L’Italia è una repubblica democratica? Fondata sul lavoro? La sovranità appartiene al popolo? L’Italia ripudia la guerra? Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge? Quali pericolosi e sovversivi comunisti hanno potuto pensare di legare le regole della civile convivenza e del rispetto reciproco di un paese moderno a simili, utopici criteri? Forse è stato questo il pensiero infausto che ha portato i governi che si sono succeduti nell’ultimo decennio a mettere mano a una delle più belle carte costituzionali che siano mai state scritte. 
Si sa, in dieci anni tante, troppe cose cambiano, nel nostro paese come nel mondo intero. E col venir meno degli equilibri tra i poteri e la scomparsa del blocco sovietico la storia ha iniziato a scorrere in un altro senso. Non esistono più i grandi organismi sovranazionali, non vi sono più luoghi dove siano le nazioni collegialmente a decidere il destino dell’umanità. O meglio, vi sono, ma hanno la stessa valenza politica della regina d’Inghilterra: nulla. L’attacco alla costituzione nel nostro paese che in questo momento grazie alle destre al potere ha assunto le caratteristiche di uno scontro frontale va in questa direzione. Non c’è differenza tra lo scendere in piazza per riportare la pace in un paese, l’Iraq, attaccato senza copertura giuridica e senza motivazioni giustificabili, e lottare per la salvaguardia del testo originale del ’47. Identiche, infatti, sono le motivazioni che portano lobby industriali e governi a sferrare l’attacco tanto alla pace, quanto agli statuti nazionali e internazionali: la paura del costituzionalismo. Le carte costituzionali sono un limite e una costrizione inaccettabili nel nuovo contesto politico di guerra permanente e saccheggio globale: appartengono a un passato di cui stanno cadendo ogni giorno, come vuoti simulacri, simboli invece essenziali e irrinunciabili. Il ritorno, nella nostra generazione, dell’apologia fascista, il riapparire di slogan e scritte xenofobe e intolleranti, con tanto della copertura politica di qualche farneticante gruppuscolo, non sono che i campanelli d’allarme del diffuso disamore verso il nostro passato e la nostra storia, che su costituzione e antifascismo sono indissolubilmente ancorate. E sono proprio le caratteristiche democratiche e partecipative della nostra costituzione a spaventare, in un contesto politico in cui le decisioni sono unilaterali e dove sempre più concentrati sono i ruoli di potere. Il cosiddetto “premierato forte”, nascosto all’opinione pubblica dietro allo scudo del tanto osannato e bipartisan “federalismo”, è invece un drammatico punto di svolta per la democrazia italiana: nel senso che democrazia non sarà più. Un premier che non può essere cacciato per sfiducia parlamentare ma che anzi ha il potere, paradossalmente, di sciogliere quegli organismi (camera e senato) che dovrebbero giudicarne l’operato interpretando il volere di noi cittadini, assomiglia più a un monarca settecentesco che a un primo ministro. Da democrazia a monarchia elettiva, l’involuzione costituzionale segue la disarmante involuzione complessiva della società e della politica mondiale degli ultimi anni. Non facciamoci cogliere di sorpresa, e prepariamoci ad affrontare l’inevitabile referendum abrogativo. Con la consapevolezza che nella costituzione vive forse l’ultima, embrionale parvenza della nostra malandata democrazia. Non facciamocela scippare.
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Febbraio 2005
Non lasciamocela scippare
di Marco Maschietto e Marco ZamunerPrimo ministro senza freni
di Simone BarbarescoLa conferenza del tre febbraio organizzata dall’A.N.P.I. ha portato a galla argomenti e strade politicamente percorribili che sono state glissate dai media, che hanno eluso il ridimensionamento della costituzione raccontandolo come una ridistribuzione di poteri tra governo e regioni, ignorando che l’alterazione della costituzione porterebbe ad un modello di stato completamente differente, molto simile all’Inghilterra, con il primo ministro a capo dello stato; ma a differenza dell’ esempio di oltre manica i poteri sarebbero concentrati nelle mani di una sola persona, la quale avrebbe il potere materiale di licenziare il parlamento, che non avrebbe modo di accomiatare eventuali decisioni insensate di tale ministro.L’unica maniera di scacciare il capo dello stato rimarrebbe la corte costituzionale, ma con le modifiche che potrebbero essere apportate alla costituzione, tale organo verrà nominato dal presidente della repubblica, che a sua volta sarà scelto dal primo ministro.
