Pamplona, un giorno qualsiasi di inizio luglio. Le ore calde della mattina restano anonime fino al mezzogiorno, quando si alza in aria un razzo fumo ancora una volta è iniziata la fiesta per eccellenza, quella cantata da Hemingway nel suo romanzo d’esordio, del 1927. Prende il via una settimana di corride, di polvere sollevata dai passi decisi delle più svariate scuole di flamenco,
il tutto condito da innumerevoli bicchieri del buon vino rosso locale. Sono giorni strani, in cui ognuno è straniero, anche se si trova nella propria città natale: cambia la dimensione del tempo e dello spazio, come se le pesetas perdessero ogni valore, come se le ragioni per vivere si potessero racchiudere tra la muleta rossa sventolata davanti all’anello dorato di Bocanegra, toro numero 118, dall’allevamento di Sanchez Toberno, e le chiacchiere su quegli amori nati per caso, chissà se si. Come se giorno e notte si fondessero in un unico inscindibile sorriso, stanco per le notti spese ad intrecciare calici sempre diversi, a sguazzare di tavola in tavola per cancellare il dubbio che la nostra vita stia scorrendo via così in fretta e che noi in realtà non la stiamo vivendo.
Guardando i primi camper arrancare sul fianco della collina di Guadalupe, di fronte a Pamplona, mi accorgo che le arene si stanno svuotando, i toreri più esperti e coraggiosi sono da tempo tra le braccia di qualche chica della costa. La macedonia di dialetti comincia a diluirsi troppo, e sento che è ora di andare. Un rottame_ cose vecchie_ tanto tempo fa_ guerra civile anche qui_ non si può scavare sotto il sangue di troppi ragazzi, quei giorni spensierati e folli che Ernest ha vissuto ormai esistono solo su carta (Mondadori narrativa, 250 pagine x 7.40€). Sento l’aria leggera, mossa appena dalla brezza nell’ora della siesta, in cui nessuna bottiglietta di Estathé ha mai risvegliato nessuno, ve lo posso assicurare. Sento che questo posto puzza di poesia, e che da quando qualcuno ne ha cantato la bellezza l’odore si è fatto ancora più denso e pregnante, come se ciò che si prova fosse più facilmente comprensibile definibile condivisibile. Ancora una volta a bordo strada col pollice destro alzato, la sinistra che tiene ferma l’ultima pagina su quel “
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Maggio Giugno 2004
Olè!
di Alberto CereserLa festa. E poi?
di Riccardo BrambillaPer la maggior parte di voi lettori mancano solo pochi giorni alla fine della scuola. Sono molti di più per noi di quinta, e poi anche noi lasceremo questo posto in cui bene o male rimane un pezzo dei nostri cuori… Ma non è ancora il momento di essere malinconici, dobbiamo pensare a finire col botto e per questo abbiamo ben due occasioni! Ci aspettano infatti la fantasmagorica festa del 29 maggio e la chiusura dell’anno, il 3 giugno. Qual è il valore di questi avvenimenti? Ok, oltre alla solite possibilità di conoscere nuova gente e divertirsi il loro maggiore valore è quello dell’integrazione fra le varie “generazioni” che compongono il nostro amato/odiato liceo, sotto l’insegna del divertimento e della buona (si spera) musica. Confidando nelle buone scelte effettuate dai nostri “capitani”, Vazzo e Maschio, per quanto riguarda tale argomento, vorrei invitare il maggior numero di persone alla partecipazione di questi eventi, per cercare di lasciare il segno nella storia del Galilei e dintorni. Spero infatti che anche quando noi di quinta non saremo più tra i corridoi in quanto “impegnati”(si fa per dire) in studi più elevati, che molti chiamano universitari, voi vi ricordiate di ognuno di noi.
