Il giorno è il diciannovesimo di Novembre e l’anno è il duemila e quattro. È un venerdì sera, e fa freddo. Fa freddo e questo ve l’assicuro io. Io, che prendo la bici, la mia bici, e un paio di guanti, quelli di mio papà, che sono super imbottiti. Devo andare a Musile. Qualche giorno prima ho trovato Marco a scuola che distribuiva volantini.
“Ciao! Come va? …bla bla bla …venerdì sera a Musile, vicino al municipio. Guarda che ci conto!”. Ok! Ma al Municipio non c’è nessuno. Seguo un ragazzo che sta entrando in un qualche posto, ma è casa sua e l’inseguimento fallisce. Chiedo ad un barista lì vicino se sa niente di una qualche associazione culturale e questo mi guarda come se gli avessi ordinato ventisette litri di birra alla spina. In effetti non comincia bene, ma io non demordo, e alla fine pedino i ragazzi giusti. Trovo Marco e il grosso è fatto (almeno per questa sera). Sono riuscito ad inserirmi nel gruppo. In realtà mi sento un po’ clandestino, ma è normale. Tra i presenti li conosco tutti, almeno di vista (saremmo al massimo una quindicina). La seduta comincia e il tema della serata è “Zero tensione”. Si tratta di risolvere problemi, di ogni tipo: ogni azione richiede un suo tempo, un suo spazio, un fine basato su idee chiare, e soprattutto cause ed effetti alla nostra portata. Io sto zitto, preferisco ascoltare. Tutti gli altri per fortuna hanno qualcosa da dire: si parla del cineforum, del giornalino, della festa di Carnevale, dell’incontro di domani e c’è una discreta dose di incertezza un po’ su tutto (regna il condizionale, diciamolo pure). Ma poi si continua a parlare e si arriva ad una discreta dose di certezza non assoluta un po’ su tutto. Io non lamento niente, preferisco ascoltare e capire. Capisco così che non è facile far quadrare tutto, che si pongono sempre nuovi problemi e che basta un niente e tutto va in fumo. Però cerco di andare oltre e guardo alla semplicità del sistema in sè. Come io sono entrato a farne parte, così potevo starne fuori: bastava fermarsi al bar prima. Se è vero che basta un niente perché tutto finisca, è anche vero che basta un niente per creare qualcosa di nuovo, qualcosa di bello. Il meccanismo, come ho detto, è semplice: dei ragazzi si trovano per discutere su come vogliono esprimere le loro idee comuni, cercando di attuare i loro piani in una società che rende i rapporti interpersonali talvolta molto difficili. Subito questa semplicità mi affascina e penso tra me e me che tra il dire e il fare c’è di mezzo il Piave (insomma, si può fare…). Ma Marco sta facendo la danza del danaro per far quadrare i bilanci. Non si vive di sole idee, ma anche sì! (questo è il nostro motto). Ma la verità è che l’ultima parte l’abbiamo aggiunta noi perché non si vive di solo danaro si sa, ma senza di questo non si vive proprio, e ciò va imparato presto. Il denaro, questo maledetto denaro, rende ogni cosa più difficile. Poi Marco mi guarda e mi dice: “Carlo! Tu!” e mi dà un pacco di giornalini e di volantini, “Tu questi riesci a piazzarmeli in giro? Devi andare in giro e darli alle persone! Devi andare da ognuno, cioè, noi dobbiamo rompere le palle alla gente con questa associazione…, insomma, veditela te ma fai bene il tuo lavoro (in parole povere)…ok? Ci siamo capiti?” (e dovete immaginarvi uno che gesticola talmente tanto con le mani che potrebbe nuotare parlando), e mi sta solo chiedendo se credo in quello che faccio e se ho intenzione di fare qualcosa.
“Sì!”, dico io. E ridiventa tutto molto più semplice.
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Dicembre 2004
Uno più uno fa tre
di Carlo TardivoMartire a chi?
di Marco ZamunerVorrei chiederlo a Monsignor Buttiglione. Vorrei chiederlo all’ “Ateo devoto” Giuliano Ferrara che lo difende (sua opera la stravagante autoaffermazione). Lo chiederei al Cardinal Ruini, lo griderei in una assemblea nazionale dell’Azione Cattolica. Lo griderei, con rabbia, con frustrazione, con sgomento.
Vorrei che qualcuno me lo spiegasse come può un uomo politico usare il termine peccato vestendolo di importanza giuridica e legislativa in un luogo come l’Europarlamento, e sentirsi “ingiustamente sfiduciato” dall’incarico che ricopre. I neocon integralisti nostrani hanno avuto la faccia tosta di parlare di “caccia alle streghe”, di “martirizzazione”, con la stessa legittimità storica,in bilico tra l’autoparodia e la gag di un Gianfranco Fini che desse del fascista a qualcuno.
