasversalmente una maggioranza interclassista di cittadini, e lasceranno nuovamente campo a una destra riorganizzata. Un occhio bene aperto all’evoluzione della situazione spagnola è perciò fondamentale: ci permetterà di capire molto del futuro politico di un’Europa ora più che mai bisognosa di cambiare veramente libro. Non solo una pagina.
Diserto la guerra permanente
di Marco MaschiettoDov’è la guerra? Ovunque!
Quando finirà? Mai.
Questo non è uno scambio di battute rubate al teatro dell’assurdo, ma piuttosto e purtroppo una constatazione banale.
La guerra del terzo millennio è diventata globale forzando i confini dello spazio, ma ora travolge anche quelli del tempo.
Le bombe, le rappresaglie, le azioni di guerra non conoscono soluzione di continuità.

È la guerra permanente che non risparmia nessuno: civili, missionari di pace, missionari di guerra, talvolta distinti fra loro solo da un labile confine.
Siamo ormai abituati a vedere lo stillicidio post-bellico come una spirale, come un micidiale rincorrersi di sanguinosi atti di terrorismo alternati da interventi militari, da crimini alternati da rappresaglie.
Ma c’è qualcosa di più e di più inquietante. La guerra permanente non è più uno strumento di risoluzione delle crisi, un sanguinoso intervallo tra condizioni di relativo equilibrio, ma un elemento stabile dell’ordinamento politico stesso, uno strumento di governo, un principio costituente.
Non più solo prosecuzione della politica con altri mezzi, ma costituzione materiale dell’assetto globale.
Ma se la guerra ordinata da più o meno legittimi sovrani ha perduto ogni carattere di eccezionalità, altrettanto accade al terrorismo, che ne sia causa, bersaglio, conseguenza o parte, o tutte queste cose assieme.
La strage terroristica che nel passato aveva rappresentato un culmine, un fatto straordinario e straordinariamente percepito, un segno destinato a durare nel tempo, è diventato, in altre parole, non più un boato che sovrasta e ammutolisce la voce della politica, ma questa voce stessa; il terrore esercita controllo sociale, crea gerarchie, ordinamenti, morale e immaginario, condiziona i comportamenti, i sentimenti, le idee.
È propaganda politica che produce morte e morte che produce propaganda politica in una infernale coincidenza di comunicazione ed azione.
È il rovesciamento mostruoso di ogni possibile principio di democrazia.
La guerra permanente è una forma della politica che va rimodellando le nostre vite quotidiane secondo lo schema della minaccia e della protezione, tanto più indistinta la prima quanto più indiscriminata la seconda.
La retorica patriottica tanto declamata, che ha sfiorato la terribile esaltazione del “pro patria mori”, è interamente prigioniera di questo universo simbolico.
Si dice, anche a sinistra, che abbandonare il campo in Iraq sarebbe una sorta di diserzione. Ma a volte è proprio la figura ambivalente del disertore, libera da ogni potere, che siamo debitori della salvezza e della libertà.
È infatti questa figura, persino nelle sue espressioni più egoistiche, a segnare il confine tra ciò che si può chiedere e ciò che chiedere non si può, a porre un limite umano all’ideologia, alla lealtà e perfino alla fede.
Democrazia: la forma di governo perfetta?
di Haro De GrauwQui in Occidente ci insegnano a vedere la Democrazia come forma di governo ideale. In un sistema democratico, il popolo ha il potere: non c’è alcun dittatore o monarca opprimente, c’è la libertà di stampa, eccetera eccetera. Tale sistema potrebbe aver funzionato laddove è nato, nelle poleis greche, che di rado superavano le poche migliaia di abitanti; ma quando la democrazia fu applicata a sistemi ben più estesi e complessi quali le attuali nazioni, con decine di milioni di abitanti, divenne “rappresentativa” e le cose si complicarono.
Il Popolo non prende più le decisioni: semplicemente sceglie chi le prenda per esso. Nella maggior parte delle nazioni si sta sviluppando oggi un bipartitismo: capitalisti e socialisti (con rispettivi moderati ed estremisti) o repubblicani e democratici. Ma ognuno di noi vede le cose a modo suo: come può uno pretendere che il governo da lui scelto lo rappresenti in tutto e per tutto? Il mero fatto che il tuo governo sia, per esempio, “di sinistra, come te”, non garantisce che prenderà le stesse decisioni che prenderesti tu. Qualunque decisione che non riguardi lo scontro tra il sistema capitalista, quello keynesiano e quello marxista è preso da un governo che non è rappresentativo della popolazione. E si è visto con la “spaccatura” dei partiti al voto della legge sulla fecondazione assistita: infatti non può esistere un partito politico che rappresenti uno qualsiasi di noi se non parzialmente.