Spesso negli ultimi tempi mi sono chiesto, come credo facciano anche i miei coetanei, che cosa accadrà nei prossimi anni in quel Galilei che volenti o nolenti ha influenzato la nostra vita, facendoci crescere e maturare. Ci saranno ancora situazioni come quelle che ho vissuto a volte con piacere, altre con dispiacere, altre ancora con rabbia? Penso, senza volere diventare troppo nostalgico o pessimista, che le superiori siano un periodo da vivere fino in fondo, al di fuori degli schemi imposti dallo studio (per quello, lo dicono addirittura alcuni professori, basta sopravvivere, spesso navigando sulla media del 6 o 7). Ok non voglio sminuire lo studio, anzi sono uno tra i primi a definirlo importante per la nostra formazione, ma bisogna allo stesso tempo ammettere l’importanza degli anni liceali. Quindi dico che queste feste, a cui BISOGNA esserci, sono uno scambio di testimone tra generazioni! Ragazzi vi lasciamo in mano le chiavi di un posto strano, cresciuto con noi, che non aspetta altro che essere forgiato per le generazioni a venire.
Ma torniamo a noi, che aspettiamo trepidanti la festa. E che questa cominci!
Etica: ieri, oggi… domani?
di Dario TurchettoScrivo di fretta, ho scoperto solo oggi (13 maggio) che il termine per gli articoli era il 15. Spero dunque che questo scritto abbia qualcosa di interessante da dire.
Dunque, il tema principale riguarda l’etica e i valori contemporanei. Molti (specialmente tra i più anziani) sostengono con fermezza che questo mondo, oramai, di valori ne ha ben pochi; già 900 anni fa si riteneva che il mondo fosse in decadenza (come ha ben detto Umberto Eco nel “Nome della rosa”: “mundus senescit”, e “siamo nani sulle spalle di giganti”). Personalmente ritengo che, con il complicarsi della società,diventi sempre più difficile elaborare un sistema etico stabile e sicuro e, cosa più importante, universale. Inoltre i valori, inutile far finta di niente, cambiano con il passare degli anni. Ad esempio, che ruolo ha la religione nella società di oggi (mi riferisco al mondo occidentale; sappiamo tutti che le cose vanno diversamente ad est)? Sicuramente non lo stesso che aveva appena cinquant’anni fa: si viveva infatti in una condizione di precarietà economica, lo spettro della guerra era passato da poco, la ricostruzione appena incominciata. Considerato anche il livello culturale medio dell’epoca (in particolare della generazione precedente), risultava necessario avere una solida certezza, terrena e oltre: Dio. Senza dimenticare che i valori della Bibbia costituivano un indirizzo morale consistente e, per la gran parte, adatto all’uomo del tempo. Ora invece quanti basano la loro intera vita sulla fede nell’esistenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe? Mi spiace dirlo, ma conosco più di una persona che va a Messa regolarmente e bestemmia con altrettanta regolarità. Mi lasciano perplesso anche le signore di settant’anni e più che entrano in chiesa con la pelliccia di visone e una gran quantità di gioielli addosso, e per tutta la funzione non fanno altro che parlottare con la loro vicina, probabilmente una vecchia e cara amica.
Credetemi, non si tratta di casi isolati.
Penso di non sbagliare se dico che il valore dominante di questi tempi (più che in altri) è il denaro. Denaro uguale potere: l’equazione più antica di questo mondo dopo il teorema di Pitagora. Abbiamo imparato dall’America che, se non si prendono le dovute precauzioni, uno Stato fiorente può letteralmente crollare in poco tempo (vedi la situazione attuale della Silicon Valley). Dunque, dopo circa un ventennio di sprechi, si è dato ufficialmente inizio ad una seconda “corsa all’oro”. Non sto dicendo che lo abbiano fatto tutti volontariamente: sono consapevole dell’esistenza di pressanti condizionamenti superiori, in genere a causa di chi governa (bastano due legislazioni di un certo tipo a far cambiare faccia ad un Paese). Fatto sta che si lavora di più e più a lungo (e, citando il grande Giorgio Bocca: “che lavoro è, che cosa ha in comune con quello che ha riempito per millenni la vita degli uomini, da cui l’autostima per la capacità di guadagnarsi il pane, di essere utile agli altri, di partecipare, anche nell’occupazione più umile, alla società?”). Di conseguenza i due pilastri portanti di quell’istituzione fondamentale che è la famiglia vengono a mancare, e l’edificio (cioè i figli) crolla. Il bambino (che, come confermano le ricerche, apprende per imitazione) cresce con un preoccupante senso di potere e possessività, sviluppando cioè l’egocentrismo. Abituato ad avere tutto e subito, cresce con la convinzione che tutte le persone sono lì per lui, e se qualcuno non gli fa comodo, lo elimina. Pensate che stia esagerando? Io non trovo altra spiegazione allo sconcertante aumento di omicidi di questi ultimi anni. Ritenete giusto che un ragazzo ammazzi a coltellate un suo amico solo perché, una sera, ha dato un’occhiata di troppo alla sua ragazza? Io no. Si sta perdendo, da qualche tempo a questa parte, la concezione del valore più importante di tutti: la vita.
