Punto G.

Rivista giovanile di cultura e critica sociale



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Aprile 2004

Un’associazione culturale di cervelli

di Marco Maschietto

La stampa “clandestina” a cui siamo stati (fortunatamente) costretti si incepperà ben presto ed urge porgere rimedio per la salvaguardi della continuità del progetto.
Lo sguardo in questo numero si è spostato al futuro, anche al nostro, ed è un dovere pensarci er non uccidere tutto in un attimo, per evitare che questo PuntoG divenga una farfalla che vola sì in alto, ma che ha una vita effimera.
Se vogliamo tener fede agli scopi e agli obiettivi proposti quando il PuntoG aveva ancora una forma embrionale, dobbiamo necessariamente continuare ad oltranza.
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Dobbiamo continuare a “sbagliare”, a schierarci dalla parte del “torto” a lanciare delle mazzate propedeutiche, delle martellate didascaliche, delle botte di libertà. E chissà che qualcuno, là in alto, capisca che il potere è una brutta bestia e che le cose si cambiano anche senza impossessarsene.
Con le nostre serene ed appassionate critiche, proposte, discussioni e con la nostra agerarchica struttura abbiamo creato una valle felice, un piccolo mondo diverso.
Era chiaro, fin dal principio, che un’organizzazione severa e centralizzata non si sarebbe assolutamente adeguata al nostro progetto; nacque allora l’ipotesi di un gruppo liberamente concepito, un agglomerato di teste in continuo fermento che ha poi originato tutto.
Ed ora, a un anno di distanza, è tempo di esami anche per il PuntoG.
La nostra perpetua metamorfosi non può avere fine; è giunto il momento di compiere un ulteriore passo in avanti.
Da una di quelle tante riunioni on-line abbiamo percepito la sensazione che possiamo fare e dare di più. Un mezzo per elevare esponenzialmente le nostre attività ed iniziative è quello di avviare uno repentino cambiamento: la trasformazione in associazione culturale!
Solo in questo modo potremmo ricevere qualche palanca per finanziare le attività.
Diamo uno sonoro schiaffo culturale a chi ancora non ha capito chi il PuntoG non è uno sciagurato manipolo di disgraziati, ampliamo il nostro bacino d’utenza, parliamo di noi, facciamo sapere che esiste una macchia di colore nella amorfa realtà sandonatese.
Prendete la nostra futura metamorfosi come un atto d’accusa contro chi non apre nemmeno il giornale perché lui è un diamante e noi siamo il letame; contro chi si prende il lusso di criticare senza criticare; contro chi ignorantemente classifica il PuntoG senza sapere.
Il PuntoG ha riservato e riserverà il massimo disprezzo per tali viscidi individui e con la coscienza di non sapere li condannerà.
La nostra trasformazione la dedichiamo a chi ci ama e a chi consapevolmente ci odia.
Un’associazione culturale perché non si vive di sole idee, ma anche sì!

P.s. Da Maggio sul forum sarà aperto un angolo di proposta per la stesura del nuovo statuto!

Pessimo futuro (anche per “loro”)