Inoltre, una nazione democratica non prende in considerazione le conseguenze a lungo termine delle sue scelte. Nel Medioevo, per fare un esempio banale, un monarca saggio avrebbe messo da parte risorse in un tempo di benessere, per non restare senza in tempi peggiori. Un governo democratico che facesse ciò sarebbe condannato per “rubare soldi ai cittadini”, per poi essere sopraffatto dal partito opposto alle successive elezioni. Il quale nuovo governo avrebbe poi speso subito tutto. Non è solo teoria: il crollo del sistema pensionarlo italiano ne è un tragico esempio.
Pertanto è quasi impossibile prevedere cosa farà un governo democratico, e non ci si può certo aspettare che si preoccupi troppo del benessere del cittadino. Talora poi un governo è difficile da rimuovere dopo essere stato eletto, anche quando prende decisioni che vanno contro il volere dei cittadini. L’Onorevole Berlusconi è stato eletto dopo che ebbe promesso di dare di più a tutti (gli anziani in prima fila), migliorare tutto, potenziare tutto e ridurre le tasse al tempo stesso. Una clamorosa contraddizione in termini che è passata inosservata. E adesso eccolo là, odiato da tutti ma irremovibilmente Presidente del Consiglio.
Come scrisse Massimo Fini nel suo articolo “La RAI, ente di Stato occupato dai partiti” sul Gazzettino del 30-01-2004, “La democrazia liberale e rappresentativa, quella che si è affermata in Occidente e che viviamo, non è una democrazia. È un sistema di oligarchie oppressive come se ne sono visti tanti nel corso della Storia. Oligarchie che schiacciano il singolo, l’uomo libero, quello che non accetta di infeudarsi, cioè proprio quell’individuo di cui la democrazia, nata nel solco del pensiero liberale, dovrebbe esaltare potenzialità, capacità, meriti, se esistesse davvero, e che invece ne diventa la vittima designata e impotente. […] È solo una delle tante forme, forse la più subdola, che nella Storia ha preso il potere oligarchico.” Parole sante.
Alcuni propongono, come alternativa, l’anarchia, totale o parziale. Altri, il Comunismo, che però ha largamente dimostrato la sua debolezza su alcune pagine oscure della storia dell’Europa dell’Est. Personalmente ritengo che il potere legislativo debba essere restituito alla popolazione, ora che i mezzi informatici permetterebbero frequenti referendum; e lo Stato dovrebbe occuparsi il meno possibile dell’economia, in modo da permettere agli individui di vivere le proprie occasioni economiche in piena libertà, rendendo allo stesso tempo le cariche pubbliche meno appetibili agli assetati di potere. Ma è solo il parere mio; voi come la vedete?
Il Giro d’Italia in chiave rock
di Paolo ZaninUscito verso la fine del 2003, “Giro d’Italia” è l’ultimo album di Luciano Ligabue e si presenta come l’ennesimo successo del rocker emiliano. In cima alle classifiche da oltre due mesi, “Giro d’Italia” delinea la maturazione artistica di Ligabue come musicista ed offre, oltre ad un vasto repertorio di successi, nuovi arrangiamenti e sonorità acustiche. Due CD (tre nell’edizione limitata) per un totale di un’ora e mezza (due ore e mezza scarse nell’edizione limitata) di canzoni e d’emozioni. Il singolo d’esordio, -“Piccola stella senza cielo”- che ha preceduto l’uscita dell’album, è accompagnato da un video ambientato nella suggestiva cornice di Venezia privata per l’occasione della sua acqua e dove gondole volanti trasportano la giovane protagonista in giro per la città. Nato da una lunga tournée (svoltasi nell’arco dell’intero 2003 e che ha visto alternarsi performances acustiche nei teatri a concerti veri e propri nei palazzetti) che ha visto la sua anteprima a “MTV Supersonic”, il live semi-acustico di Ligabue vede la partecipazione di personaggi d’eccezione, come Stefano Facchielli degli Almamegretta, Mauro Pagani al violino, e di D-Rad al loop e all’elettronica. Il CD1 si apre con uno scroscio d’applausi –che anticipa le note di “Piccola stella senza cielo” e contiene il singolo “Tutte le strade portano a te” (nelle radio da alcuni giorno e tratto da “Fuori come va?”). “Sogni di rock n’ roll”si distingue per gli accordi iniziali e finali del basso di Antonio “Rigo” Righetti; “Il giorno di dolore che uno ha” è accompagnata, invece, da