Non parlare di corda a casa dell’impiccato
di hisuiPiazza XXIV Maggio, Milano, tre figure si stagliano sospese nel cielo plumbeo. Tre bambini, o meglio, tre statue di bambini, impiccate all’albero nel centro della piazza. Così l’artista Maurizio Cattelan ha voluto esprimere il suo sconcerto verso la guerra, lo sfruttamento, i maltrattamenti che ogni giorno i più piccoli sono costretti a subire. Un’ opera certamente provocatoria,
Cattelan ha spesso scioccato il pubblico con le sue performance (pochi anni fa alla Biennale di Venezia aveva esposto una statua che ritraeva il papa schiacciato da un meteorite). Voluta dal direttore artistico della Fondazione Trussardi, l’opera ha subito suscitato grande scalpore: il sindaco Albertini si è congratulato con l’artista, mentre si sono alzate molte voci di protesta, come quella del consigliere comunale di AN Stefano di Martino che sostiene che ”così si dà sfogo alla fantasia malata della gente. Un’amministrazione di centrodestra non dovrebbe promuovere questi progetti”. Anche una gran parte della popolazione è insorta contro l’opera, responsabile di attentare alla quiete e alla serenità dei cittadini, tanto che un signore si è improvvisato vendicatore etico e armato del suo perbenismo e del suo seghetto è andato a staccare i fantocci dal ramo,cadendo così dall’albero e finendo in ospedale. C’è da domandarsi perché l’opera abbia creato tutto questo scompiglio: non vediamo ogni giorno sui nostri schermi bambini feriti, sofferenti? Forse la risposta è banale quanto sconvolgente. Quelle in tv sono solo immagini, una brutta fiaba che è distante dalla nostra realtà quotidiana, invece i bambini che penzolano dall’albero sono fisicamente presenti nella piazza (anche se solo statue). Non sarebbe il caso di domandarci perché ci turba tanto la rappresentazione di tre bambini morti, quando alcuni di noi appoggiano una guerra che ne fa morire veramente centinaia? Sarà il senso di colpa che ci rende improvvisamente così sensibili? Magari siamo ancora convinti che l’arte dev’essere solo un bel paesaggio o un sensuale nudo che ci appendiamo in sala da pranzo per riempire il muro bianco? Chissà, mentre attendiamo una risposta, mi raccomando,non parliamo di corda a casa dell’impiccato.
Il futuro dell’umanità
di TamerlanoL’uomo si estinguerà. Si estinguerà come ogni animale sulla terra. Si estinguerà – non si sa come, ma lo farà. Prima di estinguersi a quanto pare l’uomo avrà combattuto 3-4 guerre mondiali e magari svariate centinaia di guerre nello Spazio. Ma il futuro è una cosa incerta, e per quel che ci è dato a sapere potremmo anche finire diversamente. Va infatti considerato che il futuro dell’umanità se lo crea l’umanità stessa. Qualcuno deve ancora capirlo.
Viviamo in questo mondo come delle “divinità sbronze”, senza curarci minimamente dei limiti che ci impone il nostro Eden. Quelli che non hanno la possibilità di divertirsi, o quelli che sono arrivati tardi alla festa, si appendono. Il mondo va in rovina: l’aria si inquina, i fiumi che ancora non si sono prosciugati sono praticamente di detersivo o, nel migliore dei casi, di malaria in soluzione acquosa. In casa o per strada la gente uccide, ri-uccide e poi s’uccide. I bambini o rimangono tali per tutta la vita o sono costretti a diventare adulti già all’asilo. Metà del mondo è occupata a trovare qualcosa da mangiare, mentre nell’altra metà si collezionano gli innumerevoli modelli di preservativi e di bombe nucleari. Aiuto! Si salvi chi può! Qualcuno faccia qualcosa! Dio, il G8…insomma aiutateci!….Piano, con calma, certi nomi non vanno nominati invano. Sbrighiamocela da noi. Forse si può…boh, sicuramente dobbiamo provarci. Ne va dal nostro futuro!