Con la storia di violenza, di martiri, di guerre sante, di processi inquisitoriali che hanno alle spalle e sulla coscienza certi figli di Torquemada, tutto dovrebbero permettersi di fare, fuorché di parlare di intolleranza e razzismo anti-cattolico. Vorrei gridarlo, esigerla una spiegazione sul perché il concetto di “libera chiesa in libero stato” e il concetto di laicismo evidentemente ovvio e sacrosanto in un’Europa multietnica alla ricerca di un’identità, sia una operazione massonica per perseguire i cattolici. Vorrei chiederlo, a Buttiglione, quale laico sia mai venuto a inserirgli nella Bibbia l’obbligo alla ricerca sulle staminali, o il diritto all’aborto e al divorzio. Perché le sue convinzioni personali dovrebbero interessare all’Europarlamento? Per caso c’è qualche liberal che gli impedisce di partecipare ai sacramenti e di comunicarsi alla domenica mattina?
Purtroppo il caso-Buttiglione non può ridursi a una burletta da osteria: sarebbe grave e improduttivo bollare il tutto come una sfacciataggine da bigotto “pane e salame”, ignorando un problema, quello dell’integralismo cattolico, che dall’America all’Italia esiste, eccome. Il peccato che diventa reato non è che la punta di un iceberg: una massa di ghiaccio, dura e impenetrabile, che va dalla pensionata comasca al diacono metodista o protestante di una sperduta parrocchia dell Arkansas; è una crosta di intolleranza, la loro sì, verso quello che il futuro e il progresso rappresentano: la fine dell’accoppiata potere-religione. Laddove non esiste alternativa, non esiste divergenza: senza l’una, l’altro non può sussistere: sarebbe il caos, la terribile anarchia. Questa in fondo è la paura dei nuovi integralisti: la paura di cambiare, di veder cadere i comodi luoghi comuni sui quali si affidano dal catechismo in poi: la paura di pensare. Senza nessun manuale precotto dove informarsi su quel che è giusto o sbagliato. Questo è il loro vero, grande limite.
E vorrei dirlo, a loro tutti: fate a meno di abortire, di divorziare, aborrite pure i matrimoni gay, abbiate pure i vostri bravi rapporti sessuali ai fini della procreazione, praticate la castità…ma smettetela con la funesta convinzione che le vostre legittime convinzioni personali basate su un concetto di fede – che si voglia o no, astratto – debbano diventare materia per lo Stato, e obbligo per noi tutti : soprattutto per chi non ci crede, che va tutelato nel suo diritto ad esistere, almeno quanto voi. Pensate alla vostra anima, allo Stato ci pensino i politici: altrimenti gli unici inquisitori resterete, tradizionalmente, voi. E gli unici martiri, noi.
Una splendida giornata
di Marco MaschiettoI giovani dell'”abbastanza”, i giovani conformisti, i giovani “razza flessibile” e tutta la candida generazione silente (è così che gli adulti continuano a chiamarci) sono stati i soli protagonisti del Primo Forum Territoriale tenutosi il 20 di Novembre a San Donà di Piave.
Già questo, di per sè, rappresenta un fatto di estrema eccezionalità. Siamo stati abituati per anni a sentire i “vecchi” mentre inventavano ibride analisi sui giovani, mentre si interrogavano inutilmente sui comportamenti e sulle abitudini giovanili. Il Forum Territoriale ha dato il fine, almeno per una giornata, a questa spirale senza soluzione di continuità.
Finalmente a parlare dei giovani sono stati i giovani!
Davvero straordinaria la sua organizzazione totalmente affidata ai ragazzi del “Gruppo Guida”, davvero insolita la partecipazione, insomma, una giornata davvero fin troppo anomala per il sandonatese che conosciamo.
Il meeting a partecipazione libera, atto conclusivo del progetto “I giovani e le istituzioni” in collaborazione coi sette comuni del Basso Piave, ha messo a confronto circa 200 volti giovani.
Le discussioni affrontate ruotavano attorno alle tematiche della cittadinanza attiva e degli spazi riservati ai giovani.
Proprio queste questioni di grande centralità e complessità hanno scaturito un fervido dibattito incentrato sulle proposte da avanzare ai comuni per migliorare e rafforzare le opportunità per i giovani, per il futuro.
Gli obiettivi che si prefiggeva questa giornata erano sostanzialmente quattro: raccogliere indicazioni concrete e proposte provenienti dal mondo giovanile al fine di aprire nuovi spazi e possibilità per i giovani; portare tutte le idee, le suggestioni, le provocazioni e le proposte fuori dal Forum attraverso la stesura di un documento; stimolare il territorio del Basso Piave a riflettere sulle potenzialità dei giovani; attivare nei giovani processi di motivazione al coinvolgimento nel nostro territorio.
