Fuori c’è una nebbia così fitta da riuscire ad obnubilarmi il cervello. Ogni luogo potrebbe essere un generico ovunque così confuso ed appannato da riuscire a spaventarmi. Non mi capita spesso: io ho la pelle dura, almeno lo credo. Questa nefasta incertezza dominante mi inquieta. Sento un immenso disagio che mi attanaglia le tempie.
Vedo a stento il suolo che calpesto, non vedo con chi sto dialogando e non so chi, volutamente, mi ha appena spinto verso la vacuità. Mi rimane solo l’ansia di non sapere dove sto andando.
So benissimo di essere circondato da qualcuno che ha accettato molto serenamente questo tempo infame, da chi, nella sua mente malata, ha corretto le sue storture e mascherato le sue vergogne.
La sua forza sta tutta nel potere di manipolare, atomizzare, reprimere anche chi sa di essere una sua vittima e di chi dovrebbe opporvisi radicalmente.
Sembra davvero che questa asfissiante nebbia sia il nuovo potere sovrano che governa il pianeta: il nuovo ordine globale.
Ha la caratteristica di non poggiare su confini e barriere fisse, di non avere un centro di potere, risultando perciò totalmente decentrata e deterritorializzata.
Adombra la realtà e ha la forza di cristallizzare la storia sospendendola e facendola diventare immateriale. Anima i peggiori sentimenti dell’uomo, lo rende egoista e brutale: una bestia.
Mi domando quali terribili atrocità sono nascoste dal suo manto fuligginoso, e continuo a camminare con la convinzione che fra poche ore il sole riuscirà a mangiarsi il nulla che mi circonda.
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Gennaio 2005
Nella nebbia fino al collo
di Marco MaschiettoL’ ipocrisia anomala
di Marco ZamunerGuardiamole un istante quelle foto e quei video amatoriali che pervergono di giorno in giorno dal devastato Sud-est asiatico, da cui siamo soliti levare lo sguardo con orrore. L’istante, lo scorcio casuale prima che la cresta della terrificante onda anomala si abbatta sulla costa. Una distesa, infinita, di pericolanti baracche di legno, malsane e instabili. La miseria.
La fame. Questo è il terreno che ha permesso alla tragedia di diventare immane, di spazzare via le vite di cui ora, e solo ora, tutti si preoccupano. Non permettiamo ai leader occidentali, riconvertiti ad un disgustoso neo-assistenzialismo di facciata, di venirci a menare, per l’ennesima volta, il “can per l’aia” a colpi di banalizzazioni casalinghe della serie: “Il disastro, stavolta, è naturale e l’uomo non ne ha colpa”.
Di quella massa enorme di gente misera i potenti del mondo non si erano mai interessati, e avrebbero comodamente continuato a non farlo. Come non si sono mai preoccupati davvero delle carestie africane che falciano milioni di vite; come non si sono mai preoccupati dei civili che soccombono durante le operazioni di “guerra umanitaria”; come non si sono mai preoccupati dei lavoratori che non hanno avuto la fortuna di venir violentemente rapiti da una catastrofe, ma che hanno dovuto soffrire le conseguenze del loro amianto, del loro uranio, della loro diossina. Ma stavolta è stato il consumismo vacanziero, il meccanismo stesso del paradiso naturale degli occidentali a entrare in crisi, ad attirare bruscamente l’attenzione. Non le sterminate praterie aride dell’Eritrea, non l’appartamento dell’operaio bergamasco malato di cancro, bensì i luoghi prediletti degli occidentali, che vanno a consumarvi migliaia di euro per villeggiare a due passi dalle baracche di povera gente che di soldi non ha nemmeno mai sentito parlare. Ed allora, ecco scattare la corsa alla scontata beneficenza, agli aiuti, alla solidarietà paternalista. Non è bastata, purtroppo, quest’onda, questa gigantesca e terribile forza della natura, a spazzare via assieme a migliaia di vite innocenti anche il nostro consueto, ipocrita buonismo Walt-Disney-Style. Tra vari fini degli americani, al solito autoelettisi alla leadership delle operazioni umanitarie, mettiamoci pure la volontà egemonica su un’area da sottrarre al controllo cinese, se ci va di essere cattivi. Ma tra i fini di tutti gli occidentali, non usiamoci l’ipocrisia di nascondere a noi stessi il bisogno, il desiderio di poter portare conforto in una catastrofe che – ci consola ripeterlo – per una volta, non è dipesa da noi.