Poiché ne va anche del mio, ho deciso di darmi da fare. Come? Intanto scrivendo quello che penso sul forum della scuola. Poi trovando da qualche parte le palle e la voglia di scrivere un articolo. Tanto ragazzi, diciamocelo pure: anche se questo articolo fa cagare, la maggior parte di voi non ha di certo il diritto di criticarlo. Alcuni sì, quelli che credono che il giornalino della scuola serva veramente a qualcosa e a cui fa una certa differenza che dentro vi siano messe delle scemenze o cose frutto di pensiero. Comunque, il punto non è solo questo. Si parlava del futuro dell’umanità e, riallacciandomi al discorso precedente, ho subito intenzione di precisare una cosa: il futuro dell’umanità del liceo scientifico Galileo Galilei di San Donà di Piave è assai incerto.
Il capo della baracca si è lasciato sopraffare dal lato oscuro della forza. Compie azioni subdole, ai limiti dell’accettabile, dice cose stupide, ai limiti del concepibile… e sorride sempre. Porca miseria, quello lì ride sempre! Perché?! Forse perché nessuno gli ha detto che non è nella posizione migliore per farlo? Può darsi che qualcuno gliel’abbia cordialmente riferito, ma in modo evidentemente non abbastanza deciso. Infatti ogni volta che ne combina una si solleva un brusio generale, che diventa pian piano un miscuglio di voci, che diventa a sua volta un’unica voce flebile, che ritorna a sua volta un miscuglio di voci e poi nuovamente brusio generale. Poi c’è il silenzio. Ragazzi voi non capite che si parla del futuro dell’umanità! L’Umanità con la u maiuscola! Dov’è l’Umanità con la u maiuscola? Controlliamo le mani, qualcuno dev’essersela mangiata (col sale, se scalcia…). Il preside sta sorridendo, guarda caso, ha le lacrime agli occhi un po’ per il riso soffocato e un po’ perché si sta veramente soffocando con quel grosso boccone di Umanità che non vuole andare giù.
Però, a dir la verità, di questa Umanità tutti ne stanno rosicchiando un pezzettino. La gente nella nostra scuola vive libera come le farfalle, ha la pancia sempre piena e non ritiene di avere grossi problemi. Peccato. Non dico che ora diventiamo tutti dei Che Guevara improvvisati pronti a morire per la libertà, però qualcosina in più la si potrebbe fare. Che so io…tipo ascoltare le idee di quelli che propongono una soluzione migliore al suicidio di massa, magari proporne una, lanciarla timidamente tra la folla, tanto che abbiamo da perderci ormai?
Concludo la mia dissertazione profonda sul futuro dell’Umanità col dubbio atroce: siamo su questa terra per divertirci o per lavorare e soffrire e impegnarci per il bene comune? Dico solo che un giorno i liceali di tutto il mondo, afflitti da un senso di sconfitta troppo pesante e soggiogati da un potere troppo enorme, smetteranno anche di limonare serenamente per i corridoi della scuola.
Che tortura!
di Federico De PiccoliEra da mesi che nel “Camp Redemption” di Abu Ghraib venivano torturati uomini, soldati Iracheni, in nome della libertà, della giustizia e della democrazia americana. Gli ordini, impartiti dalle “alte cariche dello stato americano”, questo almeno è ciò che riporta, domenica 23 maggio, il quotidiano la Repubblica, erano eseguiti dai soldati semplici che prelevavano dalle celle i detenuti e, portatili nel capanno di legno retrostante al carcere, cercavano con mezzi disumani di estorcere informazioni importanti per la guerra.
Abbiamo dato davvero un bell’esempio di umanità e giustizia!
In questi ultimi tempi tutti si sono scandalizzati difronte alle immagini dei torturatori americani ritratti mentre erano impegnati nella più creative forme di sevizie.