Più semplicemente il “Gruppo Guida” è andato a costruire un evento che permettesse a noi giovani di confrontarci sulle tematiche che costituivano il fil-rouge del Forum, esprimendo liberamente le nostre idee
rispetto alla nostra posizione.
Durante l’intera giornata è stato ribadito più volte il fatto che il Forum Territoriale dei Giovani non vuole e non può arrestarsi alla sua prima fase sperimentale, ma deve necessariamente e senza scampo proseguire ed evolversi negli anni. Speriamo davvero che i “grandi capi” ci diano questa opportunità.
A compimento dei lavori e a termine di una giornata appassionante, avvincente e rovente sono arrivati la musica e un buon bicchiere di brulè.
Ottima cornice ad una vittoria. Perchè questo è stato il 20 Novembre scorso: una vittoria.
Concludendo volevo liberarmi delle vesti di semplice cronista per lodare giustamente tutti quei “vecchi” che hanno reso possibile l’evento e senza dei quali, molto probabilmente, noi, Ass.Cult. Punto G., non saremmo mai esistiti.
GRAZIE
La grande strategia
di David VianNon mi è mai piaciuto più di tanto guardare la tv. Neanche da piccolo: non guardavo molti cartoni animati, al massimo qualche telefilm. Ma una cosa è certa: una bassezza culturale come quella vigente nella tv di oggi non l’ho mai vista. Personaggi che non sanno fare nulla e che d’un tratto diventano i più famosi d’Italia, e se non li segui tutti non puoi neanche capire i discorsi al bar o dalla parrucchiera. Ore e ore di palinsesto montate su questi perfetti inetti della comunicazione, che passano modelli di vita inutili e forse pericolosi. Un qualsiasi Pinco Pallino non ha alcuna abilità:
non sa cantare, non sa ballare, non sa recitare, non ha chissà quali conoscenze scientifiche o letterarie, passa 100 giorni in una casa in diretta 24 ore su 24, o si fa tutta la stagione da Maria de Filippi ed ecco che all’improvviso lo vedi ovunque, la domenica su Canale 5, il sabato su Italia Uno, tutte le sere fa l’opinionista (!) da Costanzo, per non parlare di Verissimo e ultimamente del Tg5, che dedica abbondanti spazi a questi nuovi personaggi. Ma neanche la Rai ne è esente: come reality abbiamo l’Isola dei Famosi, l’ultima spiaggia per vecchie glorie televisive o nuovi emergenti che non hanno ancora sfondato, e a Domenica In è scoppiato il caso Lecciso, due sorelle che sono pressoché inutili.
Il dubbio che mi sorge a questo punto è che sia tutta una mossa per livellare la massa inerme del popolo, un moto continuo per sfamare la voglia di disimpegno e allo stesso tempo controllare che le idee di libertà non fecondino certe menti sensibili.
Purtroppo (me ne duole davvero) esiste questa strana coincidenza che il Presidente del Consiglio, quindi in qualche modo coinvolto nella direzione della televisione pubblica, sia il proprietario della maggiore rete televisiva privata, che trasmette dagli inizi degli anni ’80 (in piena epoca di yuppies e paninari), e quindi sa come gestire la comunicazione del medium più diffuso. Sa che se fa vedere agli italiani un certo programma con determinati contenuti la gente lo segue (anche nelle urne) e non si chiede più se questo è giusto oppure no, se questa tv insegna qualcosa, o fa regredire il livello culturale. Una volta c’era il maestro Manzi che insegnava a leggere e scrivere con il suo “Non è mai troppo tardi”, ora il massimo della cultura si ha con Gerry Scotti e i suoi “Passaparola” e “Chi vuol essere milionario?”. Sembra quasi che il passare degli anni sia inversamente proporzionale alla cultura trasmessa per tv.
Contemporaneamente il cinema perde sempre più spettatori e nonostante pochi mesi fa sia stata approvata una legge per rilanciare la produzione nazionale, nella nuova finanziaria sono stati fatti tagli proprio in questo settore. Così il cinema diventa sempre più d’elite o, ancor peggio, un simpatico gadget natalizio da usare e dimenticarsene col nuovo anno.
Ora anche la mente più vergine e pura non può non vedere una sorta di strategia comunicativa alla base di tutto ciò, la stessa che portò alla creazione dello stile barocco, agli inizi del 1600, subito dopo il Concilio di Trento: colpire, stupire e rendere “dipendente” il pubblico, in modo da poterlo controllare, indottrinare, e usare a proprio vantaggio.
Ma non siamo in un regime.