sola chitarra. “Giro d’Italia” è un live acustico che non disdegna dell’elettronica: l’esempio più appariscente è “Vivo morto o X”; il CD termina con un Ligabue soddisfatto: “Va bene! Vi siete meritati una bella pausa di dieci minuti: ci vediamo fra poco”- dice il cantautore emiliano. Il CD2 si apre con le note del piano di Fabrizio Simoncioni in “Voglio volere”, prosegue con le chitarre melodiche di Mel Previte e Fede Poggipollini che si alternano negli assoli e nei ritmi serrati di “Baby è un mondo super” e “Tutti vogliono viaggiare in prima”, nella quale emerge anche la batteria di Roby Sanchez Bellati. Chiude “Tra palco e realtà” che, a differenza dalla versione originale -fatta di travolgenti sonorità rock-, è spogliata di ogni aggiunta ed è accompagnata solamente dalla chitarra e dalla voce di Luciano. Il CD3 raccoglie, oltre ad otto canzoni, tre tracce nelle quali Ligabue ‘fa sentire la propria voce’, attraverso un racconto di ordinaria e sorridente quotidianità, una denuncia sociale e una poesia. In particolare la traccia sette, nella quale l’artista denuncia l’attuale situazione politica, sociale, ed economica del nostro pianeta, precede le toccanti parole di “Il mio nome è mai più”, canzone scritta assieme a Jovanotti e Pelù durante la guerra in Kosovo. “Giro d’Italia” rappresenta, quindi, per Ligabue più che un punto di svolta, un momento di riflessione che trova la sua migliore concretizzazione nell’essenza che egli ha saputo ritrovare in così tanti grandi successi. In un’intervista apparsa su Repubblica del 02/02/2004, rispondendo alla domanda “E secondo lei come deve essere una canzone?”, Luciano risponde: “Popolare e diretta. Mi son sempre irritato quando sento parlare di canzoni elitarie. Per me è un controsenso. Il linguaggio della canzone deve essere semplice, cosa che non ha niente a che vedere con la banalità”. E questa è la sintesi migliore di “Giro d’Italia”, album che lo ha riportato nuovamente alla ribalta e in vetta a tutte le classifiche di vendite e di ascolti.
Grazie Pirata
di Federico De PiccoliSulle salite sembrava un angelo con la faccia rabbiosa, una bandana in testa, la maglia gialla, la scritta Mercatone sul petto, la smorfia di dolore che lo accompagnava per ogni chilometro di strada che macinava… un angelo che scalava i monti più impervi tra due ali di folla adorante che si aprivano e richiudevano al suo passaggio…
Il pirata ci ha lasciato, non potrà mai più regalarci quelle forti emozioni del ’98 quando ha inciso il suo nome accanto a mostri sacri del ciclismo del calibro di Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain vincendo Tour de France e Giro d’Italia nello stesso anno.
Nella mia mente perÚ non potranno essere cancellate le immagini delle lotte con Tonkov e Ullrick, della Parigi che accoglie il Pirata lungo i Campi Elisi, il suo pizzetto biondo, la sua bandana, le lacrime versate nel 2003 in mezzo alla neve, la faccia sconvolta di Madonna di Campiglio, le sue orecchie a sventola e soprattutto quel suo volto ospite di una maschera di dolore e voglia di soffrire.
Non me la sento di ricercare i perché o i come della sua scelta di chiudere con la vita oppure chi o che cosa lo hanno distrutto interiormente, mi sento invece il dovere di ringraziarlo con un piccolo gesto: poche righe che spero possano aiutare tutti noi a ricordarlo, a rimpiangere la perdita di un campione e ancor prima di un uomo che ci ha donato tanto…grazie di tutto Marco!
Piccola biblioteca erotica femminile
di Vera MalisaniIn un mondo come quello di oggi in cui l’azione e il mondo del web si dicono essere prerogative maschili, beh…allora la parola, la sensibilità e la capacità di considerare i sentimenti anche negli atti più fisici o materiali sono sicuramente attitudini femminili!
Sarà che per le donne il sesso passa dall’intelletto, dalla fantasia e quindi è più facilmente assimilabile alla parola scritta; sarà per rivendicare il diritto a una sessualità (e a un suo discorso) soffocata da secoli… il fatto è che l’arte di scrivere racconti erotici è diventata una pratica quasi esclusivamente femminile.
On line si parla di un vero e proprio boom di narrativa piccante, dove il 70% dei suoi autori è composto da donne.