di Marco Zamuner

I giovani. Il futuro. Un binomio, logicamente. Ma basta spulciare la storiella che segue per smascherare i finti ottimismi di facciata e la retorica “an passant”.
L’altro giorno, dopo una partitella di calcio, noto che un tizio aveva con incuria lasciato aperto il rubinetto dell’acqua comunale. Mi fermo, lo fisso. In un nanosecondo penso con orrore alla disparità tra le risorse del nostro paese e quelle dei paesi africani. Mi sento offeso da un gesto superficiale che porta allo spreco una risorsa così rara e preziosa. Mi incazzo. Chiedo: “Perché lo lasci aperto?” “Non è mica mio” mi viene risposto, con un sorrisetto che sottintende un altezzoso “Ecco il solito comunista rompicoglioni…”. Vignetta zamu
Bene, ecco un significativo spaccato della realtà giovanile. Il problema è che la grande presenza mediatica del movimento ci ha abituato ad un’idea di gioventù assai lontana dal vero. Intervistati dai sondaggisti, un numero preoccupante di ragazzi nostri coetanei non sa definire in senso programmatico uno schieramento di destra da uno di sinistra, non legge quotidiani, in cabina elettorale sceglie la “faccia più simpatica”. Insomma, i dati ci forniscono un quadro terribilmente preoccupante , che diventa drammatico spostando la fascia d’analisi alle età inferiori. I ragazzini si trovano spesso a vivere in un mondo virtuale di tivù e playstation, estromessi da un qualsiasi genere di vita culturale e spesso (fatto ancora più grave) anche sociale. L’aspetto inaridente che spesso ho messo in evidenza del mondo contemporaneo attacca più facilmente le menti giovani e le contagia col virus del consumismo e della superficialità; come sempre il potere, che, historia docet, non è mai buono, di qualunque colore sia, investe moltissimo sui giovani e cerca di abbatterne le resistenze intellettuali vezzeggiandoli coi disgustosi miti estetici americani. Si pensi all’immagine televisiva: quando i soggetti pubblicitari sono giovani, ci viene proposto un ammasso di cretini sorridenti intenti a ballare sculettando, fotografarsi con inutili macchinari MMS per spedirsi indecifrabili foto, limonare appassionatamente in mezzo alla folla, bere Bacardi breezer. Insomma, l’immagine televisiva ci fotografa e ci contagia allo stesso tempo, e ci inscatola in una realtà che spesso non vorremmo, ma siamo costretti ad accettare. La morale del neoliberismo fricchettone degli ultimi anni è chiara: o coi fighi o con gli sfigati. Tu da che parte stai?
Alla domanda che il potere vorrebbe retorica, bisogna invece a mio parere avere la forza di urlare No. Avere il coraggio di stare con gli sfigati è un atto rivoluzionario che il sistema teme terribilmente. Per quello che non è sufficiente provare a “rimboccarsi le maniche” come abbiamo sentito dire a qualcuno con la coscienza splendente e profumata all’acqua santa. Non basta, perché il volontariato del sabato pomeriggio è ammirevole, ma abbastanza ipocrita (per non dire patetico) se la pomeriggio successivo, dopo la messa, sei vestita griffata per farti cuccare da qualche pirla che a vent’anni non ha ancora capito che il “Supersonic” è un insulto ai timpani, agli occhi e all’intelligenza. C’è chi si accontenta; purtroppo la vita ha finito per insegnarmelo: i sogni non sono mica per tutti, c’è chi vola e chi cammina sottoterra. Ma invece di accontentarsi e tacere, magari si permette di definire in pratica “fumo e niente arrosto” chi invece qualche sogno ce l’ ha, ed ha voglia di avere dei “perché”, e di cambiare davvero. Non solo la tinta dei capelli. Magari partendo dalle semplici parole, che, noto, a qualcuno danno fastidio. Ricordo il giorno in cui una conoscente mi disse “Non c’è un perché, è così e basta”. Una persona che vuole fatti. Così sia.
Non ho più sogni per il futuro, è il primo fatto. La vita e le persone mi hanno fatto perdere la fiducia nella buona fede, nell’amore e, devo ammetterlo, nella politica. Vorrei solo che quel dannato, maledetto, infame perché, con tante scuse ai pragmatici volontaristici del sabato pomeriggio, continuassimo a chiedercelo su tutte le cose che ci sembrano ingiuste.
Anche in questo fosco futuro, che promette molto male. Anche per loro.

Gayezza

di Mad Hatter

So che molti studenti di questo liceo non hanno mai visitato il sito del giornalino, e questo significa che si sono persi alcuni dibattiti molto interessanti che hanno visto però come protagonisti pochi – davvero pochi – studenti. Sono stati sviluppati temi religiosi (“crocifisso: si o no?”), ideologici, politici (circa gli attentati di alcuni giorni fa, ad esempio), economici (“socialismo o capitalismo?”), sociali (omosessualità). 
E proprio circa quest’ultimo punto, non ancora apparso su supporto cartaceo, vorrei informarvi su alcuni esiti che ha dato questa discussione. 
Vi porto in sintesi le posizioni delle diverse parti, nella miglior tradizione di saggio breve: si può affermare che (parlo ovviamente solo dei frequentatori del sito, che sono generalmente piuttosto aperti) vi è una diffusa tolleranza, anche se con alcune perplessità. Molti affermano che i gay non sono inferiori agli etero, e mi trovano d’accordo: generalmente sono contrari al matrimonio e all’adozione per le coppie omosessuali, chi perché ritiene che il diritto a formare una famiglia degna di questo nome sia solo degli etero, chi perché teme per i risvolti psicologici sul figlio di una “famiglia alternativa” (o per scompensi e crisi d’identità, o per discriminazione nella società), chi semplicemente perché per fare un figlio bisogna essere un maschio e una femmina, altrimenti non è una cosa naturale.
Ma ci sono anche gli estremi: da una parte Haro, assiduo xxxxfrequentatore nonché autore di articoli e topic a mio parere di grande interesse, è a favore sia del matrimonio tra omosessuali, sia all’adozione da parte di questi, su base soprattutto psicologica in quanto (forse un po’ generalizzando) ritiene che i gay siano altrettanto e forse più sensibili e premurosi nei confronti dell’eventuale figlio, che la mancanza del genitore di uno dei due sessi non sia poi così grave se rapportato alla effettiva presenza nella famiglia degli attuali padri/madri, a seconda dei casi, che passano con il figlio un tempo davvero esiguo, e sulla convinzione (pregiudiziale a mio parere) che le coppie gay siano più unite di quelle etero. 
Dall’altra Thorpe, sedicente poeta attualmente desaparecido, che invece ritiene che i gay vadano sterminati, senza portare altre valide argomentazioni. 
Ancora un’altra posizione, più moderata, è emersa dalla bocca di Tamerlano, assolutamente tollerante nei confronti degli omosessuali ma solo finché costituiscono una minoranza, altrimenti il rischio sarebbe, mi pare di capire, a scomparsa del genere umano per impossibilità riproduttiva. 
Merita una trattazione a parte il caso di Gangster che, influenzato dalla persona non proprio ineccepibile di suoi zio, gay dichiarato, ha una visione assolutamente negativa dell’omosessualità, e ritiene che in una coppia gay cresca sempre un figlio omosessuale. 
Una certa importanza hanno avuto le discussioni circa i concetti, non esattamente definiti nel loro significato, di “normale”, “naturale”, “deviazione”, “perversione”, “bisessuale” e soprattutto di “contro natura”: Haro sostiene che nulla di ciò che fa l’uomo è contro natura perché è la natura che ha creato l’uomo, altri invece credono che sia proprio la non naturalità il punto di vera discriminazione tra gay e etero. 
Il motivo principale per cui ho scritto questo articolo è l’intenzione di invitarvi a partecipare a questi dibattiti, che come vedete presentano non poche situazioni controverse, mi scuso quindi con gli utenti del sito che ho tralasciato di citare nella mia sintesi, davvero riduttiva. 
Sul sito è attivo un sondaggio (uno dei tanti), assolutamente anonimo, che ha attualmente circa una decina di voti e a cui vi invito a rispondere. 