Destra, sinistra, centro, cattolici, laici, vecchi giovani…tutti nella stessa, pietosa, benigna direzione. Legittima, forse, ma di sicuro assai intempestiva. Visto che, senza scomodare casse di penicellina e latte in polvere, le strade per impedire tante morti dovute alle ingiustizie e allo sfruttamento sarebbero, grazie alla politica, facilmente percorribili. Ma per far ciò, dovremmo riconoscerne l’esistenza, di queste ingiustizie globali. No, troppo faticoso: meglio il “sentirsi-buoni-dopo”, a disastro consumato. Facile, tutto sommato gratificante: come potersela prendere con un’ imprevedibile, casuale, anonima scossa tellurica.
Un altro mondo è possibile
di Patrizia FogagnoliBene ragazzi, ho davanti un foglio, ho in mano una penna (che, oltretutto, con il suo inchiostro blu mi sta macchiando le dita) e, soprattutto, ho circa una quindicina di argomenti su cui vorrei scrivere il mio primo vero articolo. Ora… la cosa che tutti voi penserete a questo punto è: -Scegli una delle tue tante idee e scrivi, cosa aspetti?-
Ma lasciatemi spiegare. E’ da ormai una settimana che rimugino nella mia mente quale particolare argomento possa rendere in qualche modo speciale questo articolo. In principio ho pensato: – Scrivo della mia prima piccola avventura nel mondo del Punto G. Di come sono stata affascinata da questo singolare gruppo di giovani particolari, accoglienti, fantasiosi, tutti legati da ideali simili ai miei. Di come mi sentivo divertita ma allo stesso tempo tesa ed impacciata…-. L’idea era buona, peccato che fossi già stata preceduta e che, quindi, non fossi per niente originale. Pessimo inizio.
Quindi ho detto: -Beh, ci penserò a scuola-. Qui nella noia della solita lezione eccessivamente tranquilla e monotona, seduta con le gambe accavallate, circondata da un esercito di venti ragazze e sette maschi più simili a vegetali che ad altro e dopo aver consumato i dieci minuti di intervallo a cercare invano di interessare quelle ventisette persone a qualcosa di nuovo, che spaziasse un po’ rispetto alle solite tematiche (scuola, vestiti, musica e pettegolezzi vari), mi è venuto in mente: il conformismo e il disinteresse di parte dei giovani nei confronti del mondo. Per favore non fraintendetemi! Io adoro avere l’età che ho e amo stare assieme ai miei coetanei, tuttavia non si può negare che molti fra essi siano estremamente superficiali e omologati. Il che mi disgusta ammetterlo, ma purtroppo è così, anche se si parla di una situazione sempre esistita e senza dubbio reversibile. La stupidità e l’ignoranza che lentamente sta avviluppando con un immenso manto nero la società non può non avere conseguenze anche sul mondo dei giovani. Un semplice e ineluttabile riflesso che, però, solo alcuni di noi contrastano.
Tuttavia mi sono detta: -Non essere subito così critica!!- e questo mi ha nuovamente spiazzato.
Torno a casa. La tv è accesa e il telegiornale sta naturalmente parlando dell’ultima catastrofe avvenuta. Strano, però, sembrerebbe che in questo caso l’uomo non abbia colpe sull’accaduto; ma ne siamo proprio sicuri?
Innanzitutto pur sapendo dell’imminente catastrofe nessuno dei “grandi capi” ha osato dare l’allarme per far sì che almeno ci fosse qualche altro superstite, che qualche altro bimbo potesse ancora sorridere: e per me tutto ciò è già una responsabilità immensa.