Il video si fa arte
di Serena BoldrinSi apre all’insegna della sperimentazione artistica la seconda metà del ‘900. Una sperimentazione artistica che si traduce nella riproduzione e manipolazione della realtà attraverso il trattamento delle immagini. L’opera si identifica con un’azione-reazione nello spazio e nel tempo che coinvolge tanto l’artista quanto lo spettatore. La vera novità è costituita dall’amalgama di suoni e spazio tramite la tecnologia. La prima forma è quella del Fluxus, che si presenta come critica nei confronti dei modelli culturali che presiedono all’uso massificante della televisione.
La televisione diventa infatti l’emblema dell’incomunicabilità e della violenza come presa di coscienza delle contraddizioni storiche e del caos della realtà contemporanea. Ruolo fondamentale gioca nell’arte visiva Nam June Paik, artista coreano che a partire dagli anni 50 matura una precisa filosofia delle comunicazioni di massa. Tale filosofia ha come primo “postulato” la ricerca di un’arte che dia vita ad una nuova coscienza che implichi una liberazione. L’arte di Paik, tesa a trasmettere la conoscenza e la storia come informazione artistica, rende la storia stessa un insieme di esperienze private ed anonime. Nel suo lavoro Paik ha saputo far convivere interessi umanistici e musicali, una filtrata e poetica cultura Zen, l’eredità delle avanguardie del ‘900, legando il tutto con una conoscenza perfetta della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Egli si è sempre espresso attraverso il video, non inteso come mera produzione visiva ed uditiva, completamente slegata dalla materialità. Le sue opere infatti fondono immagini, suoni, televisori, oggetti vari e strumenti musicali in un crocevia di cinema, scultura, arte visiva e musica. Questa sinergia artistica, che prese il nome di video-installazione, consiste in una rappresentazione artistica nella quale le dimensioni di spazio e tempo si fondono con la dimensione di un’arte totale. La presenza del supporto video toglie allo spettatore la prerogativa di “clessidra” vivente dell’opera, scandendo autonomamente, con il flusso cinetico dell’immagine, un tempo duplice: una cadenza interna alla tecnologia ed un incontro tra materiali fermi su se stessi e pubblico, fermo o in movimento. Inizialmente l’opera potrebbe sembrare autonoma nella sua possibilità di funzionare, anche a prescindere dalla presenza dello spettatore. Tuttavia, in un secondo momento ci si accorge che la video-installazione ha la capacità oggettiva, data dalla sua intrinseca capacità di produrre una sua temporalità, di realizzare un’iconografia cinetica, sincronica al movimento dello spettatore. La video-installazione è il luogo dove materiali, oggetti, strumenti tecnologici convivono in uno spazio circoscritto e percorribile. La video-installazione conserva una sorta di “memoria collettiva che la diversifica dal silenzio impersonale della pittura e della scultura”: lo spettatore è di fatto immerso nell’opera e si pone di fronte ad essa come se si trovasse in una realtà parallela che si basa sul continuo sconfinare dei materiali nello spazio dello spettatore e della sua mente. La video-installazione opera una decontestualizzazione dei materiali dal loro specifico campo semantico, dato dall’uso e dal loro luogo di origine, collegati in un’inedita relazione che ne fonda un uso originale e puramente fantastico, quasi onirico. Soltanto nella realtà della video-installazione non si instaura alcuna gerarchia tra soggetto ed oggetto, poiché entrambi concorrono alla buona riuscita dell’opera.
I diversi aspetti espressi da Paik nei suoi trent’anni di video-arte sono una “collezione di ideazioni nate nella società dell’informazione” e rappresentano “il consenso popolare in quanto condivisione delle informazioni”: la proprietà pubblica dell’informazione è infatti il nodo centrale dell’arte di Paik.
“I’m just a poor man from a poor country so I have always to think about my audience”.
Le sue rappresentazioni non si fermano però dinanzi ai limiti del concreto, ma sanno anche spingersi verso una spiritualità fatta di elementi vicini alle filosofie orientali, una spiritualità innocente e primordiale, filantropica, che sa vivere a stretto contatto con la civiltà tecnologicamente avanzata.
Da una tale visione del mondo scaturisce il carattere superfluo dell’uso della parola per comunicare; la quintessenza dell’arte è la performance. Ed è soltanto attraverso quest’ultima che si può creare un anello di congiunzione tra culture diverse, tra arte e libertà.
Altre realtà, altre persone, stessa umanità
di Giovanni LapisOrmai il villaggio globale teorizzato e auspicato da circa dieci anni addietro si sta facendo sentire vigorosamente.
Dall’ormai diventato argomento principe del nuovo millennio, lo scontro-incontro fra la cultura occidentale e quella islamica, alla avanzata un pò in sordina ( ma neanche troppo) economica della Cina, al molto più nascosto crescendo tecnologico dell’India che da qualche anno sforna tra le più brillanti menti, soprattutto in ambito informatico e nanotecnologico.