PuntoG: quale futuro?

di Haro De Grauw

Sono le 22.30 del 12 aprile ’04. Domani devo alzarmi prima delle quattro per andare al Cairo con la Banda dell’Oratorio, a suonare al Teatro dell’Opera; preso com’ero dai preparativi mi sono dimenticato del PuntoG, per il quale mi ero ripromesso di scrivere un paio di articoli. Quindi non aspettatevi troppo: scriverò in fretta e furia, e l’unica cosa che mi trattiene dall’andare a letto è la consapevolezza che tanto non dormirei, non certo l’essere sveglio. Scriverò qualcosa sul PuntoG e darò l’ultima sistemata ai miei appunti sulla macrologia della Colavolpe di un mese fa. Scriverei qualcosa anche sullo sviluppo sostenibile se non sapessi che non gliene frega niente a nessuno. Sarà per maggio, magari mi importerà meno.

Un paio di articoli, venendo al dunque, perché se io, Maschietto e Zamu non scrivessimo per cinque questa rivista colerebbe a picco. In classe mia, la 3F che tanto vivamente partecipa anche al Forum, almeno due persone erano intenzionate a scrivere (non faccio nomi, benché ne sia tentato), e a quanto mi risulta non hanno ancora scritto niente. Altri ancora hanno avuto la “maturità” di presentarsi puntualmente al Forum carichi di critiche sui nostri articoli, senza portare controproposte. Per sentirsi rispondere, giustamente, da Maschietto, “aspetto con ansia il tuo articolo”. Aspetta e spera.

Possibile che da un Liceo del calibro del Galilei di San Donà non si possano racimolare più giornalisti di quanti non se ne possano contare sulle dita? Peraltro io forse l’anno prossimo mi trasferirò altrove, Maschietto se tutto va bene anche e nemmeno Zamu può continuare fino alla pensione, benché ne sembri intenzionato.

Visto che i messaggi del Forum per ben che vada sono letti da una sessantina di persone, vi giro sul PuntoG cartaceo quell’esortazione lì più volte ripetuta, a caratteri cubitali, senza esito: scrivete qualcosa!! Qualsiasi dannatissima cosa vi passi per la testa, una poesia, un articolo di cronaca, di opinione, sportivo… e vi ricordo che sul Forum puntualmente si annunciano di volta in volta le tematiche dei prossimi numeri.