Secondo: mi fa innervosire la fenomenale ipocrisia dell’apparato informativo in generale. A quanto pare per i giornalisti è superfluo parlare e riflettere sui migliaia e migliaia di morti, feriti, ammalati e orfani del posto, ma è fondamentale cianciare sul ritorno degli “amatissimi” calciatori e del “tanto stimato” Emilio Fede (si fosse portato via almeno questo viscido lecca piedi qua!!!).
Terzo: Cosa succederà ora? Mi sa che fanno la loro immancabile comparsa in scena gli americani, o meglio gli statunitensi, che metteranno in ordine quello che gli comoda e poi daranno vita a villaggi turistici e speculazioni varie senza scrupoli né rispetto per nessuno. Esistono solo loro e i loro interessi.
Quarto: forse voi lo sapevate già, ma io sono rimasta folgorata quando mi hanno detto che in quelle zone fanno esperimenti nucleari!!!!!!! (Meglio se non mi metto a polemizzare su questo se no vi occupo tutto il giornale)
E sinceramente ci sarebbero altre numerosissime verità da scrivere riguardo questo argomento, ma mi sento troppo inesperta (oltretutto sono ancora molto giovane) per poter affrontare questo colosso da sola e soprattutto per iscritto.
Insomma, ragazzi, almeno tre delle mie numerosissime tematiche sono riuscita a toccarle, superficialmente, ma ci sono riuscita. Ora non mi resta che concludere e rileggendo quello che ho scritto e pensando a quello che sta succedendo sul pianeta terra non posso che dire: UN ALTRO MONDO È POSSIBILE e noi insieme possiamo far si che questo sogno si avveri.
Il mondo a scuola
di Francesco De VecchiLa presenza di cittadini extracomunitari in Italia e in particolar modo in Veneto è, ormai, di una certa consistenza. Secondo l’ISTAT, nel 2001, una stima approssimativa del numero di stranieri regolari o in via di regolazione presenti sul territorio regionale si aggirava tra i 244.000 e 245.000 individui corrispondenti a circa il 5,4% di incidenza sulla popolazione totale e il numero è in costante aumento! Queste cifre simboleggiano il peso che questo fenomeno migratorio ha sull’equilibrio socio-culturale del territorio. La nostra società sta mutando in maniera sostanziale. Non possiamo ostinarci a considerare la popolazione mondiale come un insieme di società e culture divise da confini naturali e incompatibili fra loro. La consistente presenza di immigrati nel nostro territorio deve farci porre delle domande; dobbiamo superare la ghettizzazione, il rifiuto, l’emarginazione, il razzismo come pure il relativismo etico, culturale, religioso; dobbiamo uscire da una visione etnocentrica del mondo e aprire gli occhi ad una realtà in cui il rispetto, il dialogo e la collaborazione devono diventare i valori fondanti di una SOCIETA’ MULTICULTURALE!
Non sto parlando di omologazione o di una società mondiale con la stessa cultura ma di una realtà in cui le differenze linguistiche, culturali, religiose possano portare ad un arricchimento dell’individuo e della collettività.
Il fenomeno dell’immigrazione è riscontrabile principalmente nel settore lavorativo ma sta assumendo importanza anche in altri ambienti della vita sociale, tra i quali la scuola ha un’importanza fondamentale, essendo l’istituzione che forma e istruisce le giovani menti che decideranno il futuro!
L’incremento della presenza di extracomunitari in Veneto è facilmente osservabile se si considera che nel 1988 gli studenti stranieri nella regione erano 546 e in 15 anni sono diventati quasi 30.000 con un’incidenza del 4,6% sul totale!
La scuola deve cercare di integrare la formazione e la professionalità richieste dal mondo del lavoro, con il diritto universale allo studio e la dignità e l’originalità di ogni individuo!