E uno più uno fa due.
Cosa potrebbe succedere? Beh, una legge proposta e respinta dal parlamento perché ritenuta non idonea, potrebbe essere comunque accettata dal primo ministro, con conseguente licenziamento dei parlamentari, la rappresentanza del popolo e quindi della democrazia.
La nuova costituzione porterà anche ad un minor numero di parlamentari, e ad una minoranza senza peso politico che si troverebbe impossibilitata nel rompere la maggioranza in una qualsiasi situazione o intenzione politicamente pericolosa.
Prendiamo come esempio la Gran Bretagna, la madre dei premierati, nonché la musa ispiratrice del prossimo modello statale italiano: confrontandola con l’Italia si possono trovare una moltitudine di differenze, tipo la mancanza di una costituzione scritta, che porterebbe ad un obbligo di fissare su norma alcuni passaggi istituzionali, una rilevante attribuzione di poteri normativi al potere governante, un sistema bipartitico e un investitura diretta della maggioranza e del suo leader.
Quest’ultimo sarà il capo del suo partito il quale avendolo designato potrà dunque sostituirlo durante la sua carica se non idoneo. Quindi in Inghilterra il Premier gode di doppia fiducia: quella del proprio partito e quella del corpo elettorale il quale lo ha scelto, mentre in Italia le alleanze tra partiti falsificano la maggioranza riconoscendo ad un eletto votato dall’alleanza dei partiti che non sempre rispecchia la voce del popolo.
L’unico modo di combattere le modifiche sulla nostra costituzione, invidiata all’estero e perfino utilizzata da alcuni paesi neodemocratici, è la sensibilizzazione, soprattutto tra i giovani, ma non solo: in Italia come all’estero è presente purtroppo una sorta di menefreghismo, non esclusivamente giovanile ma anche da parte di lavoratori, i quali sono i primi a subire le riforme, ma che non agiscono per migliorare la loro situazione.
Nella speranza che qualcuno sia in ascolto.
Per la città che vogliamo
di Serena BoldrinL’assemblea pubblica di venerdì 4 febbraio ’05, al Centro Culturale Leonardo da Vinci, si è aperta al grido di “sblocchiamo l’immobilismo della Giunta Zaccariotto”. I consiglieri comunali di Democratici di Sinistra, Margherita, Verdi, Socialisti Democratici Italiani e Rifondazione Comunista hanno cercato di far conoscere il loro programma e soprattutto le problematiche politico-amministrative alla cittadinanza. La partecipazione è stata consistente, cosa che mi ha sorpreso. I giovani presenti? Quattro, cosa che non mi ha sorpreso.
Il dibattito è stato interessante, ho potuto scoprire quanto nel giudicare un buono/cattivo governo siano determinanti un’efficiente gestione dell’amministrazione comunale, bilanci, opere pubbliche, viabilità, sanità, a prescindere da simpatie politiche e faziosità. Soprattutto, però, mi sono interessata agli aspetti che riguardano più specificatamente la cultura ed i giovani. Le proposta concrete sono diverse ed in gran parte vogliono completare quanto iniziato nel quinquennio 1999-2003 dalla precedente giunta di centro-sinistra. Proposte che rientravano tutte nel programma con il quale la lista Zaccariotto si è presentata alle elezioni che l’hanno vista vincitrice. In particolare, sono stata molto colpita dall’intervento di Giorgio Baldo, il quale ha evidenziato l’inadeguatezza logico-teorica dell’attuale amministrazione. È emerso che a San Donà la possibilità di diventare la VI città del Veneto è una possibilità concreta grazie agli incentivi ed ai finanziamenti che potrebbero rilanciarla sotto ogni profilo. Prendiamo l’università. Attualmente è una sede staccata di Venezia, ma essa ancora manca di una sede autonoma (è infatti ospitata all’istituto Scarpa, sede dei geometri). Un confronto con Portogruaro è doveroso: una cittadina di 24000 abitanti (i cittadini sandonatesi sono 38000) ospita un’università con più corsi e 1200 studenti. Questo perché, con una sede autonoma, le università di Venezia, Trieste e Padova e la provincia non hanno esitato ad investire risorse in questo progetto. Ciò che il centro-sinistra auspica è una sede centrale autonoma per poter rilanciare la nostra università, aumentare il numero di corsi e rendere la città più vivace con un maggior numero di ragazzi e ragazze, che animerebbero il centro cittadino con la loro presenza.
