Da qualche giorno a questa parte rivolgo continuamente lo sguardo al cielo. Non mi ritengo minimamente un profeta o un vate, ma credo davvero di
avere (come tutti) un sesto senso, un qualcosa di estremamente sensibile e percettivo. Il cielo di questo ballerino inverno arrivato prima del tempo è molto simile ad un blocco di ghisa, non è certo un bel vedere. Eppure. Eppure qualcosa di magnifico questo grigio cielo ce lo fa vedere. È lo spettacolo della migrazione; protagoniste: una moltitudine di anatre. Lasciano la nostra terra infeconda dal freddo per andare chissà dove. E nel corso di questa opera teatrale molte cadranno, saranno prede: molte altre, con un volo reso ormai greve dalla fame atterreranno È davvero difficile anche solo provare ad immaginare cosa pensino e cosa si dicano lassù nel cielo. Eppure. Eppure ci ho provato e mi piace. Mi piace pensare che stiano ben concentrate ed attente alla formazione da tenere, allo stratagemma da adottare per preservare il più possibile le energie. Ed eccola. Sfoggiata con naturale nonchalance l’arte del volo collettivo. La prima anatra si lancia ed apre la strada alla seconda, che indica il percorso alla terza, e la spinta della terza fa spiccare il volo alla quarta, che trascina la quinta, e lo slancio della quinta provoca il volo della sesta, che fa coraggio alla settima… Quando l’anatra esploratrice si stanca, raggiunge la coda dello sciame e lascia il posto ad un’altra, che risale alla punta di questa V capovolta che le anatre disegnano in volo. Tutte a turno prendono la testa e la coda del gruppo. Nessuna anatra si considera una superanatra se vola davanti, né una sottospecie di anatra se si trova in coda. Questi siamo noi e queste poche righe erano uno sciagurato tentativo di descrivere la nostra associazione. Poche righe che valgono per il solo spazio della loro durata. Questo nostro malandato mondo afflitto dall’instabilità e dall’isolamento risente di un’altra ben più crudele malattia: la mancanza di spazi aggregativi aperti al dialogo, all’incontro, allo scambio. Per salvarci dobbiamo conglobarci come le anatre di uno stesso stormo.
Cosa cerchiamo? La convergenza nella diversità, tra matrici e identità diverse, tutte consapevoli della loro insufficienza o parzialità, tutte impegnate a riformularsi meglio in un campo d’azione comune, tutte sollecitate ad uscire dai propri recinti, dalle proprie autoreferenzialità.
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Novembre 2004
L’arte del volo collettivo
di Marco MaschiettoQuando le mosche danno fastidio
di David VianUn sostanzioso numero di cittadini (circa 100) sandonatesi e non (c’era anche un argentino, oltre a cittadini di Musile, Fossalta, Meolo, Jesolo…) si trovava ormai da quattro anni (quindi ancora dalla precedente amministrazione) a discutere sul forum del sito web del comune di S. Donà. Gente di tutte le tipologie e ideologie, dal professore [tendenzialmente di sinistra] al commerciante [di destra], allo studente che ne voleva capire di più e anche gente di una certa età che ha vissuto le trasformazioni di S. Donà nel corso degli anni… Le discussioni vertevano sui più disparati temi:
dall’ecologia (discarica, raccolta differenziata, inquinamento) alle spese pubbliche della città, ma anche temi più “leggeri” come il calcio, fenomeni di costume, o manifestazioni culturali, un po’ di tutto insomma. Una volta c’è stato anche un articolo sulla stampa locale, per la floridezza di questo piccolo spazio di discussione. Ogni tanto, come ovvio, c’era qualcuno che se la prendeva con eventuali disservizi, o spese contestabili (come l’acquisto di pc portatili per tutti gli assessori), magari chiedendo anche un intervento del Sindaco nel forum, che non si era mai fatto vedere (a differenza del sindaco precedente) fino all’inizio di quest’anno, quando con un messaggio di “avviso” (non in un topic normale, ma in una finestra a parte, quindi senza possibilità di replica), disse che per parlare con lei o i suoi collaboratori ci si poteva rivolgere all’URP, e che proteste da chi si nascondeva dietro un nickname non erano prese in considerazione. C’è da dire, inoltre, che non c’era né un amministratore né un moderatore del forum e quindi chiunque avrebbe potuto scrivere qualsiasi cosa, magari anche offendendo o risultando particolarmente pesante. Fortunatamente questo non è mai successo, se non entro livelli accettabili… Tutt’un tratto a metà maggio, gli utenti che si collegarono al forum trovarono una scritta “Forum in ristrutturazione” che è quello che si può vedere tutt’oggi. Gli utenti con qualche dimestichezza di internet, trovarono un accesso “laterale” (in pratica era stata modifica solo l’home page, ma il forum era ancora “dietro”) e contattando tutti via mail, hanno continuato a discutere per qualche giorno finché (evidentemente si resero conto che c’era chi continuava a scrivere) venne chiuso totalmente il forum, senza dare spiegazione alcuna. Da voci di corridoio si è venuti a sapere successivamente che il sindaco ha chiesto al mantainer del sito di chiudere il forum in quanto, secondo lei, il forum era solo uno strumento di attacco all’operato del sindaco senza avere nulla di costruttivo e quello di cui si lamentava principalmente il sindaco era il fatto che mentre lei era identificata in prima persona da nome e cognome (e da una faccia), gli utenti del forum erano “protetti” da un nick name che non li rendeva identificabili. Da che mondo è mondo, o meglio da quando esistono i forum in internet ed esistono le regole della netiquette, l’utente è sempre coperto da un nick, ed è questo uno dei fattori che consentono a tutti di poter dire liberamente ciò che pensano, senza sentirsi passibili di giudizio o senza essere accreditati di qualche pregiudizio ideologico solo perché magari nella vita reale si è iscritti ad un partito piuttosto che ad un’associazione. Il nostro sindaco non ha tenuto conto di queste cose, non si è resa conto che era un forum “virtuale” e che le regole del mondo reale non sono sempre uguali nel cyberspazio. Ha così letteralmente censurato i pensieri di una parte della cittadinanza, affinché non si sentissero più le mosche ronzare. Ma dato che su internet c’è tanto spazio, un gruppo (quello che frequentava il forum più spesso) ha deciso di aprire un nuovo forum, che non fosse gestito dal comune, ma dagli utenti stessi. Sentiti un po’ i pareri, e fatte le valutazioni del caso, i primi di giugno veniva aperto il nuovo forum, dapprima in uno spazio gratuito e dopo un mese circa in uno spazio gestito da un provider locale, (http:// www.piave.info/forum) che gratuitamente ha fornito alla piccola comunità la libertà di parola che era stata tolta. Ad oggi ci sono circa una trentina di utenti, perché molti non avevano lasciato l’indirizzo e-mail nel vecchio forum, ed è stato pertanto impossibile ricontattarli. Le discussioni finora aperte sono circa una quarantina per un totale di più di trecento messaggi. Dopo cinque mesi dall’apertura del nuovo forum se n’è occupato anche il Gazzettino, che nei giorni 19-20 ottobre ha dato spazio a queste vicende e ha contattato l’amministrazione comunale, che ha ribadito che la chiusura è solo temporanea e al più presto sarà riaperto. Ora basterebbe quantificare in unità di misura standard il “al più presto” del nostro sindaco.