Fare questo non è facile, richiede competenze, disponibilità e fondi(che stanno scomparendo)!
In alcune scuole sono già attivi dei percorsi di mediazione culturale per riuscire a rendere la presenza di studenti stranieri non un disagio, bensì un’opportunità di crescita collettiva. Bisogna partire dall’accoglienza, fondamentale per avere delle solide basi dalle quali creare un programma di studio efficace. E’ necessario conoscere la provenienza del ragazzo, la sua realtà, la sua conoscenza della lingua, la situazione familiare per poter capire il suo background, inserirlo in un ambiente adatto alla sua persona e costruire una situazione che non sia discriminante. In seguito all’accoglienza vanno programmati una serie di corsi integrativi che proseguano di pari passo con il normale corso formativo favorendo un inserimento nell’ambiente della classe sereno e graduale colmando le lacune che il ragazzo potrebbe avere.
E’ indispensabile, inoltre, creare un rapporto con la famiglia per avere un supporto al di fuori della scuola ed evitare disagi e malintesi a causa della scarsa conoscenza della legge e del funzionamento delle istituzioni italiane da parte di essa.
Va, comunque, tenuto conto che nella scuola vi è una maggioranza di ragazzi italiani che devono supportare questi progetti di mediazione ma allo stesso tempo possono sfruttare questa occasione di incontro per crescere come persone e conoscere realtà che possono arricchire il loro bagaglio culturale. L’arricchimento culturale è possibile grazie alla promozione di un’EDUCAZIONE INTERCULTURALE sviluppando nelle persone un giudizio critico volto a combattere stereotipi, pregiudizi, etnocentrismi e razzismo e promovendo un atteggiamento disponibile al confronto e al dialogo, attraverso il riconoscimento dei valori universali della persona!!!
E il mio amico vende il tè
di Serena BoldrinEro in auto, diretta alla riunione del Punto G., guardavo la gente infreddolita e le altre auto, ascoltando con un orecchio il rumore dell’asfalto umido sotto i pneumatici, con l’altro la radio, totalmente soprappensiero. All’improvviso, delle parole si sono scontrate con la mia mente: qui non ci sente nessuno, siamo tante stelle di fumo che convivono, si tormentano sempre umilmente, sempre umilmente. La prima cosa cui ho pensato è stata “censuratelo!”, poi mi sono anche un po’ arrabbiata. Noi facciamo tanto per non essere definiti come una generazione demotivata, passiva ed immobile, eppure ancora tanti di noi sono convinti che sia effettivamente così. Questo è ciò che mi ha suggerito quel ritornello: un forte senso di impossibilità nel cambiare le cose e l’opinione della gente. A questo mi sono mentalmente opposta. Poi, una volta arrivata alla sede del Punto G. ed iniziata la riunione, mi sono resa conto di non essere sola. Noi siamo qui per farci sentire, per far sentire alla realtà in cui troviamo a vivere che ci siamo e che abbiamo sogni, passioni e tanta volontà: ne è un esempio il Forum territoriale dei giovani. E non siamo fumo: noi siamo idee, idee che vogliono, possono e [soprattutto] devono diventare azioni. Si, ci comportiamo talvolta umilmente, rispettosi della libertà altrui, ma coscienti di non essere impotenti. Per questo ciò che può essere definito un tormento sfocia spesso in una protesta, organizzata grazie alla cooperazione ed all’amicizia. Questo, io credo, ci spinge ad aggregarci e discutere. Questo è ciò che TUTTI NOI dobbiamo capire per smentire quelli che ci vogliono inermi ed obbedienti. La propaganda di false verità danneggia l’opinione che la gente ha dei giovani: i giovani devono avere fiducia nei giovani, altrimenti come possiamo pretendere che siano gli altri ad averne?