Tutti, dicevo, eccezion fatta per G.W.Bush che, dopo la falsa indignazione dei primi giorni, non ha ancora chiesto alcuna dimissione né a Rumsfield né a Myers; e per il “Teatrante Burattinaio” italiano che non ha fermato il suo show che ci perseguita ormai da anni. Anzi! Comparso alla Camera il (20.05.2004) per il voto sul ritiro delle truppe in Iraq, ha dato nuova prova della sua versatilità e, vestiti i panni della soubrette, ha avuto il coraggio di presentarsi in parlamento aprendo il suo discorso con l’accusa alla sinistra di poca serietà.
Caro Presidente,il voto ha avuto l’esito desiderato! I nostri soldati resteranno rendendo onore alla nostra patria!
Alla patria di chi, però, pochi lo hanno capito! Il 63% del popolo italiano,infatti, secondo un’indagine Demos, afferma che le guerre sono SEMPRE sbagliate e solo il 3% che sono legittime per risolvere situazioni difficili.
Gli italiani sembrano abbastanza schierati, eppure per Qualcuno (Magic Ilvio) non è così!
Nei fatti Lui si giustifica dicendo che noi stiamo partecipando a questa guerra solo per portare la libertà in Iraq, rispettando a applicando i principi che la nostra costituzione democratica ci impone, ma non appena occupiamo il suolo iracheno i nostri alleati danno una bella dimostrazione al mondo di “dove applicare la democrazia”, della quale l’occidente si vanta tanto di esserne il solo possessore.
Gestione del corpo: culture… e non
di Marco ZamunerUn tubetto irrompe nella scena mediatica inglese. Lungo circa 5 centimetri, viene posto sotto l’ascella della giovane paziente in anestesia locale. Un tubetto che libera ormoni sintetici ad intervalli regolari che interrompono la produzione di ovuli. All’insaputa dei genitori, su stretta richiesta della ragazza.
Un segreto tra lei, il/i partner e il suo ginecologo. E la ricetta è servita: in Gran Bretagna esplode lo scandalo.
I conservatori attaccano a spada tratta i Labour, réi di concedere alle adolescenti un’eccessiva disinvoltura sessuale. Dietro la frase si nasconde la solita imbarazzante, noiosa, ipocrita prosopopea tutta machista, nascosta dietro ad un sofisma indifendibile: come si fa ad accusare una categoria di eccessiva emancipazione? “Emancipazione” è un termine dallo spettro semantico interamente positivo, come bello, intelligente, libero eccetera. Che diavolo vorrà dire eccesso di emancipazione sessuale? Lo sanno solo i conservatori: non mi stupirei di vederne qualcuno girovagare per strada con un taglierino per rovinare le facce colpevoli di eccesso di bellezza; o con un paio di manette per isolare i (piuttosto rari) casi di eccessi di libertà. Non si capisce nemmeno, poi, il motivo per cui lo scandalo sia nato dal concetto di privacy di un intervento che viene effettuato“all’insaputa dei genitori”. Spero mi perdoniate l’ingenuità, ma non riesco davvero a capire per quale assurdo motivo sia obbligatorio per una teenager confessare ai suoi genitori che ha una vita sessuale regolare. Dove l’ hanno letto?Nella costituzione? Nella Bibbia?…a voler essere precisi, nella Bibbia qualcosa c’è scritto (“non fornicare”), ma le teenager, anche quelle che si definiscono credenti, in media se ne sbattono allegramente. Buon per loro…posso solo augurarmi che il mio sospetto di inesistenza di un mondo ultraterreno si riveli corretto: non sopporterei di condividere le fiamme dell’inferno con l’ipocrisia dei bigotti. Sarebbe troppo anche per un peccatore incallito come me. Ma per fortuna, in uno stato laico le scelte personali possono non condivisibili, ma devono essere rispettate: quindi il diritto a una sessualità piena e completamente distinta dall’aspetto riproduttivo mi sembra un inalienabile diritto (nonché un dovere) per ognuno di noi, anche per quegli elementi che hanno scelto una fede che lo nega. Complimenti quindi a un governo, quello liberal-democratico inglese, che da me non ne riceveva da molto tempo.