Questo recupero di una corporeità tutta femminile comincia nel secolo scorso, con autrici oggi entrate nel pantheon dei “classici” ma la cui personalità sconvolse il “benpensiero” dell’epoca. Donne come Colette, Anais Nin, Nell kimbal hanno saputo interpretare e dare vita ad un genere che oggi è tanto amato da essere declinato in tutte le salse, da abili scrittrici senza peli sulla lingua, da Alina Reyes, a Almudena Grantes, fino alla rivelazione letteraria dell’anno, Melissa P..
Colette, nel suo ” il puro e l’impuro”, scrive di una Parigi agli inizi del‘900, tra caffè, fumerie d’oppio e ambienti bohemien; tratta di “quei piaceri che chiamiamo, alla leggera,fisici”. Presenta il sesso come una chiave d’eccezione per meglio conoscere se stessi e l’animo dell’uomo, comunica, con somma eleganza, quella tensione del pensiero che si chiama erotismo.
Anais Nin, ne “Il delta di Venere” si concentra sul sesso lasciando perdere la poesia e scrive “Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’ estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino.”
Nell kimball racconta le sue esperienze di prostituta e di tenutaria di bordelli nel quartiere a luci rosse di New Orleans in “memorie di una maitresse americana”; qui fa tesoro dei consigli della zia Letty «ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa». Definirlo un libro erotico è limitativo, si tratta di un romanzo saggio e gioioso, che ci sprofonda in una New Orleans vivace e fosforescente, tra bordelli, velluti, e musica jazz.
Quando Alina Reyes parla di “carne”, ne “il macellaio”, la parola è densa di significati… e di scontante analogie: carne per i quarti di bue appesi nel negozio, carne quella del corpo del macellaio; poi ci sono le carni della protagonista («…le mie carni, di me che sentivo il fuoco tra le gambe alle parole del macellaio»), che si unisce in rapporti carnali con il succitato macellaio. Decisamente pulp nei contenuti, il libro-scandalo di Alina Reyes si legge d’un fiato ma..Sconsigliato alle vegetariane!!
Melissa p. in “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”, racconta le sue esperienze erotiche di adolescente. Melissa, siciliana, ha sedici anni ma non risparmia le tinte forti: dalle orge con gli sconosciuti ai rapporti omosessuali e sadomaso. Il risveglio sessuale di una giovane donna, una ricerca vorace e disinibita, un’idea vaga dell’amore, un muro di solitudine. Deduce la ‘sua verità’ fin dal primo rapporto: gli uomini non desiderano gustare l’essenza, non sono in grado di amare prescindendo dal corpo. E le donne?
È questa una bibliografia essenziale, in fieri, dedicata a chi è disposto a spegnere la tv e a scoprire, nelle fredde serate invernali, che esistono libri che emanano più calore tra le mani che nel caminetto!
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di Alberto CereserLa valigia è diritta, pronta a partire con il suo serbatoio pieno di calzini ciabatte libri da leggere se per caso si sta male. Desidera da tempo essere spinta sulle sue rotelle ballerine verso la pancia di un autobus anonimo, per stare qualche ora vicina ai sacchi di chi ha condiviso per anni qualcosa con il suo padrone. Qualcosa come sentirsi chiamati per cognome da della gente che pretende il lei, qualcosa come chili di bile spesi in cavalcate a passo di carica contro i mulini a vento dell’ottusità degli adulti _che disillude un po’ troppo_, qualcosa come qualche sospiro condiviso ogni giorno, i diaframmi fremono in sintonia. Chissà dove andranno a finire quelle borse tra uno dieci anni, quali inaspettati tappeti di asfalto si srotoleranno per essere baciati dalle suole di chi le stringe con mano sudata o forse gelata, nonostante i guanti. Chissà se invecchiando si cresce o si diventa solo spazzatura.
La valigia queste cose non le sa e rimane silenziosa, diritta sulle sue giunture da poco prezzo, memore dei suoi antenati chiusi da un giro di spago e malinconia, non da una comoda zip. C’è che domani mattina deve andare. Deve partire, mollare il suo comodo nido in soffitta (adora stare tra la vecchia cuccia di Braco e la chitarra rotta), cercare di avere il coraggio di seguire la gazzella più veloce. Che non è l’ultimo raggio del sole al tramonto ma l’essenza indelebile che si porta dentro, e non ha il coraggio di ascoltare. C’è che i fiori non possono far finta di non saper sbocciare (non uccidete i fiori!), servono più petali per la prossima primavera.