La terra trema pensiero “elettronico” sguardo “leggero”
di Alberto BoemAllora inizio così, sintetizzando una storiella presente in Underworld di Don de Lillo: parla di una bambina che, in viaggio con i suoi genitori, per passare il suo tempo nelle estenuanti ore di automobile prende la videocamera di famiglia e la punta fuori dal lunotto posteriore, e comincia a riprendere. In quel momento il Texas Highway Killer sta compiendo uno dei suoi omicidi uccidendo il conducente dell’automobile dietro a quella della bambina. Il delitto, catturato involontariamente dall’obbiettivo, viene trasmesso dalle tv di tutto il mondo, proposto all’infinito nei telegiornali. Il nostro autore ci spiega che <
Oltre ad essere eventi dalla grande portata tragica sono anche accomunati dal fatto di essere tutti dei prodotti della “bambina del video”, quando qualcuno (ognuno di noi) accende la propria “videocamera di famiglia” e riprende un momento, che diventa nella sua registrazione in progress sul nastro un fatto, da evento diventa documento.
La regista francese Agnes Vardà appena provata la sua nuova telecamera MiniDV (è l’unica cosa che ci accomuna ai grandi registi di oggi, la usa Gus van Sandt come Lars von Trier, Wim Wenders, Spike Lee, Giuseppe Bertolucci, Godard, Kiarostami, Faenza, Zagarrio, Scola, Piscicelli ecc…) ha affermato <
Eh si, questa quanto mai ancestrale espressione ritorna nei confronti di una sempre più evidente esigenza da parte di ognuno di noi di riappropriarsi del proprio sguardo (non della “messa in scena”) del potere di questo sguardo, che diviene sempre più personale (non soggettivo, data l’ uniformità della resa digitale “leggera”).
Il registrare le nostre minime esperienze –basti pensare ai filmati che si possono fare oggi anche con un cellulare- diventa sempre più fondamentale, abituale e perché no, necessario.
Ma ora torniamo indietro di più di cento anni.
Liberi libri
di Alberto CereserQualche anno fa i maggiori quotidiani nazionali annunciavano, ad intervalli regolari, la morte del libro, quello classico di carta che si può sottolineare e anche, all’occorrenza, bruciare. Questa previsione era legata alla comparsa sul mercato degli e-book, che in pratica sono testi da leggere sullo schermo del computer: sembrava che il nuovo gingillo tecnologico dovesse soppiantare definitivamente uno tra i migliori amici dell’uomo, dopo il cane s’intende. Ma così non è stato, probabilmente anche perché si preferisce leggere, ossia apprendere emozionarsi esplorare, utilizzando qualcosa che ha un suo peso, che occupa un certo spazio, che non ha bisogno di nulla per essere consultato se non di un po’ di tempo e di luce.
Perché se il computer ha un’intrinseca freddezza, legata al silicio e al grigio delle sue componenti, il libro è caldo, vive e quando è vecchio o maltrattato si decompone. È più facile provare simpatia per qualcosa che ci somiglia, che condivide il nostro stesso destino.
Proprio per sottolineare il valore del libro in quanto tale, e per farlo vivere il più possibile lontano dalla polvere e dall’oblio degli scaffali mai sfiorati, nel 2001 è nato il fenomeno del bookcrossing (può essere reso come “libro in viaggio”). Il suo fondatore, Ron Hornbaker, impiegato presso un’azienda americana di software, decise di unire il suo amore per i libri alle sue capacità informatiche e realizzò in una settimana praticamente insonne il sito www.bookcrossing.com, che purtroppo non ha una versione in italiano. Inserendo nell’apposito riquadro l’IBCD, ossia il codice d’identificazione che si trova in ogni libro contrassegnato dall’etichetta BookCrossing, viene aperta la pagina personale del titolo scelto. Si tratta in pratica della biografia del volume: via via che questo passa di mano in mano chi lo trova registra le proprie impressioni e il luogo in cui intende “liberarlo” una volta terminata la lettura. Nel sandonatese il fenomeno è poco radicato, fatta eccezione per una busta trasparente posta all’entrata della biblioteca civica, ma altrove stanno nascendo in bar, caffè e altri locali degli appositi point dove si possono lasciare i libri, magari nei giorni di ritrovo prefissati.