L’assurdità della guerra irachena

di Rugo

Pochi giorni fa un mio amico mi ha chiesto che tema avrei trattato nell’articolo per il giornalino scolastico. Quando ha sentito che avrei parlato della guerra in Iraq ha esclamato: “Ancora, è sempre il solito”. Riflettendo, però, mi accorgo che non posso fare a meno di descrivere la mia opinione riguardo una situazione che sta diventando particolarmente grave e complessa da risolvere.
Innanzitutto ritengo necessario un breve riepilogo delle motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti a invadere l’Iraq. Secondo Bush l’intervento militare era necessario perché: Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa; l’armamento del suo regime aveva superato i limiti degli accordi sanciti dopo la guerra del Golfo;
queste stesse armi erano arricchite in plutonio ed erano capaci di distruggere intere città nell’arco di pochi secondi; il leader iracheno era un dittatore che aveva sterminato intere popolazioni, prima fra tutte quella dei Curdi; gli unici antagonisti dell’America erano i terroristi islamici e andavano sconfitti.vignetta rugo
Passato poco più di un anno dall’inizio degli scontri ci accorgiamo che qualcosa non quadra e sinceramente non penso che Bush non avesse previsto ciò. Tutti siamo d’accordo sul fatto che Saddam Hussein fosse un dittatore che aveva sterminato migliaia o milioni di persone, ma le altre ragioni del conflitto si sono dimostrate errate. Infatti non si sono ritrovate né armi di distruzione di massa né armi arricchite in plutonio e questo è un dato di fatto su cui nessuno può discutere. Inoltre gli antagonisti dell’Occidente non si sono rivelati essere solo i terroristi di Al Qaeda, ma oltre ad essi una grande parte della popolazione irachena e un fitto numero di milizie locali. Questo è accaduto e sta accadendo perché, dopo lo smantellamento del regime dittatoriale, ogni gruppo e ogni milizia cerca di sfruttare la situazione a proprio favore per imporsi sugli altri e prendere il potere.
In Afghanistan era successa una cosa molto simile: parte del popolo si era ribellata all’occupazione americana e l’obiettivo principale dell’intervento militare, ovvero sconfiggere il terrorismo, non è stato mai raggiunto e i recenti fatti di Nassirya e Madrid lo testimoniano.
Dopo aver ricordato le motivazioni che hanno “giustificato” l’intervento militare statunitense, è giusto valutare la situazione attuale in Iraq e in particolare il corretto significato del termine “missione di pace”. Nonostante la cattura di Saddam il clima di tensione e paura si è notevolmente accentuato e la guerra su scala nazionale si è trasformata in guerriglia urbana; quest’ultimo tipo di scontro è ben più grave del primo perché coinvolge non solo i militari, ma anche la popolazione civile che così rischia la vita quotidianamente e inutilmente. A questo punto dico una cosa: non mi piace sentir dire che il contingente italiano in Iraq è in missione di pace perché non si può considerare pacifica l’invasione e lo stanziamento in un territorio straniero. Mi dispiace dirlo, ma i nostri carabinieri non sono in missione di pace: loro hanno il compito di mantenere l’ordine pubblico e ciò può essere fatto solo in accordo con il Paese in cui lo si svolge. È una cosa talmente banale ed elementare che molti non la capiscono.
Poi non possiamo sorprenderci e piangere se accadono tragedie come quella di Nassirya oppure come quelle più attuali del sequestro delle 4 guardie private italiane; una guerra prevede anche dei rischi e se li si vogliono evitare non bisogna combattere.
Un altro esempio dell’assurdità della guerra è costituito dalle 3 sorelle americane partite combattenti (e non con scopi umanitari) per l’Iraq; dopo la morte di una di loro i genitori hanno chiesto all’ambasciata il rimpatrio delle altre 2. Allora io mi chiedo: non sapevano che in una situazione di guerra può succedere questo? Perché le hanno permesso di andare anche se non partivano con scopi umanitari? Doveva proprio avvenire una simile tragedia prima di capire a quale rischio le hanno mandate incontro?
Evidentemente sì. Con il senno di poi è tutto più facile.
La vera missione di pace è quella di tutte le persone che partono per l’Iraq con scopi umanitari come aiutare i servizi sanitari locali, assistere i civili senza casa costruendo delle infrastrutture adatte, creare forme di comunicazione e solidarietà con tutte le persone che anche in Iraq sono contro la guerra. Io ammiro e stimo la gente che affronta il pericolo per aiutare gli altri, ma non posso accettare che si pianga un figlio quando lo si è lasciato andare a combattere contro un nemico fittizio e imprendibile.
Sento poi il ministro degli esteri Frattini che dice: “Piango tutti i morti in Iraq”: ma come si permette di piangere se lui stesso era d’accordo con l’intervento militare? A questo punto è solo un ipocrita.
Chiudo il mio articolo con una domanda al nostro Preside: perché non abbiamo ricordato con un minuto di silenzio l’italiano ucciso dai suoi sequestratori pochi giorni fa?

“Pace? Si…e comincio io” il ritorno

di Santa Claus

Ehi, si dico a te lettore, non so se ricordi o se l’hai letto, ma nell’edizione di Marzo del PuntoG c’era un articolo intitolato così “Pace sì e comincio Io”! Bhè se non l’hai fatto ti consiglio di cercare una copia del giornale e di dargli una scorsa! In breve dice che è inutile sventolare la bandiera della PACE se poi chi lo fa è il primo a condannare qualsiasi proposta e che, invece, dovremmo impegnarci, con azioni concrete, per costruire mattone dopo mattone un mondo dove la pace trionfa. Inoltre cita il SERMIG di Torino, cioè il Servizio Missionario Giovani, insomma volontariato. Ti stai chiedendo perché ti dico tutto questo? Perché finalmente ho trovato qualcuno che la pensa come me, qualcuno che ha capito che solo sventolando una bandiera, ormai strumentalizzata, non si arriva ad alcuna conclusione; qualcuno che sa di poter migliorare questo mondo con un po’ di sacrificio! Credo che la pace sia la conseguenza di innumerevoli condizioni. Ciò vuol dire che la pace non si ottiene solamente evitando le guerre ma anche, nel nostro piccolo, facendo gesti di altruismo! Cose semplicissime, ad esempio: se al posto di comprarti un paio di scarpe di “Gucci” da 300€ ne prendessi altre simili di “CapitanCastello” spendendone 30€, parte del rimanente potresti darla a qualche associazione, la quale comprerebbe del cibo per le persone che ogni giorno muoiono di fame. Così facendo, senza usare eccessivamente il tuo tempo libero, hai salvato la vita di una dozzina di persone e puoi camminare a testa alta dicendo: “Sto lavorando per la Pace”. Ovviamente non devi fare solo un’offerta, puoi farne anche altre, non morirai mica di fame visto che avevi intenzione di spendere 300€ per un insulso paio di scarpe! Tra le altre cose, amico lettore, ti ricordo che muore di fame una persona ogni 3 secondi! PENSACI!
Se hai paura dell’opinione degli altri, che magari ti considerano sfigato, non ti devi preoccupare perché sai di essere nel giusto e ora sai anche che ci sono moltissimi altri che la pensano come te!!!!!! Se condividi la mia idea di pace non demordere, continua a costruirLA!