I “diversamente abili” e l’inutile anestesia
di Marco ZamunerMe ne convinco giorno dopo giorno: il mondo attuale vive di anestesie. Non solamente mentali, non solamente fisiche. Ci vengono propinate in dosi minuscole dalla tivù, dai giornali, dagli amici, dal “senso comune”, dalla nuova moralità. Uno sguardo di passaggio sulla cronaca: mentre in Inghilterra esplode lo scandalo del livello del Prozac (psicofarmaco antidepressivo) nelle acque del Tamigi e la stampa apre l’inchiesta ( viene dagli scarichi domestici a causa del dilagare delle prescrizioni… o è il governo che lo fa sciogliere nell’acqua potabile per “tenerci buoni”?), in Giappone inventano il cuscino per single (un semibusto umano tra il quale abbandonarsi nel sonno sognando di non essere soli). Mi cade l’occhio su un’apparentemente insignificante statistica che recita: in Italia aumenta il numero di neomadri che decidono di far venire alla luce il nascituro con l’indolore parto cesareo anziché rischiare un doloroso travaglio. Sono fatti slegati tra loro o sono uniti da qualcosa? C’è davvero nella società postmoderna un bisogno, nemmeno troppo nascosto, di “anestetizzare”? Ho la sensazione che sia così.
Non sopportiamo più la stanchezza, gli insuccessi, il dolore: abbiamo bisogno di rinchiuderci in una bolla protettiva, in un’alcova asettica dove poter “tirare avanti” senza soffrire troppo. Tutto attorno a noi viene filtrato, depurato: dalle censure televisive di immagini troppo forti alla trasformazione del linguaggio comune, che si riempie di metafore e immagini suggestive. Il cancro diventa “male incurabile”, l’andicappato diventa “diversamente abile”, la morte diventa “decesso” e così via. C’è spavento, rifiuto, orrore per tutto quello che potrebbe toglierci bruscamente dall’american style dell’” ottimismo”. Quello invocato da un poetastro in una mediocre pubblicità, già obiettivo di scherno generalizzato. Quello insulso e immotivato di Condoleeza Rice e Bush sulla questione mediorientale. Un ottimismo che la gente però non ha, non riesce a far proprio nonostante i tentativi della classe dirigente di mantenerci nel nostro mondo disneyano di filmetti scacciapensieri col belloccio di turno e vasche domenicali a base di shopping familiare. Il mondo in cui ci troviamo a vivere non è più il mondo ingenuo e consumistico di dieci anni fa: è un mondo dove la gente, che si era disabituata a fare i conti con la durezza della realtà, si sta come risvegliando da un bel sogno. E quando ci si sveglia, l’anestetico ci mette un po’ a far ripiombare il corpo nel sonno. La retorica americana fa sempre più fatica a evitare che da dietro le cortine di nebbiosa disinformazione compaia pian piano la drammatica verità: ovvero che il mondo intero deve fare i conti con un “intervento preventivo”, in cui si usano armi e materiali per cui molte persone muoiono per “mali incurabili”, in cui mine e bombe creano migliaia di nuovi “diversamente abili”. Forse ha ragione il buon Guerra e bisogna fare lo sforzo di essere ottimisti. O forse dovremo provare a smetterla di indorare i nostri crimini e le nostre miserie quotidiane con la stupida e vuota retorica di politici e media e iniziare a guardare seriamente in faccia una realtà inquietante; che all’ottimismo, purtroppo, lascia ben poco spazio.