A livello sperimentale le prossime feste del PuntoG avranno un piccolo spazio riservato al bookcrossing, perché anche le idee su carta hanno diritto a viaggiare.
Altre realtà, altre persone, stessa umanità
di Giovanni Lapiscontinua dal numero precedente
Questi riti disciplinanti si ritrovano, in una accezione comunitaria e meno esoterica, anche nella prassi religiosa shinto, scanditi da ritmi, valenze e modalità molto precise.Sovente, data l’origine sciamanica, l’officiante del rito cade spesso in trance, attraverso danze e riti codificati, per accogliere il dio in sé, annullando la propria volontà. Spesso in matsuri (giap. per rito, festa) come il kagura o l’okonai il rito diventa quasi una recita, in cui i giovani impersonano spiriti caotici che verranno poi disciplinati e ammansiti dall’officiante .Ognuno ha il suo ruolo ben preciso nella rappresentazione religiosa.Lo stesso inchino è rituale, con prassi diversa a seconda se a farlo è un uomo o una donna, se ci si inchina davanti ad un superiore od un inferiore, seguendo le sopracitate 5 relazioni confuciane.
Fu infatti Confucio (latinizzazione dal cinese Kong-fu-zi, maestro Kong-fu), grande umanista ante litteram, a concepire un pensiero che tuttora permea le società est-asiatiche. Egli , come dice nei suoi Dialoghi (lunyu) scritti dai suoi discepoli dopo la morte, avvenuta circa nel 479 a.C, lanciando una fiduciosa scommessa sull’uomo, ricerca l’Umanità, il Ren, ovvero il fine ultimo di ogni uomo, l’armonia sociale, il tessere la migliore interrelazione fra uomo e uomo, cooperando al miglioramento reciproco. Indicativo è il fatto che l’ideogramma di Ren è formato dal simbolo dell’uomo e dal simbolo del numero 2, ad enfasi dell’idea di rapporti interpersonali. Per ottenere ciò bisogna conoscere la Sapienza (wen) degli Antichi, e seguire i Riti (li), in questa sede ci interessano soprattutto i secondi.

Il rito, assieme alla musica, viene quasi del tutto privato del significato religioso, enfatizzando quello estetico e formale, per disciplinare la tendenza all’egocentrismo ed interiorizzare ritualmente-ovvero con ripetizione fino a che non diventi spontanea, punto in comune con il Taoismo-l’Umanità nelle proprie relazioni con gli altri. Questo “spirito rituale”, sebbene sia lecito ritenerlo “formalistico”, si tratta di una forma che, secondo l’etica confuciana, fa collimare aspetto esteriore con intenzione interiore, forma e sostanza, solamente che qui si parte prima dalla forma, a differenza di noi occidentali che partiamo dalla sostanza. Ritualizzate, quindi, sono divenute anche le relazioni sociali, secondo un schema a 5 rapporti, sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico più anziano-amico più giovane; in queste un sentimento di benevolenza viene espresso dall’alto(sovrano, padre, marito ecc.) corrisposto da una pietas filiale dal basso(suddito, figlio, moglie ecc.).
Il Confucianesimo, partito da Confucio e continuato, riadattato, commentato da centinaia di altri pensatori, fu il pensiero cardine e la prassi socio-politica della Cina per millenni, che lo trasmise poi in Corea e in Giappone, e ancora oggi si fa vigorosamente sentire nel comportamento e abitudini degli est-asiatici.