Peccato che nel frattempo in Italia vi siano giovani che accorrono in massa a condividere le trovate di clericali pronti a dispensare pace assieme al movimento e ai no-global quanto fesserie revansciste su sesso, procreazione e aborto, assieme alla destra più vergognosamente retriva e ai cattolici conservatori post – DC. “Il miglior anticoncezionale è l’astinenza”: so che può sembrare una barzelletta, eppure è una frase che è stata detta; un’ illuminazione divina? Forse. Ma credo che l’ironia e gli sfottò di chi si ritiene (a torto) migliore perché moralmente più aperto, non può e non deve essere sufficiente. Anzi, lo scherno dei comportamenti, anche se ingiustificati e paradossali, andrebbe quasi evitato, lasciando spazio alla discussione, al confronto, al dialogo. In una realtà, quella dell’attuale contesto socio-culturale del pianeta, laddove da una parte le fedi classiche (più subdolamente) e quelle follemente integraliste (più visibilmente) dall’altra ci vorrebbero contrapporre e disporre a blocchi dominati dall’incomunicabilità, deve scattare subito una vera rivoluzione culturale. Frutto di una morale nuova, giovane, tollerante, scevra dei pregiudizi e della paradossalità di retaggi ottocenteschi che, in epoca postindustriale, invecchiano ma non muoiono. E le idee nuove nascono dal dialogo, dalla sperimentazione, dal mettersi in gioco ogni giorno: non dall’arroccamento sulla propria morale sciacquata e pronta all’uso familiare, sessantottina con la benedizione di Mao da un lato o profumata all’acqua santa della clausura dall’altra.
Questo è l’ultimo numero; facciamoci un augurio, ne abbiamo bisogno tutti: che quest’estate possa essere per tutti noi un estate di dialogo, di cambiamenti, di progresso. Un progresso che non si ottiene leggendo né “Il Capitale” né “Famiglia Cristiana”, ma parlando con disponibilità e ascoltando con interesse: un mondo diverso e migliore parte sicuramente da qui, piuttosto che dalle bombe, dalle manifestazioni, dalle messe, dagli integralismi, a destra come a sinistra.
Auguri, auguri a tutti e a tutte.
Impronta drammatica
di Marco MaschiettoNon esistono aggettivi per tentare di qualificare la legge Bossi-Fini che marca gli extracomunitari come delle bestie. Brutale, schiavista, disumana, crudele, atroce, razzista, fascista?
Che esagerazione, che parole improprie, sommarie, roboanti e vacue. Mi risulta molto più semplice chiamare razzisti e fascisti i suoi autori, così possono tranquillamente querelarmi. Ma cosa sto dicendo, nel concreto gli faccio un piacere. Riflettete per un attimo sul fatto che per scrivere questa legge si sono accoppiati. Il primo è un secessionista che non odia solo africani e terroni, ma pure tricolore e patria. L’altro un nazionalista mussoliniano. Si sono scannati per una valanga di anni e adesso sono felicemente uniti. Cosa li rende così inscindibili? Solitamente il potere, ma in questo preciso caso l’inciviltà.
Per questi onorevoli signori è poca cosa prendere le impronte digitali a chi chiede un maledetto permesso di soggiorno per sopravvivere detergendo i letamai del candido uomo bianco. Badate bene, non è la stessa cosa di affibbiargli una croce gialla sulla spalla o stampargli un timbro indelebile sul braccio, noi gli extracomunitari li riconosciamo dal colore e dall’odore. Niente più di un mero avvertimento, di un preventivo avviso di garanzia al presunto delinquente.
Scusate…e riprendere le impronte a chi rinnova quel rimaledetto permesso di soggiorno cos’è, un’ulteriore misura di sicurezza nel caso in cui la scheda del sospetto recidivo sia andata perduta in questura? Forse perché non si illuda di essere un lavoratore regolarmente sfruttato? Forse perché non creda di essere diventato un cittadino? Forse perché tenga bene in mente che è un ostaggio?