Il presidente del mondo
di Haro de GrauwIn vista delle presidenziali americane si sono viste nascere associazioni e fazioni che, simbolicamente o concretamente, chiedono: visto che il Presidente degli Stati Uniti d’America prende decisioni che incidono sull’umanità intera, perché non lo votiamo tutti insieme? Perché solo gli americani possono votare l’uomo che poi di fatto governa l’umanità intera? In effetti, ora che ci sono le elezioni, tutta l’umanità guarda col fiato sospeso: Bush o Kerry? Kerry o Bush? L’umanità è ad un bivio; molti Paesi che oggi esistono tra qualche anno potrebbero non esserci più, se vincesse Bush. La Corea del Nord, l’Iran, gli stessi USA. Ma se vincesse Kerry, forse che i terroristi distruggeranno l’Occidente? All’inizio anch’io pensavo: ma certo, di fatto egli è Presidente del Mondo, votiamo tutti! Ma la cosa è un pochino più complicata. Il Presidente USA teoricamente, legalmente, non sarebbe affatto autorizzato a governare il mondo. L’amministrazione americana vìola patti, accordi e convenzioni in continuazione, li firma senza ratificarli (=applicarli) o
non li firma proprio. In un mondo sempre più piccolo, in cui dovremmo abituarci a coesistere con persone e culture diverse da noi, con usanze e regole diverse dalle nostre, gli americani stanno dando un esempio straordinario di miopia, incomprensione e semplice stupidità. Qualcuno crede ancora che prima o poi tutti gli arabi, gli africani ed i cinesi vivranno in grattacieli, berranno Coca-Cola, fumeranno Lucky Strike, indosseranno scarpe Nike, mangeranno da McDonald’s, indosseranno pantaloni a vita bassa, useranno computer HP con Microsoft Windows… Convinti. Se però gli americani avessero per la loro politica estera la scusa del consenso, chi li fermerebbe più? Se vincesse Bush? E anche Kerry non è che sia un pacifista, è solo più cauto (e, secondo me, anche un bel po’ più sveglio) di Bush. Prima o poi li fermeremo. Qualcuno li fermerà. L’India, forse, o la Cina, Paesi enormi con molti più abitanti (i cinesi sono 1.2 x 109, dicono, ma come fare a contarli?) ed economie in molto più rapida crescita rispetto agli USA; l’Europa forse, ora che si sta facendo un po’ le ossa, col supporto della Russia (che ha genialmente ratificato i protocolli di Kyoto mettendo gli americani in una gran brutta posizione)… Nessun impero è mai durato per sempre. Anche quello americano crollerà, sta già crollando. Ma se dessimo al Presidente USA la scusa del consenso globale ci disarmeremmo da soli. Supponiamo allora che il Presidente non sia americano. Se si votasse tutti, dovrebbero potersi candidare anche i non americani, ovviamente. Eleggiamo un Presidente del Mondo. E’ la teoria del Superstato globale, un’unica nazione grande come il mondo, in cui molti credono ancora. Certo che se questo Superstato fosse una democrazia presidenziale, un solo uomo, il Capo dell’Amministrazione Globale nonché Capo di Stato del Mondo, avrebbe una quantità di potere che nemmeno Filippo II o Gengis Khan si sarebbero mai sognati. Possa non accadere mai che un sol uomo venga a trovarsi in una tale posizione rispetto all’umanità! Semmai, ci potrebbe essere un Parlamento Globale, un’Assemblea dei Cittadini del Mondo che, avendo al suo interno rappresentanti di tutti le diverse culture ed etiche, potrebbe prendere decisioni fondate sul raggiungimento di compromessi accettabili per tutti (laddove possibile). Lo so, ci sono le Nazioni Unite, ma sono un organo privo di potere. L’Assemblea dell’Umanità dovrebbe avere potere legislativo in tutti i Paesi, e (ahimè) un apparato giudiziario che faccia rispettare le sue decisioni. Sogni. Sogni che ho fatto, che molti di voi lettori avranno fatto, ma che non sembrano inclini ad avverarsi presto. Già fatichiamo a costruire l’Europa, con Buttiglione e i suoi insulti agli omosessuali ed alle donne, ed il Presidente della Commissione, José Manuel Durão Barroso, che pure lo difende. Figuriamoci un Superstato Mondiale. Però risolvere la questione votando un’Amministrazione che decida su tutte le nazioni è troppo facile. Finora (salvo che gli americani facciano quel che pare e piace a loro) la politica mondiale e il diritto internazionale sono stati formati dal dialogo fra le parti, dal compromesso, dagli accordi. Non sono mai state decisioni calate dall’alto o forzate. Accordi, protocolli, convenzioni. Vertici, negoziati. Dialogo. Il mondo è bello perché è vario, ricordiamocene, e se è (ancora) vario è perché si può ancora essere diversi, perché ci sono ancora mentalità, culture e tradizioni che dall’antichità sono arrivate fino ad oggi, evolvendosi, adattandosi, ma senza omologarsi. E’ un patrimonio ricchissimo, che ci permette ancora di vivere la vita come una continua scoperta di nuova bellezza. Non togliamoci questo.