Come altro enorme fenomeno filosofico-religioso che concorse al rafforzamento di questa idea di sublimazione del proprio ego voglio chiamare in causa il Buddhismo, nato in India nel 5° sec a.C ed espantosi nei secoli a venire verso la Cina e quindi successivamente verso la Corea e il Giappone attraverso la Via della Seta. Senza dilungarmi troppo mi limiterò a dire che il goal di tale dottrina è l’abbandono di questo mondo terreno, illusorio e ciclico (samsara) per estinguersi e fondersi con il grande nulla quale è il nirvana. Nel primo buddhismo detto Hinayana(sanscrito per piccolo- veicolo) tale obbiettivo lo si raggiungeva abbracciando la vita monastica, meditando con pratiche yoga e agendo secondo il Dharma (sanscrito per legge, la Legge, sott. del Buddha) per accumulare karma positivo, in modo da lasciare in modo <fisico> questo mondo per estinguersi nel nirvana e non essere più.
Nella corrente successiva, e che andò per la maggiore nel nord-est asiatico, il Mahayana (sanscrito per grande-veicolo) non c’era più la dicotomia nirvana-samsara come due luoghi fisicamente distinti, ma entrare nel nirvana equivaleva a distruggere il proprio egocentrismo dualista, che non comprende che nel mondo, relativo e transitorio, nulla è fermo, saldo, assoluto se non il Vuoto(sunyata).Solo una volta compreso si arriva all’illuminazione in terra. E per comprenderlo bisogna eliminare i sentimenti ed i desideri terreni che nutrono il nostro concetto di io. Normalmente queste passioni e desideri si cercava di sopprimerli e assopirli attraverso meditazioni, digiuni, speculazioni filosofiche e preghiere. Ma nei casi di buddhismo esoterico, come la setta Shingon (retta parola) nata nel Giappone di epoca Heian (794 d.C.-1185 d.C.), le passioni, invece che essere soppresse, si spingevano all’estremo per poi essere sublimate e quindi liberarsene attraverso complicati rituali, che si eseguono tuttora nei loro templi, ottenendo l’illuminazione attraverso pratiche sempre più profonde e segrete.
In quest’ottica ancora più esplicativo è l’esempio dello Zen( Che’n in cinese, meditazione) in un cui si cerca di scardinare l’intelletto (in questo simile al Taoismo) facendo collassare tutti in nostri procedimenti logico-mentali, attraverso continue meditazioni su paradossi (Kohan) rifuggendo la speculazione filosofica. Solo una mente pulita dagli inutili ingarbugliamenti del pensiero può riscoprire l’innata illuminazione dentro di sé, agendo spontaneamente, senza nessuna remora o esitazione, diremmo quasi “d’istinto” se non fosse per l’accezione negativa che percepiamo noi occidentali. Fu, diciamo, la “religione” preferita dai guerrieri, dai samurai che in guerra non c’è tempo per pensare, c’è solo per agire. E dava loro il distaccamento dalla vita necessario per morire in battaglia in modo onorevole, o per suicidarsi in modo onorevole.
Ecco come nell’amalgama di usanze, concetti e pensiero, questo filo conduttore, questo annullamento dell’ego salta fuori nella prassi di tutti i giorni, senza che uno sia un taoista convinto, un buddhista integerrimo od un filosofo confuciano, come patrimonio “di concezione”comune, allo stesso modo in cui noi abbiamo un’innato senso di pudore nell’approcciarci alla sessualità, o un’istintiva insofferenza verso l’omosessualità, in quanto sono retaggi della nostra tradizione cristiana. Ancora, noi occidentali nell’arte ricerchiamo il colpo di genio, la novità, l’individualità, retaggio del romanticismo.