L’intenzione con cui nasce questa rubrica è di dare spazio a chi vuol far conoscere i vari perchè e come che nascono in questi ormai inevitabili confronti tra varie culture, per riconoscere, analizzando le matrici originali di queste differenze per scoprire, citando il titolo, una stessa umanità e , spero, magari riscoprirla in noi stessi.
A me il gradito compito di aprire questa serie di articoli che auspico venga continuata da chi voglia seguire il mio esempio, con argomenti riguardanti culture che attualmente rappresentano il mio pane quotidiano: il mondo estremo-orientale, con particolare attenzione al Giappone.
Ritualità e natura: la sublimazione dell’ io nelle società estremo-orientali.
Immagino che la tra le prime cose che saltano agli occhi dell’occidentale nel rapportarsi con un orientale sia la ridondanza nei saluti, inchini a profusione ed un certa sensazione che siano tutti uguali, negli atteggiamenti e spesso nella stessa fisionomia. Certo questi sono preconcetti che ci sono stati inculcati da media come film americani dove, per esempio, era frequentissima in diverse pellicole del “far west” la medesima macchietta del cinesino piccolino che sbraita in modo buffo mentre fa il bucato; ma non è che l’esasperazione e la derisione di uno degli aspetti più caratterizzanti del “far est”, una tendenza ad “omologarsi”, anche se questo termine ha per noi una certa valenza negativa. Cosa dunque spinge queste società a mostrarci immagini come questi impiegati uguali uno all’altro che sembrano lavorare perfettamente all’unisono, questi studenti che portano dal primo all’ultimo la divisa scolastica, che appellano con sempai (giap. x superiore, anziano, persona da rispettare) i compagni più anziani e con kohai (giap. x inferiore, giovane, persona da guidare) quelli più giovani? Cosa ha spinto i kamikaze (lett. vento divino) a render fede al proprio nome o i samurai a suicidarsi attraverso il seppuku (o harakiri, taglio del ventre)?
-Nonostante abbia proposto esempi squisitamente giapponesi, si considerino omologhi, soprattutto per quanto riguarda le relazioni interpersonali, a realtà come la Cina e la Corea-.
Spesso questi atteggiamenti sono considerati riprovevoli, oppressivi e barbari per la nonstra sensibilità occidentale. Quest’estate leggendo svogliatamente una rivista settimanale di costume e società mi saltò all’occhio un articolo sulle scuole giapponesi, la cui autrice criticava fortemente (per certi versi, mi trovava perfettamente d’accordo, l’attuale scuola giapponese presenta obbiettivamente molti problemi), ma si accaniva sulla già citata omologazione degli studenti, sui loro obbligo di portare la divisa e sulla strutturazione quadrata e “gerarchica” delle relazioni sociali. Ma come si possono criticare abitudini, usanze con più di 2000 anni alle spalle?
Tradizioni filosofiche e religiose per le quali sono stati versati fiumi di inchiostro, concezioni dell’Assoluto, dell’Uomo, della Natura, della Società hanno plasmato e si sono radicate permanentemente nel pensiero orientale, condizionando fin nel profondo il vivere di queste genti (esattamente come fecero la filosofia greca e il cristianesimo nel nostro caso), e riemergono anche ora, adattandosi, dallo strato di occidentalizzazione che vi è stato letteralmente spalmato sopra negli ultimi 2 secoli.
Prendiamo il rapporto con la Natura, e prendiamo due civiltà, Cina e Giappone. In una si sviluppò il Taoismo (dal cin. Dao, via, la Via) e nell’altro il Shintoismo (dal giap. Shin-to, la Via degli Dei). Sebbene differiscano enormemente l’una dall’altra, il Taoismo ebbe un’accezione prettamente filosofica e lo Shintoismo una valenza religiosa, mitologica, favoleggiante con forti caratteristiche sciamaniche, hanno entrambe lo stesso fondamento, il culto della Natura (che porterà molti studiosi a teorizzare un proto-taoismo, un arcaico culto della natura come patrimonio atavico dell’Asia Orientale).