Libertà di idee: dialogo serio e costruiamo assieme

di Paolo Zanin

Difficile dire cosa se ne ricavi da opinioni talvolta scabrose, per non dire inutili. Tuttavia, rimane un fatto positivo: il dibattito ci può stare, le opinioni anche più strane possono dare il là ad un approfondimento e ad un coinvolgimento più ampio. Modificare il mondo è un atteggiamento e una sfida alla portata di questa società malsana; cambiarlo drasticamente risulta, invece, un’utopia. In questo senso, si voglia vedere tale affermazione come un dato di fatto: ben predicano quelli che desiderano e vedono la pace come elemento che coaguli l’intero pianeta. Ciò che l’umanità intera desidera in questo momento è proprio un forte bisogno d’unità e di pace; rimane pur sempre un’apparente e –a quanto pare fino ad adesso- insanabile contraddizione che lacera un già flebile equilibrio internazionale. In un’analisi che si ponga al di sopra delle parti, appare inesatta l’affermazione “la guerra come mezzo per giungere alla pace”. Sono molti gli operatori di pace (come sottolinea l’articolo “Pace sì e comincio io” di Punto G di Marzo); ma ci si chiede mai “Perché dobbiamo distruggere quello che abbiamo costruito con le nostre mani, per poi ricostruirlo nuovamente?” Forse un favore all’instabile economia? In parte ci può stare, ma non credo che alla lunga sia la nota predominante: si veda, per esempio, l’enorme dispendio di denaro per mantenere una forza –occupante- di pace dopo una guerra che ha devastato con le bombe intelligenti un’intera nazione. Una risposta sicuramente c’è e va individuata nel sistema di valori che oggi la società impone: vizi e virtù come caratteristiche di un popolo che tende a far sempre più i propri interessi individuali, ricadendo nell’oscurità di un tunnel che porta verso un beffardo silenzio di chi si nasconde dietro a false ipocrisie. Quel silenzio di chi vuole rendere elitario il dibattito e la libertà di espressione. In questa prospettiva, la principale conseguenza è che, in una società dove la libertà di parola viene tolta –perché mina alle basi dell’ordine, ma anche degli interessi della classe dirigente-, il dibattito finirà col chiudersi su se stesso e relegato in una posizione di secondo piano. I bei gesti, le buone azioni servono ben poco se non sono supportate a livello governativo: si può far del bene, ma tutto ciò viene fatto apparire irrilevante se non si è supportati da qualcuno o qualcosa. Ciò non significa costringere qualcuno a pensarla come noi, né tanto meno aspirare al potere; significa bensì portare valide motivazioni al nostro modo di pensare che si basi su solidi principi e su idee in perenne evoluzione. Non importa se le nostre idee sono sbagliate; importa capire che gli errori possono esser corretti. In altre parole, non importa se qualcuno confonde “ironia” con “inno alla guerra”: l’importante è comprendere che prima di agire, prima di portare la pace con la guerra, prima del volontariato, bisogna discutere i pro e i contro di un problema, trovare dei punti d’accordo per meglio risolvere i mali che provochiamo con le nostre stesse mani e per valorizzare fino in fondo le nostre idee. Appare ovvio come la società debba risultare aperta ad un confronto serio d’idee da ambo le parti -sociale e politica- per avviare una concreta trasformazione (e non semplicemente “bella” come si fa credere nell’articolo inizialmente citato, seppur nel rispetto verso ogni forma di volontariato) che tanto s’invoca, ma che in maniera ideologicamente utopica si predica (“Pace sì e comincio io!”). “Dialogo serio e costruiamo assieme”; il dibattito ha quindi inizio: a voi la parola, signori miei!