In oriente, al giorno d’oggi, la sopracitata concezione del villaggio, organizzato e comunitario per trasformare il Caos divino in Ordine umano, è ritrovabile nell’idea della “ditta”, in cui l’impiegato è incluso anche nella propria sfera privata: i colleghi di ufficio sono anche gli amici fuori dal lavoro, le vacanze in famiglia sono organizzate dalla ditta in cui lavora il capofamiglia. L’individuo non si sente oppresso o limitato in tale condizione, a sottostare a rigide regole (=riti), in famiglia (ricordo le 5 relazioni) come sul lavoro (capo ufficio=capofamiglia), dove chi sta sopra ha un potere e gode di un rispetto indiscutibile da chi sta sotto. Questo per lunghissima tradizione, come abbiamo visto, ma anche perché anche la vita intima e spirituale è infusa dei concetti si sublimazione dell’ego citati finora. Nella sfera sociale l’annullarsi nella comunità e in funzione del bene comune, sociale ed economico, nella sfera spirituale è in funzione della ricerca dell’Assoluto, del Vuoto, dell’Origine, dell’Armonia; e le due sfere sono spesso interconnesse e comunicanti. Il tutto è disciplinato dal Rito che come abbiamo visto nelle varie accezioni di pensiero descritte sommariamente finora, viene prima per la sua continuità, ciclicità, la sua importanza formale che alla lunga disciplina, perché lo rende spontaneo.
La ritualità in tale senso è parte pregnante della vita di tutti i giorni in maniera più marcata rispetto all’occidente. Prendiamo la cultura e la scrittura per esempio, imparare a scrivere gli ideogrammi ed a usarli correttamente(è considerata un arte, chiamata in giappone Shodo) equivale ad uno studio metodico, continuato e ripetitivo finche non si interiorizza il modo di tracciare i segni correttamente. In tale misura condiziona il concetto di coltura e sapienza, che ha una forte enfasi sul nozionismo e quindi sulla tradizione. La produzione artistica-letteraria si rifà e omaggia continuamente ciò che è stato prima, a differenza da noi dove il colpo di genio, l’uscire dai canoni, l’alternativismo sono motivi di plauso. È genialità invece rifuggire il facile uscire dagli schemi, per stupire, ma cambiare attenendosi ai canoni, ai moduli delle opere precedenti di cui, mantenendone la “grammatica”, ne cambiano la “sintassi”.
Let’s go shopping?
di Simone BarbarescoVi racconterò di un giorno, qualche mese fa in cui partii con un’ottantina di euro per comprare un paio di jeans.
Questo è il resoconto:
Negozio n° 1: non trovo jeans che costino meno di 150 euro;
Negozio n° 2: della gente con molta puzza sotto il naso mi guarda storto dall’interno del negozio, decido quindi di rimanere fuori, attaccandomi alla vetrina finché non riesco a focalizzare uno tra i tanti prezzi di jeans… 120 euro!!!;
Negozio n° 3: mi ridono dietro!
Negozio n° 4: mi butto sui primi jeans che trovo… 70 euro, mi sembrano originali.
Tornato a casa, mi chiudo nei miei pensieri e inizio a riflettere su quelli che potrebbero essere stati i miei acquisti.
Nel mio trip ad occhi aperti ecco che mi sembra di essere in uno show televisivo e proprio adesso viene presentato un nuovo ospite:”Signore e signori…Sta lasciando al verde i nostri portafogli da anni. Le menti più deboli sono già controllate…Ecco a voi…La moda!!!”.Esco dal mio trip mentale, mi guardo allo specchio, ho una faccia disperata e tastandomi la fronte scopro che ho delirato senza avere la febbre.
Si parla di moda: la disperata ricerca dei così detti vestiti trendy. Questo universo in cui i giovani si buttano alla cieca, per loro è un tunnel, una volta entrati non se ne esce più.
Questo tunnel è una contraddizione a se stesso.
L’altro giorno sfogliando una rivista ho letto che la moda di oggi dei giovani punta a stupire la gente e questo mi ha proprio sorpreso, perché i giovani, infondo, si vestono tutti omologati. Non si punta più al vestito originale, si cerca il vestito appena acquistato dall’amico, oppure quello visto durante un giro della piazza. Le città sono ormai invase da truppe di ragazzini che paiono in divisa: jeans, maglione firmato, scarpe da ginnastica e giubbotto tutto in corredo. Complimenti mi avete stupito!!!
E che dire dei prezzi, che negli ultimi anni sono saliti alle stelle, che fanno spendere alle “truppe” migliaia di euro in un pomeriggio di shopping… Questo mi fa pensare.
So guys… let’s go shopping?