Conta solo l’apparenza {?}
di Serena BoldrinIl tema, affrontato durante il convegno tenuto mercoledì 30 settembre al centro culturale Leonardo da Vinci ed inserito nel progetto “I giovani e le istituzioni” dell’Asl 10 Veneto Orientale, era “La linea e l’immagine – Abitudini alimentari e l’immagine di sé degli adolescenti”. L’incontro ha cercato di affrontare l’aspetto della crescita legato all’immagine voluta o imposta dai nuovi canoni della società. Oggigiorno infatti siamo tutti sottoposti ad una vita frenetica che spesso ci costringe a modificare le nostre abitudini alimentari, e non certo in meglio. Inoltre ci vengono proposti/ imposti come modelli di bellezza giovani ragazze ed aitanti ragazzi dal fisico perfettamente scolpito. Non è quindi raro l’insorgere di una malattia quale l’anoressia nervosa, che costituisce attualmente un grave problema che affligge principalmente i Paesi Occidentali e che in genere colpisce soprattutto gli adolescenti, in particolare le ragazze. L’anoressia nervosa è una patologia caratterizzata da grande paura di ingrassare e da un’eccessiva preoccupazione nei confronti delle proprie forme corporee: peso e forma fisica, infatti, sono considerati di estrema importanza per giudicare il proprio valore personale. L’anoressia nervosa, considerata per lo più un disturbo del comportamento alimentare, può tuttavia causare anche gravi disfunzioni fisiologiche (quali un’aumentata vulnerabilità alle infezioni e forti squilibri ormonali), che possono provocare irregolarità del ciclo mestruale o amenorrea e, in fasi più avanzate della vita, anche osteoporosi. Chi viene colpito da questa patologia può presentare, a fasi alterne rispetto all’anoressia, anche bulimia nervosa, una forma caratterizzata dall’ingestione di grandi quantità di cibo (abbuffata compulsiva), che per paura di ingrassare vengono eliminate con vomito autoindotto o con lassativi e diuretici, che prevengono l’assorbimento del cibo. Il vomito ripetuto, che priva l’organismo di liquidi e di potassio, può anche avere effetti avversi sulla funzione cardiaca. L’obiettivo iniziale di un soggetto anoressico non è mai quello di perdere peso, ma solo “qualche chilo”; tuttavia una volta iniziato il dimagrimento, questo difficilmente si arresta. La comparsa della paura di ingrassare è accentuata dal fatto che l’organismo, sottoposto ad una restrizione alimentare severa, mette in atto svariati meccanismi difensivi, tra cui un aumento della fame. Questa pressione biologica aumenta la paura di perdere il controllo e di ingrassare e ciò porta la maggior parte dei soggetti a ridurre il senso di fame tramite l’utilizzo di pillole o l’assunzione di grandi quantità di liquidi, come tè e caffè, che, oltre ad essere stimolanti, se ingeriti caldi, aiutano a combattere la sensazione di fame. I cibi che continuano ad essere consumati sono la frutta e la verdura, così come quelli poveri di grassi ed è ricorrente l’alimentazione vegetariana: infatti la carne rossa è spesso il primo alimento ad essere eliminato. Dedicarsi poi ad un’intensa attività fisica è molto frequente ed ha come obiettivo quello di bruciare calorie per evitare di ingrassare. Quando la perdita di peso corporeo diventa grave, la ragazza anoressica è quasi sempre del tutto isolata. Tale isolamento determina un forte senso di solitudine e di inadeguatezza sociale, che a loro volta accentuano la preoccupazione nei confronti dell’autocontrollo e del cibo. Nelle prime fasi della malattia le anoressiche sperimentano spesso una sorta di euforia, a cui fa seguito la comparsa di alcuni sintomi di depressione. Giunta ad un certo punto della malattia la paziente anoressica che ha perso una rilevante quantità di peso tende a giustificare la sua condizione con ogni mezzo a sua disposizione, tra cui diverse strategie di inganno e menzogna. L’anoressica non si limita a ingannare gli altri, ma in una certa misura è capace di convincere se stessa che “va tutto bene”. Quando l’anoressica giunge di fronte al medico, la malattia è di solito in una fase piuttosto avanzata e, quando si trova al punto in cui il disturbo è identificato clinicamente, è già coinvolta in una complessa rete di atteggiamenti psicologici e di conseguenze fisiologiche associate alla prolungata denutrizione. Tuttavia, poiché molte persone affette da anoressia nervosa non si rivolgono direttamente a un medico, non è possibile conoscere l’esatto grado di diffusione della malattia. Il problema è a mio avviso concreto e molto più diffuso di quel che si crede. Quindi è necessario prestare maggiore attenzione alle persone che ci sono intorno e ricordare che solo una grande forza di volontà ed il sostegno concreto da parte di famigliari, amici e specialisti possono aiutare una ragazza anoressica a superare la malattia. Dietro a un corpo emaciato prima di tutto ci sono una persona ed un’anima che sono emaciate e che chiedono aiuto, di non fermarsi davanti a un corpo impressionante! Personalmente consiglio, oltre ad un’attenta riflessione su questa tema, anche un paio di letture: Tutto il pane del mondo e Donne invisibili di Fabiola DeClercq, brevi autobiografie che possono aiutare le ragazze a capirsi ed a guarire, ma che soprattutto possono far capire cosa provino queste ragazze alle persone che sono loro accanto.