Il nostro volontariato

di Zamu & Maschio

Uggioso e piovoso pomeriggio di un lunedì distratto, come tanti. Uno sconquassato e sciagurato gruppo di “fannulloni che tanto parlano e poco fanno” decide di portare nella mediocre e grigia realtà sandonatese la sua personale idea di democrazia. Il problema: la presenza di una rivoltante barriera appena costruita nelle vicinanze della FIRAS atta a impedire l’accesso ad una zona di parcheggio ai migranti e ai nomadi. Tale vergognosa decisione, fatta approvare dal gruppo consiliare della Lega Nord, non può che indispettire le coscienze di un qualsiasi cittadino che abbia anche un piccolo brandello di senso civico. Così, armati di nient’altro che delle loro buone intenzioni, gli sfaccendati si dirigono nella zona per un atto dimostrativo di disobbedienza civile: rimuovere la barriera, disobbedienzaporvi uno striscione contro il razzismo e la discriminazione dei popoli migranti e, a lavoro svolto, tornarsene pacificamente a casa. Non è andata così. Giunti sul luogo, infatti, abbiamo trovato una pattuglia dei carabinieri in attesa di rinforzi; sembra infatti che le nostre notoriamente efficienti forze dell’ordine abbiano trovato un bullone fuori posto e un accenno di graffio sull’acciaio del lucchetto: chiaro segno di un attività eversiva volta a “danneggiare opera pubblica”. In base a quale significativo canone artistico sia stato attribuito a una simile indecente schifezza questo generoso sostantivo, non è dato saperlo. Parlano i crudi fatti: due dei nostri compagni sono stati prelevati a forza e obbligati a fornire accertamenti in Questura. A nulla hanno valso le nostre impotenti proteste in difesa della libertà d’opinione e di spostamento. A nulla è valsa la totale estraneità dei due militanti al fantomatico “danneggiamento” riscontrato dalle forze dell’ordine: la volontà repressiva, la protervia di un amministrazione che vuole fare della chiusura mentale il proprio punto di forza per coccolare il disarmante elettorato sandonatese, hanno prevalso sulla ragione. La denuncia è scattata. Una denuncia per aver protestato contro un modello di civiltà ripugnante, xenofoba e improntata al rifiuto dell’altro e del diverso. Fattostà che due a nostro avviso “buoni cittadini” se ne sono ritornati a casa con un bel verbale. Che offende loro, tutti noi e in particolare chi vorrebbe ostinarsi ad avere fiducia nelle forze dell’ordine, nella legge e nella giustizia di un paese che invece giorno dopo giorno sprofonda nella paralisi mentale e culturale; e dovrebbe intaccare qualcuno di quegli animi “equilibrati e pii” che accusano gente che da anni lavora nel sociale per costruire coi fatti un mondo migliore. Sarebbe meglio per tutti, ed in particolare per chi si sente particolarmente equilibrato e “moderato” di continuare a svolgere il lavoro in cui crede, senza attaccare però chi, dal canto suo, si rovina l’anima (e magari la fedina penale) per tutti, anche per i “riformisti” che le manine, invece, non se le sporcano mai. A meno che il manico della carrozzella non sia un po’ unto…