In Giappone lo shinto esplica la natura (non intesa meramente come piante o animali, ma come il corso naturale dei fenomeni, della realtà) come manifestazione del divino dell’assoluto, rispecchiato nel polimorfismo di “otto” milioni (yaoyorozu, usato anche per “innumerevoli”) di kami, di dei/spiriti, che come noi e come tutto ciò che esiste non sono stati creati bensì generati da le due divinità progenitrici, Izanami e Izanaghi, dei quali è discendente Amaterasu ( la dea del sole, la maggiore divinità nel pantheon shinto), della quale è discendente l’Imperatore, alla cui dinastia tutti i giapponesi si ritengono imparentati. Questa peculiare caratteristica nella concezione della famiglia, concepita in modo tale che da qualsiasi gruppo familiare si possa risalire fino alla casata imperiale, oltre a rafforzare le 5 relazioni di stampo confuciano (vedi ultra) è stata rafforzata particolarmente in epoca Meiji (1868-1912) rinsaldando l’idea di appartenere ad un “gruppo” e di agire per il bene della comunità piuttosto che per il singolo. L’idea di società si potrebbe definire “comunità a scatole cinesi”: La comunità della nazione (koku), che racchiude la comunità delle province( ken, gli antichi feudi, han) che racchiudono le comunità delle città (machi, gli antichi villaggi, mura) che racchiudono le comunità delle famiglie (kazoku). L’esempio del villaggio di agicoltori è abbastanza esplicativo:
Nella concezione shinto dello spazio, la cima della montagna è il luogo sacro, degli dei (in quanto più vicino al Cielo) e irraggiungibile; si scende poi per le pendici ricoperte dalle foreste, regno del caos, di spiriti e demoni, dove la natura non è ordinata dall’uomo per arrivare alle pendici dove è situato il villaggio. Per la coltivazione del riso, alimento base nell’Asia orientale, bisogna incanalare l’acqua dalle pendici (caos) farla scendere fino al villaggio e inondare omogeneamente le risaie (ordine). Questo procedimento rende necessario la collaborazione attiva e coordinata di tutto il villaggio e scandita in tempi precisi. Gli uomini del villaggio scavano e innalzano gli argini delle risaie, incanalano l’acqua stando bene attenti a ottenere il giusto livello per il riso che le donne prima pianteranno, cureranno e poi raccoglieranno. Le risaie sono tutte attigue, si preferisce la coltivazione intensiva a quella estensiva, non c’è la famiglia con la sua risaia separata dalle altre(men che meno una casa separata di molto dalle altre, i giapponesi anche adesso, amano vivere a stretto contatto), sarebbe spreco di tempo, spazio e energie distribuire l’acqua in canali uno per ogni famiglia. Il lavoro, la coltivazione, il frutto ottenuto e i riti di propiziazione e di ringraziamento agli dei sono tutti comunitari, sotto l’egida del capo-villaggio (toya).
In Cina invece questo teorizzato culto ancestrale della natura ha dato vita ad un atteggiamento più filosofico, intimo di cui si trova testimonianza scritta in testi come il Zhuangzi, il Daodejing e molti altri che la storiografia di epoca Han (206 a.C.-220 d.C) ha riunito insieme come corpus letterario del Taoismo.
Nella concezione prettamente filosofica il Dao è il principio immanente della realtà, il soffio vitale dell’universo che si esplica nel mutamento perpetuo e ciclico di tutto.E’ intuibile che sia la Natura il santuario adeguato e migliore manifestazione del Dao, seguendo il proprio ordine (“naturale” appunto) in armonia perpetua, equilibrata e ciclica (pensate ad un albero durante il passare delle stagioni). Ebbene anche l’uomo ha il suo posto nel fluire del Dao, solo che non lo sa o non sa dov’è, opponendo il suo intelletto, le sue elucubrazioni e speculazioni dualistiche nell’intento di discernere cosa è diverso da cosa quando tutto è in infinito e ciclico mutamento, e pertanto diverso e uguale allo stesso tempo.
Il Taoismo ha trovato la sua base teoretica e la sua terminologica nella dottrina yin-yang, secondo la quale la realtà fluisce nell’alternarsi di due forze antagoniste: Lo yin sta allo yang come il freddo al caldo, il passivo all’attivo, la potenzialità alla realizzazione, il femminile al maschile.Uno viene generato e distrutto dall’altro all’infinito. Questo processo di distruzione-creazione è esplicitato nelle 5 Fasi-Legno, Fuoco, Terra, Metalli e Acqua- che per i Taoisti presiederebbero principio base nella creazione dell’universo. Il Legno produce il Fuoco che crea la Terra che crea il Metallo che è distrutto dal Fuoco che a sua volta è spento dall’Acqua che con la Terra fa nascere il legno ecc ecc… Questi mutamenti nella loro combinazione creano tutto. Il corpo umano è ritenuto, con questa colorita simbologia “naturale”, come allegoria dell’universo, e viceversa. Gli occhi sono il sole e la luna, la colonna vertebrale è l’albero sempreverde, l’axis mundi, ogni organo è collegato ad uno dei 5 elementi,così come i 5 sentimenti(rabbia, piacere, concentrazione, tristezza, noia) e via dicendo.