Un po’ troppo rossa
di Haro De GrauwMi chiedo cos’abbia trattenuto i 700 studenti del Galilei, con alcune sporadiche eccezioni, dall’essere a Roma il 20 Marzo. La partita a pallacanestro, la contrarietà dei genitori, l’ignoranza (in senso stretto)…? La manifestazione era per la Pace, ideale che vorrei sperare che sia condiviso da tutti. Nondimeno la nostra mi pare fosse di gran lunga la scuola meglio rappresentata, tra quelle di San Donà.
Una breve cronaca. Partiti circa le due della notte di venerdì, arrivammo in centro a Roma stanchi e indolenziti attorno alle otto, dopo una notte di dissertazioni fisiche più che di riposo (sapevate di essere vuoti? chiedete a Maschietto!). Tra le otto e mezzogiorno abbiamo girato un po’ per la città: Quirinale, fontana di Trevi, per poi cominciare la manifestazione verso l’una in piazza Barberini. Eccetto il momento stressante dell’angolo di Via Cavour in piazza Cinquecento, dove si avanzava di un metro ogni dieci minuti, il corteo sfilò tranquillo dall’Esquilino ai Fori, all’Altare della Patria fino al Circo Massimo. Lì picnic di massa. Ritorno alla corriera a piedi, la metropolitana era gravemente sovraffollata. Un consiglio: la prossima volta chi va vada in treno, che si dorme meglio.

Peccato dell’incidente Fassino, ipocrita manifestazione di violenza. Certo che un po’ avevano ragione, però…!
Le immagini dei TG di domenica non rispecchiavano troppo oggettivamente l’aspetto del corteo: a Roma a tratti pareva più una manifestazione proletaria che una pacifista, cosa abilmente occultata (bene). Il nostro Subcomandante godeva come un porco: camminava silenzioso con gli occhietti luccicanti e ogni tanto si lasciava sfuggire un
“Aaah, siamo una superpotenza!” o un “Guarda che massa proletaria…”. Altri, come il sottoscritto, erano meno contenti, a sventolare una bandiera arcobaleno tra cento bandiere Rifondazione e CGIL. Ma che ci vuoi fare?
In merito vorrei chiarire una cosa: il Capitalismo e il Pacifismo non sono due cose inconciliabili. Oggi la Sinistra tenta di monopolizzare la Pace, facendo credere che capitalista=guerrafondaio, il che è clamorosamente falso. Il Pacifismo non è una cosa di destra o di sinistra, è una mera questione di civiltà. Mi siano testimoni la contrarietà alla guerra di Chirac e la partecipazione, invece, di Blair. Per non parlare di D’Alema in Kosovo…
In piazza per un altro mondo
di subcomandanteLo spettro della pace oggi è ritornato a farsi sentire.
Siamo un milione qui a Roma, centomila a Londra, decine di migliaia nelle piazze spagnole, francesi e americane.
Dati che sono indice di un rifiuto totale e radicale della logica della guerra preventiva e permanente come risposta al terrorismo, baluardo della politica estera delle “super potenze” mondiali.
Dovranno stare attenti d’ora innanzi, lor signori, che qui fuori c’è una super potenza pari alle loro, una super potenza colorata, pacifica e sognante.
Un coagulo di etnie, culture, carnagioni, menti, idee fuse tra loro per il bisogno di pace.
E poco importano i vari Fassino, Rutelli, Borselli ecc… i protagonisti oggi siamo noi.
Loro che non si rendono conto del gap che hanno creato fra i vertici e la base, loro che sono ipocriti, loro che considerano giusta una guerra, loro, almeno oggi, sono stati messi in secondo piano, sono stati sommersi dalla pace.
E sfilano le facce felici della gente, e scivolano le bandiere e gli striscioni, e risuonano a ripetizione gli slogan, e si sgolano le trombe delle bande improvvisate, e si sente sulla pelle che oggi è un altro mondo.
Mi guardo attorno e vedo che gli occhi della gente sono stanchi di vedere morti, sono stanchi di vedere la contrapposizione sistematica di violenza a violenza, di barbarie a barbarie, sono stanchi di questo circuito perverso del terrore.
E così urliamo forte, una voce che unifica guerra e terrorismo, un grido che si oppone alla violenza degli apparati militaristici, una speranza di un mondo migliore.
E mi vien da dire che è iniziata una rivoluzione contro la guerra, e non mi sbaglio poi di molto.
Un movimento che non sta più al gioco, che non porge l’altra guancia, ma esige un cambio di cultura.
Arrotolo la mia cara vecchia bandiera, finisco il bicchiere di vino e chiudo gli occhi.
Sono sereno, abbiamo sconfitto la guerra.