Quelli che ben pensano

di Paolo Zanin

Sovrastati dal desiderio d’onnipotenza, alcuni ritengono di aver le prerogative adatte per sparlare, ma per non agire. Sono “quelli che ben pensano”. Si possono trovare ovunque: nel mondo del lavoro, in quello politico, sono in continua espansione. È una forma talmente dilagante che è arrivata perfino nelle scuole. Passi che sia un preside (mi si perdoni l’errore! Sarò più preciso: “dirigente scolastico”…tanto ormai questa scuola è diventata un’azienda) a soffrire di questa sindrome: la sua durata può durare magari anche un anno, ma dopo avergli prescritto “STUDENTI AD ALTO CONTENUTO RIVOLUZIONARIO” al momento opportuno, la malattia scompare con l’assunzione di qualche compressa. La cosa allarmante, e che non esagero a dire “fa paura”, è come molti studenti del Liceo Scientifico G. Galilei soffrano di questa sindrome e possano esser definiti, a pieno titolo, “ben pensanti”. Con ciò non si vuole attribuir loro dei meriti, ma dei demeriti. È forse il confortevole benessere nel quale vivono che fa dir loro “Vabbé… lo farà qualcun altro”? Oppure è una netta presa di posizione che li tiene lontani dal vivere socialmente la realtà scolastica? E se così fosse, perché non manifestano le loro idee al riguardo? Tutto ciò porta ad allarmanti contraddizioni e sorge spontaneo chiedersi: cosa rimarrà di voi? Che cosa rimarrà, per farla breve, del vostro superficiale modo di vivere? Queste mie riflessioni sorgono nel giorno in cui è uscito Punto G di Marzo. Partendo da presupposti oggettivi, senza quindi assumere una netta posizione al riguardo, appare chiara una cosa: una buona parte di studenti -che non hanno scritto un articolo nel Punto G o che, in ogni caso, sono lontani dal progetto editoriale- si dimostra subito sarcastica nei confronti dei titoli o dei contenuti degli articoli. Le voci si rincorrono: “E’ uscito il giornalino di Maschietto & Co.”, “Guarda: questo è un giornalino comunista o fascista”, “Guarda questo poi cosa scrive, non capisce nulla”. Sembra quasi un giornalino clandestino (“quelli che ben pensano” lo catalogano come tale), con idee sovversive e rivoluzionarie; in altre parole, sembra minare alle basi dell’ordine scolastico e appare quindi pericoloso. Qualcosa, infatti, potrebbe andare modificato e/o modificato: in tal modo si avrà una pluralità d’idee e di contenuti che non debba sfociare necessariamente nel dibattito politico, ma che troverà motivi d’interesse in opinioni riguardanti la musica, lo sport, la poesia, etc. e gli interessi dei giovani d’oggi. Puntoggalilei.it è nato anche per questo: approfondire il dibattito che nasce dalle righe del giornalino. Tuttavia rimane il fatto che sono ancora pochi gli articoli che Punto G ha a disposizione. Non si vuole certo costringere ad ogni costo la gente a scrivere; ma allora essa non può nascondersi dietro ad una maschera e provare derisione verso ciò che viene pubblicato. Forse non hanno il coraggio di esprimere le loro idee con su scritto il loro nome e cognome? O forse non hanno idee? Tuttavia, puntoggalilei.it è anche questo: un nickname e il gioco è fatto. Dati alla mano confermano, però, che tra gli utenti sono scarsi quelli “vicini al mondo Punto G”. E allora cosa si può dire di tutto ciò? Indagare le cause di questo atteggiamento è quanto mai facile, ma sarebbe presuntuoso ricondurle entro classi o concetti precostituiti. Forse si può ammettere il fatto che molte altre sono le attività offerte dal Liceo: questo è vero. Certo è che –e qui non si vuol fare propaganda- Punto G rappresenta un momento libero e comune in cui ognuno può esprimere le proprie idee, i propri sentimenti, i lati nascosti (si veda l’inserto poetico Punto P di Marzo) che altrimenti rimarrebbero nascosti tra queste pallide quattro mura (cosa che avviene regolarmente nel Concorso di scrittura creativa, un altro tentativo di inquadrare l’arte secondo regole o dettami prestabiliti: aprite gli occhi, signori miei!). Ogni cosa che l’uomo produce con il proprio intelletto è una forma d’arte: piccola o grande che essa sia, esprime sempre una capacità individuale che viene proposta alla comunità non come modello da perseguire, ma come forma su cui riflettere. In questo contesto si inserisce il significato di scuola: non un edificio statale o privato regolato da leggi prestabilite, ma un insieme d’individui socialmente impegnati in un dibattito che li conduce verso l’accrescimento innanzitutto personale, ma che ha concreti benefici anche per la società. Se non c’è uno scambio d’idee, non c’è progresso; niente progresso = niente benessere (e qui non si voglia interpretare la mia affermazione in senso capitalista, ma piuttosto si voglia attribuirle un significato globale). L’equazione è abbastanza facile e dà un’immediata soluzione: Punto G rappresenta un luogo d’incontro e di maturazione che dà voce a tutti gli studenti e che sa promuovere ogni loro singola iniziativa. In ultima analisi, “quelli che ben pensano” possono anche continuare a vivere tranquillamente le loro fredde giornate, ma con il rischio di cadere nell’oblio. E ciò che ho detto, come il dirigente scolastico docet, “non lo fo’ per piacer mio o del Punto G”, ma per far piacere a tutti quelli che non la pensano –fortunatamente- come me.