Come, dunque, realizzarsi in questo principio? Seguendo l’ideale del wu wei (cin. per non agire). Seguire la naturale spontaneità, quasi in estasi,non fare nulla contro il Dao, nulla che sia dettato dal nostro pensiero, dal nostro io, in quanto non esiste “io” o “tu”, “questo” o “quello” nella uniforme amalgama del Dao. Si segue l’esempio di saggi divinizzati che abbandonavano il mondo e gli uomini, per meglio sublimare il proprio io nel Dao, divenendo immortali.
Oltre a quella filosofica, c’è anche una componente più religiosa e ritualistica, per quanto inscindibile dalla prima, che ha dato vita ad una esotica mitologia e simbologia utilizzata nei vari riti e pratiche per annullarsi nel Mutamento. Questi spaziavano da pratiche dietetiche a riti di pratica sessuale, in cui gli adepti si univano in un amplesso ritualmente disciplinato e privo di sentimenti immedesimandosi nelle forze ying e yiang controllando il seme, allegoria del Dao, dimentichi l’uno dell’altro, a visualizzazioni del proprio corpo come un bonsai ecc.
Sebbene la dimensione di queste prassi filosofiche sia prettamente il singolo, la intima esplorazione solitaria, anche la società trova leggittimazione nel fatto di riflettere la struttura dell’universo, priva di antagonismi dovuti a contrasti fra personalità contrarie, in quanto tutte fluiscono e si fondono nel Dao.
(continua…)
Chi è Trent?
di Marta MuschiettiCammina curvo, Trent…ho come l’impressione che il cielo gli pesi sulle spalle. Si trascina dietro le scarpe e tiene rigorosamente le mani nelle tasche dei jeans distrutti, mentre con lo sguardo nervoso scruta ogni particolare dell’asfalto sotto i suoi piedi. Pesta con rabbia tutti i mozziconi di sigaretta che trova. Sopra la sua testa, nuvole viola-livido tormentano un cielo altrimenti cristallino…l’aria è torbida, gli si condensa nei polmoni. Trent è stanco di situazioni ambigue – notti insonni – manche a scuola – pasti freddi – relazioni opprimenti – …l’insoddisfazione gli devasta l’anima. Quello che vede intorno lo disgusta, ma piuttosto di rinunciare a credere nell’esistenza di qualcosa per cui valga la pena emozionarsi osserva con maggiore attenzione la sua squallida realtà di provincia. Trent cerca solo calore, ma è difficile riconoscerlo quando si ha il cuore ghiacciato dall’amarezza quotidiana.
[Sogna parere di gomma e anni bisestili.]
Chi è disposto a prendersi cura di te, quando non hai niente di concreto da offrire in cambio? Trent si sconpiglia i capelli e, da dietro il ciuffo ribelle che gli cade sull’occhio sinistro, spia le ciminiere che vomitano fumo nero nell’aria già irrespirabile. Si sente mancare di fronte alla loro maestosità di cemento. PORTA RISPETTO ED OSSERVA AFFASCINATO.
[Sogna campi di tulipani e biscotti al burro.]
Trent dipinge cani di porcellana abbandonati in prossimità dei cassonetti della spazzatura. Trent pensa alla scuola e sente lo stomaco contrarsi, pensa all’amore e gli viene mal di testa, pensa a se stesso e si trova indifferente, pensa alla sua famiglia e non gli viene in mente niente, pensa ai soldi e scopre di non averne, pensa al mondo si sente a disagio. Le idee si scontrano una con l’altra nella sua testa, provocando un rumore assordante…sente la rabbia liquefarsi sull’asfalto…è IMPOTENTE, davanti alla sterilità della vita nella quale è inscatolato.
[Sogna mondi sublunari e le corde di una chitarra da violentare con la sua poca esperienza.]
Sorrisi narcotizzati e asettici, abbondantemente elargitigli da estranei…Trent flirta con la luna piena, fissandola con espressione innamorata. AMORE SPRECATO. Spalanca gli occhi verdi per riempirseli di luce e gli piacerebbe che tutto fosse chiaro come i suoi occhi investiti dalla luna. Schiavo dell’impazienza, si affida ad un sollievo anfetaminico…le farfalle gli volano nello stomaco e i papaveri gli fioriscono sulla pelle.
TRENT si sente solo, e nemmeno la consapevolezza di non esserlo veramente riesce a confortarlo.