Le picconate del ministero
di Giovanni LapisLe recenti agitazione nel mondo accademico (alle quali, ho notato e spero che continui così, si sono accodate manifestazioni e dibattiti nel collettivo studentesco universitario) quali il ritardo dell’inizio delle lezioni, come è successo a Padova, o allo sciopero dell’attività didattica, promosso dai docenti di Ca’ Foscari, sono il sintomo del progredire nell’iter burocratico della Delega al Governo per il riordino dello stato giuridico dei professori universitari, o DDL Moratti. Le proteste innalzate contro tale provvedimento esternano gravi preoccupazioni sulle conseguenze socioeconomiche e di precarietà della figura del docente\ricercatore universitario che sono unite a doppio filo con preoccupazioni sulla futura qualità della didattica e della ricerca. Il DDL in questione dopo la presentazione nell’ art.1 dei validissimi proponimenti (favorire l’accesso dei giovani alla docenza universitaria, potenziare la ricerca e migliorare la proposta formativa) ne decreta poi l’impossibilità con i successivi articoli. Tra i più incriminati provvedimenti spicca l’eliminazione dell’attuale ruolo dei ricercatori (art.2), trasformato ora in ruolo ad esaurimento, e per i quali non sono banditi nuovi concorsi per professore associato o ordinario. Le università quindi per svolgere attività di ricerca dovranno stipulare contratti di diritto privato con possessori di laurea specialistica e in possesso di una non ben definita qualificazione scientifica adeguata, contratti di massimo 4 anni rinnovabili entro il limite complessivo di 8. Ne risulta che quello del ricercatore si trasforma in un ruolo più che precario, senza tralasciare il fatto che questo provvedimento ha attuali conseguenze pesanti anche sulla presente figura del “suddetto ricercatore ad esaurimento”. Lo stesso articolo prevede la stessa precarietà anche per il ruolo dei professori di prima e seconda fascia. La durata complessiva del periodo di docenza non supera i 9 anni, dopo i quali la università possono nominare di ruolo entro i limiti delle disponibilità del bilancio (art.2 lettera d); l’attuale situazione economica delle università non fa di certo ben presagire sulla stabilità dei futuri docenti. Difatti, un’ulteriore minaccia è rappresentata dalla nuova finanziaria che, come espone la “Mozione sul Disegno di Legge finanziaria” del 10/10/2003 del CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) prevede finanziamenti ordinari insufficienti e sottrazioni di ingenti risorse. Come esempio riassuntivo di quanto detto finora scorriamo la futura carriera dello studente meritevole: a 24 anni consegue la laurea specialistica; a 27 anni il dottorato di ricerca, ottiene il posto come ricercatore per 5 anni; a 32 anni vince il posto come professore associato; a 35 anni vince l’incarico di professore ordinario che viene rinnovato per altri 3 anni; a 41 anni l’università si riserva la possibilità di licenziarlo nel caso il bilancio non lo permetta. Inutile aggiungere che a 41 trovare un impiego alternativo all’ambito universitario con una buona retribuzione per far fronte ad una eventuale famiglia è piuttosto difficile: pochi istituti di ricerca o aziende che assumono ricercatori, i giovani neolaureati sono preferiti nel mondo del lavoro piuttosto che ex docenti, poca flessibilità del lavoro in Italia. In aggiunta la retribuzione in questo iter accademico è molto diversa rispetto agli altri paesi a cui il DDL si ispira; in america è, in media, quasi il doppio. Queste misure dovrebbero, stando al suddetto art.1 favorire il ricambio generazionale della docenza ma alla luce dei fatti chi affronterebbe una ventina di anni di lavoro precario nell’università? In effetti mancano validi incentivi ai giovani che vogliono intraprendere tale carriera, e tale proposito la legislazione prevede la possibilità che l’attività del docente sia compatibile con l’esercizio della medesima attività in ambiti esterni all’ateneo, sotto la direzione per esempio di aziende private; ovvero sarà abolito l’impegno a tempo definito e il docente, pur con retribuzione piena, potrà dedicarsi all’attività di libero professionista(art.2 lettera m) Oltre al fattore “morale”( non sarebbe improbabile che un eventuale ricercatore di medicina o un primario non venissero influenzati nel loro operato nel caso la loro attività extra-universitaria fosse diretta, mettiamo, da un’azienda farmaceutica), il collettivo nazionale dei rettori italiani teme che presumibilmente chi intraprenderà la carriera universitaria sarà il libero professionista con attività ben avviata, che dedicherà il minimo indispensabile alla didattica, la cui qualità scenderà ulteriormente dall’avvento del 3+2. In definitiva, anche il proponimento di “migliorare la qualità e la fruibilità dell’offerta formativa” del sopra citato art.1, il più importante praticamente per noi studenti, che ancora cercano di adeguarsi ad un sistema didattico traballante e sperimentale, non viene palesemente mantenuto. A riprova di ciò non bisogna dimenticare che le università, che fungono da centro di rinnovo culturale del paese, espletano tale compito grazie al connubio indissolubile tra didattica e ricerca, che per essere approfondite e attuali richiedono un ambiente intellettuale vivace. La ricerca anch’essa, com’è deducibile da quanto detto finora, subirà il medesimo decadimento della didattica: come detto in precedenza la prospettiva di precariato non invoglierà di certo i giovani a intraprendere la carriera universitaria, ne conseguirà una “fuga di cervelli dall’Italia”; e la possibilità di far convivere una attività professionale, di certo più lucrativa, peggiorerà la qualità della ricerca e non mancherà di fornire occasioni di “condizionamento” dall’esterno. Inoltre a tale proposito salta all’occhio un’ulteriore disposizione per compensare l’aggravio delle spese per l’abolizione del tempo definito: il docente pur avendo retribuzione piena, non svolge attività a tempo pieno, preso anche dall’impegno esterno, e le ore di didattica mancati verranno svolte gratis dagli attuali ricercatori a ruolo ad esaurimento, dai tecnici laureati e dai professori incaricati stabilizzati ai quali viene dato il nome di professore aggiunto(art.2 lettera q). Questo ruolo obbliga i ricercatori, i quali finora non hanno mai avuto obbligo di docenza, a svolgere annualmente 120 ore di lezione, ad evidente discapito della ricerca.
La parola ai ricercatori
di Piovesan e CereserInterventi: Dott. Sparaccino, Dott. Naletto, Dott Cester (Dipartimento di Ingegneria)
Il 31 Luglio 2004, confermando il totale disinteresse verso le forti e argomentate critiche espresse dal mondo universitario, la VII COMMISSIONE della CAMERA dei DEPUTATI ha approvato l’articolato del DDL MORATTI sulla riforma dello stato giuridico dei docenti, dando così il via libera alla discussione in aula dove verrà sottoposto a votazione presumibilmente a Dicembre. E’ opinione diffusa che l’eventuale conversione in legge del DDL nella forma attuale, che prevede, tra l’altro, la messa ad esaurimento dei ricercatori universitari, l’eliminazione della distinzione tra tempo pieno e tempo definito, il reclutamento dei nuovi ricercatori solo con contratti a tempo determinato, nonché la precarizzazione degli stessi ruoli di professore associato e ordinario, avrà un impatto devastante ed irreversibile su ricerca e formazione didattica. Al fine di fornire una testimonianza chiara su ciò che sta succedendo e su ciò che molto probabilmente succederà all’università italiana se questo disegno di legge verrà approvato, il collettivo redattore del “PUNTO G.” ha deciso di discuterne direttamente con alcuni fra gli esponenti dei ricercatori che più vivamente hanno promosso e sostenuto la campagna di protesta che ha causato, mediante l’astensione dal presentare domanda di affidamento per l’insegnamento, il ben noto [oppure: il più che giustificato ] ritardo all’inizio dell’ A.A. 2004- 2005.