In confronto la nostra immigrazione, sulla quale abbiamo versato ettolitri di lacrime, fu una pacchia. Ci ha fatto sputare sangue, non lo nego, ma ora andiamo a trovare con orgoglio i nostri avi che popolano le americhe, alle quali abbiamo regalato sindaci e gangster, operai e cuochi.
Siamo stati fortunati perché avevamo la stessa pelle, lo stesso colore. Questa è stata la nostra fortuna.
E fa sorridere che ad appoggiare questi due folli individui ci sia la folta ala cristiana. Loro, però, se la volevano far perdonare la loro scelta sia in politica, sia nel confessionale. Risultato? Una bella e civile sanatoria. Non ho mai diffidato in loro, in fondo anche l’ipocrisia è una virtù.
E stramazzo al suolo dalle risate da quando la moderata opposizione ha proposto l’universalizzazione delle impronte digitali. È un formula fantasmagorica, la trovata è egualitaria e ci convince.
Forse quando saremo costretti a premere il nostro dito sul tampone ci accorgeremo della brutta aria che tira.
Bossi e Fini possono essere esentati dal pigiare, sappiamo che la loro spudoratezza non sta nei polpastrelli.
Eroi di carta e mostri immaginari: i GDR
di AegonL’estate sta arrivando, e con essa spiaggia, sole e divertimento. Ma tra tutto questo alcuni sparuti gruppi di eroi continueranno ad incontrarsi negli umidi e bui scantinati delle loro case anguste, armati soltanto di dadi, carta e matita allo scopo di portare a termine missioni degne di poemi epici. Sto parlando degli agguerriti giocatori dei più classici giochi di ruolo, come D&D (dungeons and dragons) e Dragonlance, in numero sempre più crescente specialmente in seguito al boom cinematografico de “Il Signore degli Anelli”.Tuttavia ancora in molti hanno una conoscenza molto superficiale di questi giochi, spesso giustificata dalla eccessiva complessità che attribuiscono al sistema di gioco, cosa che in realtà, una volta superate le prime difficoltà, appare chiara e semplice. Per comprendere meglio come funzioni il gioco è tuttavia necessario procedere per gradi.
Il primo passo è la creazione di un personaggio (un PG), in cui poi il giocatore si immedesimerà per tutto il gioco. Tale personaggio altro non è che una trasposizione su carta di ciò che vorremmo essere veramente (un paladino del bene? O un tetro massacratore, infido e spietato?), grazie ad un grado di libertà pressoché assoluto che non tiene conto di alcuna restrizione, sia morale che fisica, esistente nel nostro mondo. L’ambiente dei più classici GDR è infatti fantasy, pieno di colline e praterie, e mostri e draghi, tipizzato secondo regole fisse ma capace di modellarsi secondo le esigenze dei giocatori.
Poi viene il Dungeon Master: il Dio, il Creatore del mondo in cui si gioca. Egli rinuncia al suo ruolo di giocatore per assumere quello di regista, al fine di creare ed organizzare tutto ciò che i PG troveranno nel loro percorso, che siano locande, banditi o attraenti donzelle. E’ questo il ruolo più delicato del gioco: un DM deve essere capace di capire ciò che vogliono i PG, e di equilibrare le avventure in base alle loro esigenze. Ad esempio, se ad un gruppo piace molto combattere, il DM dovrà inserire nell’avventura mostri e combattimenti epici; viceversa, se al gruppo piace usare l’arguzia, dovrà essere in grado di organizzare sfide ed enigmi anche in città.
Poi, organizzato tutto, si parte. I giocatori, seguendo ciò che il DM ha preparato per loro, affronteranno intelligenti sfide ed ardui combattimenti, affrontando zombie, orchi e draghi, e sconfiggendoli con armi e magie.
Aiutati dai dadi, che rappresentano la casualità del mondo, dalla scheda del vostro PG, che vi aiuterà a capire in che condizioni vi troviate, dalle spiegazioni del vostro DM e, per i più fortunati, da miniature in plastica, sarete in grado di immaginarvi un mondo in cui sperimentare l’assoluta libertà, senza alcuna costrizione. Inoltre il bello di questi giochi è che non si vince né si perde, ma insieme si collabora per il divertimento generale. E una volta che li avrete provati, non sarete più capaci di farne a meno. Provare per credere.