Inoltre si è a lungo parlato del teatro cittadino, della possibilità-necessità di fare dell’Astra, o di un qualsiasi altro stabile, il teatro del Veneto Orientale, cooperando con le diverse sinergie presenti ed attive a San Donà, ora costrette e ristrette al Da Vinci (circa 250 posti).
Tuttavia, dello spazio è stato dedicato anche ai giovani. Risulta palese la mancanza di punti di aggregazione e per favorire la soluzione a questo problema sono stati proposti la costruzione di un centro sociale, progetti di interculturalità, integrazione e prevenzione dei disagi giovanili in collaborazione con la Asl.
Peculiare a mio avviso è anche la politica di disprezzo di ogni minoranza, non solo politica, ma soprattutto socio-culturale. Gli extracomunitari che vivono in questa città sono considerati un’orda di barbari cui viene attribuita la colpa della crisi economica che colpisce anche la ricca cittadina sandonatese. Una giunta, questa, che non tenta di risolvere il problema, ormai insito nella società, del classismo e della disuguaglianza, di cui si è anche parlalo mercoledì 3 febbraio in occasione del dibattito sulla riforma della costituzione (come ha fatto notare Marina Alfier), aumentando sempre più le proporzioni del divario tra ricchi e poveri.
A tutto questo, ed a molto altro ancora, i consiglieri presenti hanno detto “ è tempo di agire!”. Giustamente un cittadino si è chiesto come sia possibile farlo e la risposta è stata: PARTECIPAZIONE! Sensibilizzare dunque l’opinione pubblica cittadina è uno degli obiettivi primari del centro-sinistra. Tuttavia, personalmente ritengo che l’interesse debba essere comune e condiviso, non solo dall’alto verso il basso, ma soprattutto dal basso verso l’alto. Solo così potremo renderci pienamente consapevoli di ciò che la nostra città, sia essa San Donà, Musile, Meolo o Jesolo, sta vivendo e verso cosa si sta muovendo.
Fumo… negli occhi
di Marco ZamunerQuando nelle borgate italiane e spagnole l’Inquisizione condannava qualche povera donna al rogo per stregoneria, il popolo assisteva al macabro rito con partecipazione emotiva e con morbosa voluttà. Si poteva urlare, sputare, offendere liberamente. Quale migliore valvola di sfogo dell’odio collettivo per evitare rivolte e sommesse in una società dominata dalla sopraffazione e dagli abusi dei signorotti e dal clero?I signori inquisitori, uomini colti, assai poco inclini a credere alle favolette delle donne a cavallo delle scope, lo sapevano bene e fornivano ben volentieri al loro popolo la possibilità di aver un capro espiatorio da accusare per un cattivo raccolto, per un furto subito, per un aborto. Con la strega bruciava “il colpevole”, e in un’orgia violenta mascherata da giustizia, si poteva tornare alla corveè massacrante e non pagata tranquilli e sereni, con buona pace dei signori, a farsi sfruttare come prima. Qualche anno dopo tocco ai lebbrosi. Nel secolo scorso agli ebrei. Epoca che vai, capro espiatorio che trovi.
Adesso tocca al terrorismo internazionale, per giustificare la guerra neoimperialista; al fumo di sigaretta per giustificare ogni malanno, dal cancro all’orticaria. La tendenza viene dagli USA e si sa che per la destra italiana gli States sono come i bigliettini per uno studente ignorante alle prese con un compito di fisica. Nasce così l’impacciata, imbarazzante, assurda legge Sirchia. Una scopiazzatura illogica e ottusa, nobilitata perfino troppo dai dibattiti a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi in cui è stato detto tutto e il contrario di tutto, fuorchè quello la verità. Legge talebana, legge proibizionista, legge ipocrita sono i commenti trasversali che provengono dalla grande coalizione formata dai rappresentanti politici di destra e sinistra uniti spesso nient’altro che dall’amore per il tabacco. Legge giusta per tutti gli altri, quelli che, sempre trasversalmente collocati nel Parlamento, non fumando, se ne infischiano dell’eventuale diritto di fumare nei locali pubblici. Insomma, col provincialismo e l’ottusità di cui noi italiani vantiamo una scuola rinomata in tutto il mondo, si confrontano su un terreno, quello dei diritti, che dovrebbe essere impermeabile ai gusti personali e fondato su logica e buon senso, due squadre: fumo sì, fumo no.