Per ragioni tipografiche la seguente intervista è il risultato di un’opera di sintesi, atta ad esprimere il pensiero comune dei ricercatori intervistati. Si tenga quindi conto che nelle seguenti risposte convergono opinioni di personalità ben distinte, unite riguardo ad alcune posizioni. 30 atenei sono in stato di agitazione permanente e nessuno ne parla. Ecco allora gli inviati di punto a colmare la lacuna, per la laguna ripassate più tardi
Qual è il problema fondamentale di questo DDL? Perché dobbiamo preoccuparci così seriamente?
Con la proposta di riforma dell’università avanzata dal ministro Moratti si intende modificare il più alto organo formativo del nostro Paese cambiando le mansioni, e quindi l’identità, delle figure caratterizzanti: il ricercatore, il professore associato ed il professore ordinario. Il ministro, notando l’elevata età media dei ricercatori appena assunti, che nel caso di Padova è di 38 anni, ha pensato di accorciare il normale iter verso la cattedra sopprimendo la figura del ricercatore, che diventerebbe direttamente professore associato. Se questo nuovo ordinamento offre maggiori benefici economici ed accorcia i tempi, anche in previsione di un’eventuale promozione, non dobbiamo dimenticarci che così scomparirebbe una figura fondamentale per la vita di un Paese che vorrebbe definirsi economicamente sviluppato, ossia quella di chi non ha altri obblighi che quello di fare ricerca. Già, i ricercatori sono essenziali perché non ci può essere didattica di qualità, non all’università almeno, se non c’è un costante tentativo di sbirciare oltre le frontiere del saper standard: un docente dalla scarsa preparazione, che non è in grado di fornire elementi innovatori, sfornerà i diplomi di studenti scarsamente formati, troncando così le potenzialità dei cervelli di domani, e probabilmente anche di quelli di dopodomani. Ma qualora i ricercatori divenissero associati, lasciando a precari l’attività di sola ricerca, il loro impegno si dovrebbe dividere tra didattica ed attività ricercativa, con una drastica riduzione di quest’ultima. Inoltre il DDL annullerebbe la distinzione tra professori parttime, che svolgono anche attività da liberi professionisti, e professori a tempo pieno. Gli stipendi verrebbero a coincidere così come le possibilità di carriera accademica, e tutto ciò graverebbe sulla qualità della didattica, oltre ad essere uno spreco di denaro. Infine è degna di nota la proposta di consentire l’accesso alle cattedre di professori stipendiati da aziende. Questi non devono certificare in alcun modo la loro preparazione, ma nonostante ciò possono comunque arrivare ad essere anche direttori di dipartimento, condizionando l’attività di ricerca di un numero spesso notevole di persone. Ciò è deleterio, perché la ricerca deve essere libera dai condizionamenti di mercato e non deve essere sottoposta ad alcuna forma di controllo.
Qual è il progetto politico che sta sotto a questo DDL? Quali sono i piani di questo governo in materia di ricerca?
In sostanza si vuole trasformare l’università in un luogo dove si diffonde il sapere, lasciando che siano altri i luoghi (istituti specializzati) in cui il sapere viene formato. Questi istituti specializzati lavorerebbero a stretto contatto con aziende private, che indirizzerebbero gli studi su progetti redditizi. Nulla di male, se non che in Italia le ricerche dei privati sono finanziate con denaro pubblico! (infatti mentre nella maggior parte dei paesi industrializzati i fondi per la ricerca provengono metà dallo stato e metà da privati, nella nostra realtà lo stato mette ben il 72%)! Sembra quindi chiaro, anche per quanto espresso al punto 1), che il Progetto Moratti – De Mauro sia stato sviluppato da persone estranee al mondo universitario, che si sono basate su luoghi comuni (i ricercatori vogliono più soldi, meglio rendere il tutto più elastico) o su esperienze legate al mondo dell’istruzione privata. Non si può spiegare altrimenti l’incapacità diprendere coscienza di come il problema sia molto più ampio di quanto sembri: oggi un giovane con una “bella testa” finito il dottorato di ricerca trova sbarrata la strada dell’occupazione privata, dato che viene visto come scomodo, e non gli rimane aperta che la via del pubblico impiego. Non c’è quindi opportunità di scelta, anche perché da sempre si sono rigettati progetti a lungo termine, forme di investimento di risorse umane e finanziarie che mostrano i loro frutti solo su tempi lunghi. Eppure non c’è nessun altro modo per produrre novità e benessere, invertendo l’attuale tendenza di importare e rivendere, che per la sua miopia è destinata a collassate.
Cosa pensano i docenti e i ricercatori di questa situazione? Cosa sono disposti a fare assieme per opporsi a questa visione dell’Università?
Tutte le maggiori università italiane si sono schierate con decisione Contro queste proposte di cambiamento. La protesta è partita, com’era logico, dai ricercatori, data la combattività insita nella giovinezza e la maggiore libertà di movimento data dall’assenza di obblighi di lezione: i ricercatori hanno semplicemente rifiutato di aderire ai bandi di concorso per coprire cattedre vacanti (infatti nella maggior parte dei casi il numero dei corsi supera di gran lunga quello dei professori), e ciò è bastato per paralizzare il normale svolgimento delle lezioni, ritardandole di una settimana come a Padova o bloccandole nel bel mezzo come deciso a Venezia. Vale la pena osservare che la protesta è stata supportata anche da professori e studenti, e che tale partecipazione nega una possibile lettura degli attriti tra ministero ed atenei come relegati ad una sola classe di persone.