Chissà
di Alberto CereserForse un giorno, quando io non sarò più io e tu non sarai più tu, una fila di facce anonime si snoderà davanti ad un qualsiasi posto di blocco, unico varco tra chilometri di filo spinato reso ancor più pungente da chissà quali gadget tecnologici. Arriverà il momento di un ragazzo e della sua custodia scura, stretta al petto in un curioso abbraccio. Un soldato gli farà capire a cenni che tutti i bagagli, a prescindere dal numero di ricordi appiccicati ai loro atomi, devono essere visibili ed ispezionabili, altrimenti non si passa. Click click i cardini compiranno ancora una volta il loro dovere senza miagolii di sorta, a qualcosa serve rivolgersi al Sindacato Custodie per reclamare la giusta ingrassatura, e così centinaia di occhi magiari ammutoliranno all’unisono guardando il giovane mostrare come si usa quell’aggeggio dalle parti in legno.
Forse quel giorno, se non ci sarò più io spero che ci sia ancora tu, dei soldati in servizio ad un posto di blocco qualunque, ragazzi abituati a sopportare pressioni che farebbero esplodere anche l’ultimo modello di sommergibile lanciato sul mercato, dei ragazzi insomma scoppierebbero a ridere vedendo uno come loro, solo con la sciarpa diversa, usare ancora quell’aggeggio che sputa pallottole perforanti al posto del violino d’ordinanza, quattro corde un archetto mossi da mani abili colpiscono più a fondo, piallando i nodi del cuore.
La città dell’industria
di Alessandra Dalla MoraLa città dell’industria appariva come una fitta macchia grigia, nella patchanka di colori delle altre città che la confinavano, la città dei peluche, la città della neve, la città della musica, rispettivamente rosa, bianca, blu. Grige erano le strade, le case, i grandi muri delle fabbriche. I densi fumi scaturenti dalle ciminiere grige erano grigi, senza quelle sfumature del grigio, che a volte possono far apparire quasi belli i fumi industriali, ma non sempre.
Grigia era la gente, grigia ero io.
Grigia sono io.
I pensieri erano torbidi e pesanti, e li potevi vedere a grandi chiazze scure sull’asfalto grigio, o addiritura qualche passeggiante se li lasciava dietro come una scia di olio grasso.
Ma c’era la Nebbia.
La Nebbia era bellissima, la Nebbia è bellissima. Arrivava con la sua scia azzurra di colori, i colori della città della neve e del ghiaccio.
La Nebbia non è come la conoscete voi, non è la vostra nebbia la Nebbia.
La Nebbia avvolgeva tutto, ed allora li vedevi i pensieri, i pensieri che evaporavano dall’asfalto e si condensavano in tante nuvolette cristalline, e salivano, ti solleticavano il naso e se ne fuggivano finalmente via dal grigio. La Nebbia in genere durava poco, e se n’andava via veloce com’era venuta.
Allora era di nuovo tutto grigio.
È di nuovo tutto grigio.
C’era la morte del pensiero, nella città dell’industria. Non si riusciva a trovare una cura, un vaccino, e la gente moriva di pensiero grigio.
E la Nebbia se ne andava via sempre troppo presto. Il suono nella città dell’industria non conosceva melodia. Il suono era grigio, ed era il rumore dei martelli pneumatici, ed era il rumore degli ingranaggi lenti, ed era il rumore di quella voce che mi urla sempre nella testa tutto quello che dovrei essere e invece non sono mai.
Io non sono.
Il suono grigio dell’industria era un rimbombare continuo nella melma dei pensieri grigi, ed era in questo modo appicicoso. La gente usciva con le maschere integrali, era difficile da lavare via, la melma. La città dell’industria non conosceva musica.
Ma c’era il Vento.
Il Vento era freschissimo, il Vento è freschissimo.
Era il Vento della città della musica, e passava veloce accanto a te e suonava.
Suonava proprio quello che volevi sentire, ma non lo potevi trattenere, il Vento era proprio veloce e fuggiva via subito.
Il Vento fugge via subito.
Il Vento era blu, come la città della musica.
A me piaceva il blu. Notevolmente, il blu mi piace.
Nella città dell’industria il blu non esiteva, ed era già di nuovo tutto grigio. Non potevi neanche pensare a il bello che c’era stato, perché a parte quando c’era la Nebbia, i pensieri erano grigi e pesanti. I miei pensieri sono grigi e pesanti.
Io sono grigia e pesante.
Cammina nell’aria malsana e spenta.
Non ha pensieri, vuole conservarli per quando arriverà la Nebbia.
E non vuole sentire, usa dei tappi per le orecchie, vuole conservarle per quando arriverà il Vento. Alza lo sguardo. Tra le ciminiere alte e grigie e i suoi fumi senza sfumature può vedere una cosa bella. Tra le grandi fabbriche e i grattacieli dalle finestre opache.
Un piccolo Porcellino Rosa.
Vola.
Viene dalla città dei peluche. Una lacrima scorre velocemente sul suo viso magro. Si confonde nel grigiore del tempo della città dell’industria, cade a terra con un gran tonfo.