Guns’n’crises

di Alberto Cereser

Solita strada dalla stazione delle corriere a scuola, Staind a volume notevole mentre penso al fatto che www.liceoggalilei.it è pieno di parole spalmate come carta moschicida solo per attirare nuovi allievi, scrivono tra l’altro che c’è un giornalino d’istituto, e che anche se il motto del sito è “per una scuola che faccia crescere culturalmente” (ma non gliene frega proprio niente a nessuno della crescita degli iscritti in quanto persone?), faccio i conti che non posso usare più nessuna password per andare in Internet negli intervalli tra un’ora e l’altra, non posso più sapere le ultimissime dal mondo. Giusto, per carità, meglio rimanere con la testa bassa a prendere appunti invece di guardarsi intorno. Giusto, come il fatto che nella biblioteca al primo piano i libri siano tutti in vetrina (sono senza copertina, poveri), tante edizioni rilegate mai aperte da nessuno, come dice Alice in Wonderland la curiosità spesso porta guai, è meglio che le copertine siano disfatte dai tarli che da chi osa spiegazzare pagine sacre nel nervosismo del pre-partita.
Qualcuno mi bussa alla spalla. beretta stilizzata
Tolgo gli auricolari e tra le chiacchiere mi sussurra che forse è ora di avere una Beretta nel cassetto, che non si sa mai… gente strana in giro… quel qualcuno ha la mia età, il papà e la mamma laureati_ tutto sommato ne gira di cultura e di soldi in quella casa_, regge bene i sabati sera a base di birrozze in cui ci sforziamo di ricordarci che siamo giovani nonostante il diario sia più pieno di impegni dell’agenda di un manager. Certo, odorano di uomo le sue felpe ricercate, che ad occhio e croce costano come tutto quello che ho addosso, le sue scarpe con l’etichetta rossa e le philip marlboro all’intervallo, sono le etichette obbligatorie della nostra età.
Sarà, ma a me puzzano tanto di marcio le sue idee intolleranti su chi parla male la lingua dell’Alex Manzoni, in un istante sento che puzza da marcio+chiuso nel suo paio di jeans nuovi di palla, slavati nei punti tattici. In un attimo le mie narici si riempiono di quel odore di vecchio, così diverso da quello del legno stagionato, che ha saputo imbiancare rimanendo flessibile, e mi colpisce come un fulmine per rendermi conto che l’unica cosa che lo differenzia da chi di candeline al compleanno ne spegne decine di decine è l’aspetto esteriore, i ritmi di vita e gli ambienti che frequenta. Per carità a scuola spacca, tutti otto e nove, ma ragiona come se stessimo ancora aspettando le invasioni barbariche.
Che senso hanno i suoi 14/15/16/17/18 anni se non riesce a dare una pacca sulla spalla a chi la pensa diversamente da lui anche quando zoppica ancora sporco di sangue dall’ultimo incidente? A cosa serve vivere una vita imbottita tra i riflettori del successo se poi alla fine ti trovi a quarantacinque anni che è come averne quattrocentocinquanta, non hai cambiato niente di quello che ti circonda ma hai sempre continuato a portare acqua al tuo mulino?
Gli dico che non la comprerò mai la sua Beretta, in fondo il vuoto assassino che prima o poi si vedrà dentro è più mortale di mille pallottole.

Racconto

di Federico De Piccoli

Era già arrivato Ferragosto e lui, come di consueto, era giunto in spiaggia con i suoi sin dalla mattina…tradizioni…quelle vacanze erano passate lente come un Regionale, più di tutte le altre: le aveva aspettate tanto quanto ora le odiava…
E. aveva trascorso i suoi diciassette anni celando la sua vera faccia dietro una maschera di odioso secchione e figlio unico perfetto, così amata dai suoi genitori e dagli insegnanti che sarebbe stato davvero difficile privarsene.
In quel caldo giorno di agosto soffiava una brezza di tramontana che non prometteva niente di buono, il cielo ben presto si coprì di nuvole fitte e grigiastre, passato mezzogiorno la brezza si trasformò in vento e le nuvole si scurirono ancor di più, tanto che qualcuno abbandonava già la spiaggia sbuffando…
Verso le due in dieci minuti scoppiò il finimondo: un lampo, silenzio, il cupo fragore del tuono…iniziò a piovigginare, poi caddero due, tre, quattro gocce di pioggia…la spiaggia sembrava impazzita, i rimasti cercavano di raccogliere il più velocemente possibile ciò che restava, le mamma i bambini e i padri gli asciugamani…
Lui stupito e fermo vide il mare cambiar colore improvvisamente, da azzurro atro si scurì notevolmente a pari del cielo prima, poi divenne di un verde opaco, mischiato al marrone della sabbia alzata dalle onde impetuose che si riversavano nella riva.
Sua madre lo chiamava, suo padre anche, lui non rispondeva, non li sentiva. Era come immerso, sprofondato in quel colore verde che lo circondava e si staccava dal cielo, i sensi sembravano ovattati, non capiva ciò che gli stava succedendo! In quel momento, che li parve lunghissimo, capì quanto erano futili quelle maschere che indossava, quel castello di perfezione dentro al quale era rinchiuso, segregato…comprese quanto era futile pensare al futuro, lì seduto e sbattuto con la faccia di fronte alla potenza della natura, quanto i complimenti costavano poco e valevano meno, per quanto la gente aveva riempito la sua testa di cose facce miti assolutamente inutili, quanto era arrabbiato!
Fermo, immobile, stranito…in un secondo, un attimo o forse ancor meno i suoi pensieri si estraniarono alzandosi in volo come sospesi a mezz’aria, sbattuti dal vento impetuoso presero forma e corpo davanti a lui…poteva vedere la sue idee, toccare i suoi sogni e sentire i suoi desideri…poi calma piatta, il vento feroce cessò e venne sostituito da una gradevole brezza che cullò su e su e su quelle strane forme. La tranquillità finì. Tornò il vento. Quei corpi vennero spinti violentemente giù e giù e giù fino a mischiarsi con l’acqua salata che ribolliva dell’impeto della natura…
Improvvisamente si risvegliò da quel torpore che lo aveva colpito diretto al capo come il destro di un pugile..i sensi si rianimarono e sentì i suoi che lo chiamavano spazientiti, si girò e si rivolse a loro con la solita educazione che lo contraddistingueva.
E. però  aveva compreso benissimo ciò che gli era successo: in un attimo, in quell’attimo indimenticabile, o dentro ad esso, aveva assaggiato il primo istante di libertà…