Quali sono le forme di lotta che intendete intraprendere per continuare la protesta e fermare questo Disegno?
La discussione del DDL è prevista per dicembre, ed allora si deciderà, in base alle discussioni parlamentari, come manifestare il dissenso, sperando che non ce ne sia più bisogno. Probabilmente ci sarà di nuovo il rifiuto da parte dei ricercatori di aderire ai bandi di concorso per coprire cattedre vacanti.
Oltre ad un fermo NO a questo DDL avete intenzione di proporre una valida alternativa? La vostra intenzione è solo quella di fermare questa proposta o di interagire attivamente con il Ministro al fine di aprire un tavolo di lavoro capace di individuare le reali esigenze dell’Università italiana?
Gli inviti al dialogo rivolti al ministro sono stati ripetuti, ma tutti, tranne quello espresso dalla Conferenza dei Rettori, sono stati declinati, anche perché è ferma convinzione della signora Moratti che la riforma debba avvenire seguendole opinioni di esterni, dato che chi è immerso nel contesto universitario finirebbe solo per portare acqua al proprio mulino. Comunque l’apertura al dialogo rimane, anche se la disillusione aumenta con il passare del tempo.
Concludendo, possiamo dire che c’è una fabbrica di idee in seria crisi, e che questa crisi rispecchia il disfacimento della cultura nel nostro paese. È quindi questa un’occasione interessante per cambiare la politica industriale, che alla fine le idee hanno pur sempre bisogno di denaro anche se poco, e per guardarci intorno con occhio nuovo: dopo i contributi ministeriali per l’acquisto di decoder, digitale terrestre e quant altro, non sarebbe giunto il momento di acquistare, con contributi statali, un pezzo di quelle idee che stanno solo aspettando l’occasione buona per uscire su carta o su schermo?
Materiali resistenti
di Alberto BoemViene parecchio da pensare osservando -oggi sabato nove ottobre duemila e quattro- le locandine della stampa locale che indica la volontà sperata? auspicata? scongiurata? di trasformare il cinema Astra in una serie di unità abitative. Di fronte a questa trovata architettonica c’è da chiedersi cosa valga oggi, magari nel nostro shymalaiano “The Village”, lo spazio cinematografico. Quale e quanto spazio occupa un film? Quanto è circoscritto il diametro di un fotogramma, di uno schermo, di un set, di una sala, della nostra poltrona? Dilemmi spaziali di uno spettatore in questa camera scura, sede celebrativa del primo rito laico e globale di apparizione delle immagini (in movimento!) e dei suoni venuti dall’ombra…le luci delle uscite di sicurezza… Uno spazio-cinema sandonatese che poteva/doveva/voleva essere progettato da Carlo Scarpa (un fantasma che aleggia ancora inascoltato nel nostro villaggio). Un volume che viene riempito da contenuti abitativi non vivibili e appassionanti; emozione ridotta a nulla. Volontà forse di qualcuno convinto che <>? Chi lo sa, ma siamo sicuri che ha un grande passato che sta lentamente affiorando.
E ciò avviene in concomitanza con questi “eventi locali” a Sacile nel corso delle “Giornate del Cinema Muto”, durante le quali è possibile procedere alla lenta ed eccezionale scoperta della memoria del cinema stesso, ma anche di quella di noi spettatori di questo ex-cinema. Ciò che viene progressivamente alla luce è una memoria che il cinema aveva rimosso per troppo tempo; molto probabilmente a causa della grande innovazione di alcuni materiali scivolati nel dimenticatoio degli archivi. Qualcuno si è forse dimenticato di tatuare “Memento”? Quello che avviene durante le proiezioni di questo incredibile Festival postumo, è l’affiorare continuo di inediti fotogrammi, di apparizioni improvvise, che offrono un impressione quasi soprannaturale del cinema, di questo primo (ma non ultimo) cinema. Pellicole corrose, viraggi inaspettati e un continuo rinvenire di tracce ectoplasmatiche di passato: le bizzarre trasformazioni di Fantomas, sovrimpressioni di ancestrali samurai di jidai geki giapponesi, le immagini in negativo dei nosferatu di Dreyer- Murnau (e perché no, Kubrick), e i negativi ritrovati e definitivamente proiettati (tutti!) di Dziga Vertov , i mai dimenticati Mélies-Griffith-De Mille- Keaton, quelli creduti persi <>, e gli “ancestrali” film italiani riesumati e ricomposti come “Il Ponte dei sospiri” di Gaido e “Inferno” di De Liguoro-Padovan-Bertolini. E quello che appare da queste Giornate, è la testimonianza che il cinema ha un prorompente passato da un’incredibile volontà di sopravvivenza. Mentre si perdono i nastri magnetici dei 1970/80s, le pellicole del Venti ritornano ancora vitalissime, capaci di (ri)scrivere rullo dopo rullo e frame dopo frame, una storia del Cinema e quella del suo futuro. Come non pensare però ad altre giornate impresse in un minuto muto in trentacinque millimetri girato in quegli stessi anni proprio nella nostra zona, dal quale affiorano inedite apparizioni di Giannino Ancillotto e di riverenti braccianti del basso Piave. Un film girato fra noi, insignificante ma carico di memoria e di sentimenti compressi in pochi sguardi, dimenticati. Così come è ormai sbarrata da troppo tempo quella zona-cinema che mi piace pensare come luogo di materializzazione delle nostre emozioni di spettatori, che si proiettano nel telo bianco ormai caduto dello schermo in una sala occupata dai personaggi dell’ultimo film di Tsai Min- Liang: fantasmi in rivolta silenziosa, che siedono giorno dopo giorno alla loro poltrona, nella fila da loro scelta; per dare finalmente un senso emozionale a questo spazio occupato da noi pubblico pagante. Una sala usurata dai sentimenti, mai affittata. Abbandonata.
Ed un piatto di traiettorie paraboliche
di Alberto CereserPer anni ho calcato i parquet dei palazzetti di mezzo mondo ma non ho mai trovato, credetemi, un play maker che fosse in grado di tenergli testa. Si chiama Charles, e la sua vita è la solita storia newyorkese fatta di Bronks e tabelloni amici, college assetati di talenti ed NBA, Giants prima e Boston Celtics poi. L’ultima volta l’avevo visto parecchi anni fa bersagliato da eserciti di microfoni nel giorno del suo addio al professionismo, tante pacche sulle spalle e i “buona vita” urlati a chi sapeva ancora solleticare la palla meglio di chiunque altro, ma che sentiva che la magia stava per finire.
Dopo i flash e gli autografi di quella serata strana sono spuntati nuovi talenti da seguire, rimbalzisti ribelli e terrificanti torri alte chilometri, di Charles si è persa ogni traccia, voci rantolanti luppolo ed oscenità sussurravano di periferie e campetti semideserti. E i calendari si cambiano uno dopo l’altro, e si vedono crollare montagne e spuntare fiori tra il catrame della mela che non dorme mai, e senza accorgertene ti trovi tra le braccia un figlio, tuo figlio, che piange mentre il primogenito esce col perenne skate per andare dal saggio. Dal saggio? Esistono ancora persone sagge, tra una televendita e l’altra? Partire, per non lasciare che le buone opportunità se ne vadano senza di te, rincorrerle dopo averle ignorate per anni, rivedere quella mascella che faceva tremare le ginocchia a sir Magic Johnson in persona. Brillano ancora le sue mani mentre tesse uno spiraglio del futuro del mio bambino, ciaf! entra la palla accarezzando la rete metallica, sorridi e credi alla vita, ciaf! Se ne stava li, in una vecchia tuta pigiamosa, con la palla a tracciare parabole perfette per far sognare chi non sa ancora come fare, senza accorgersi del vecchio amore bruno che aspettava sorridendo in disparte, rimirandosi tranquillo le unghie fresche di smalto, forse è solo quando smetti di volere che la vita ti regala quello in cui speravi. Ciaf!
Onirica
di Marta MuschiettiBUIO. Sento dei rintocchi lontani…che ORE sono? Forse le 10, o magari le 3. All’improvviso mi sento SCIVOLARE, la mia mente riesce ad eludere la –stretta sorveglianza della coscienza e, nel caldo asfiSSiante, precipita…DOVE? Non ne ho idea, ci sono solo tenebre intorno a me. LUCE; un riflettore illumina due tende che rendono l’atmosfera ancora più soFFocante con la loro gravità di velluto porpora. É un teatro; devo uscire, ma solo quando tento di alzarmi mi rendo conto delle cinghie che mi legano polsi e caviglie e mi tengono saldamente ancorata al mio posto a sedere. Ecco che il sipario si apre e mi si presenta davanti agli occhi un orrendo pagliaccio piangente. Mi chiede singhiozzando chi sono; “Non me lo ricordo”, rispondo io. La conversazione cade e rimango ad ascoltare il suo pianto in silenzio. Mi spaventa troppo perché IO riesca a trovare il coraggio di parlare a LUI, con quella testa bitorzoluta e il sorriso di pece. Non saprei stabilire con esattezza da quanto tempo sono seduta su questa scomoda poltrona, ma il pagliaccio sta ancora piangendo sommessamente. MI SENTO SCENDERE, COME SE LA POLTRONA MI STESSE FAGOCITANDO; e in effetti affondo nella moLLe maSSa di goMMapiuma chiudendo gli occhi e quando li riapro mi ritrovo su un prato. Mi sorprendo e mi spavento sentendomi pronunciare parole che non penso: “Avvolgimi in spire di nerofumo e suona, TROMBONE, fino a s t o r d i r mi…i n t r o d u c i pomposamente la FANfara e annientami sotto il peso del tuo rumore assordante! Colpiscimi in pieno viso e una nuova ALba si leverà meccanicamente dalla confusa linea del suolo; cerca il SENSO: trovalo, interpretalo, dopodiché DIMENTICALO…Non ti rendi forse conto della tua volgare sfacciataggine?!”… …ma il SENSO qual è? Lo cerco…lo interpreto…lo dimentico. È l’unica via d’uscita. Sì, ma l’USCITA dov’è? Mi stendo con la schiena che aderisce perfettamente all’erba…io SONO erba…Sudo rugiada e la bevo in un ciclo continuo – futile ed esigua speranza di vittoria, insufficiente ad incentivare un qualsiasi tentativo per ottenerla – MI TROVO SPENTA. Tutto cambia, vedo tutto al negativo: il bianco è nero, il verde è rosso e, allo stesso modo, la disperazione è QUIETE…ma la quiete non viene forse prima della tempesta? PIOVE. BIANCHE nuvole, ma piove SANGUE e mi scorre nei capillari # FOTOSINTESI. RisataStridente è quello che mi trabocca fra i denti e non riesco più a frenare: corro in circolo senza mèta e/o scopo, la vita mi sfugge così STUPIDAMENTE… …Voglio riemergere, BOCCHEGGIO, i polmoni mi scoPPiano: la pioggia è ovunque, ormai ha formato un fiume – un mare – un oceano e io non so nuotare. Raccolgo le informazioni più elementari che ho e mi sforzo di galleggiare nell’AERE. Caldo, caldo, caldo…sento colpi di grancassa. Tutto questo SURREALISMO mi riesce TOSSICO… Riuscirò mai a smettere?