Peccato: con la partigianeria e con la logica del “proprio orticello” si perde la possibilità di ragionare sui fatti, e qualche volta sarebbe utile. Sarebbe utile smettere di discutere su un fatto ovvio come il diritto di chi non fuma a non dover respirare in una nube tossica e domandarci piuttosto, visto che così grande è l’interesse per la nostra salute, perché non esista una legge Sirchia che obblighi gli industriali a costruire solo macchine GPL, visto che gli scarichi delle automobili sono, né più, né meno, cancerogeni. Oppure perché non esista una legge Sirchia anche sulle emissioni tossiche degli scarichi di porto Marghera, anch’essi cancerogeni. O un “lodo Schifani” che mandi in galera i responsabili che hanno fatto morire di tumore centinaia di operai. La verità è che la dannosità certa del fumo fa comodo. Fa comodo per nascondere decenni di inquinamento selvaggio, decenni di esperimenti nucleari, decenni di diserbanti e di ciminiere senza filtri che vomitavano sulle nostre teste tonnellate di polveri cancerogene. Miliardi e miliardi in più nelle tasche delle lobby industriali inquinatrici che le destre, quelle del proibizionismo salutistico, le sostengono. Le stesse destre che la gente poi vota, con la stessa legittimità del servo della gleba che gode della strega che brucia. Adesso sul rogo brucia una sigaretta, mentre nella cassetta della posta ci arriva un libello, stampato a nostre spese, che ci insegnerà a usare i farmaci. Ah, questi neoliberisti, questi imprenditori, questi neoconservatori …ma quanto bene ci vogliono?
Fumo e smog: scegliamo?
di Patrizia FogagnoliCon un semplice ma altrettanto importante gesto di civiltà siamo riusciti a decidere di abolire il fumo nei locali e nei luoghi pubblici, ma appena mettiamo un piede fuori casa moriamo asfissiati dallo smog.
Ragazzi, donne, uomini NON FUMATE nuoce alla vostra salute! Lo scrivono in cubitale su tutti i pacchetti di sigarette dimostrando un moralismo e un’ipocrisia esagerati. E tutto lo schifo che inaliamo ogni qual volta montiamo sulle nostre fedeli bici e ci dirigiamo a scuola o in un qualsiasi altro posto? Quello non è “leggermente” peggiore?
Naturalmente è molto allettante pensare di viaggiare comodamente seduti senza alcun fastidio e nessuna preoccupazione; è facile suonare il clacson di un enorme gippone super accessoriato se i giovani in bici osano mettersi in doppia fila per chiacchierare un po’ e occupano lo spazio “degli automobilisti”. Sì perché oggi la situazione è proprio questa: la strada è diventata di fatto proprietà delle macchine. Di nessun altro.
Ormai per gli “autodipendenti” non esistono più neanche regole. Per esempio se tu, pedone, stai attraversando sulle strisce non importa prima deve passare la loro macchina, rischiano piuttosto di tranciarti le gambe!
E le piste ciclabili? Sembra quasi una fasulla presa in giro quella di parlare di queste ultime. La cosa non interessa, non porta profitto a nessuno.
Ma poi arriva il disperato annuncio: il Veneto è una delle regioni in cui c’è il maggior numero di malati di cancro, e la zona di San Donà è particolarmente interessata.
Bambini impestati di leucemia, donne tormentate da tumori al seno… non venitemi a dire che tutto questo si risolve con un misero mese di targhe alterne o con uno stupido giorno di divieto di transito!
Tuttavia piuttosto di costruire piste ciclabili e mettere un limite al pazzesco utilizzo delle auto ci ripetono all’infinito di non fumare e continuano a progettare e creare parcheggi su parcheggi.
E noi ce ne stiamo in disparte, nel nostro angolino a guardare in silenzio.
Azione, efficacia, partecipazione: Porto Alegre 2005
di Serena BoldrinSi è tenuto a Porto Alegre, in Brasile, fra il 25 ed il 31 gennaio 2005, il V Forum Sociale Mondiale. Almeno 155 mila persone hanno partecipato a circa 2500 eventi promossi da organizzazioni provenienti da 112 paesi. Un record per il numero di partecipanti (anche se la presenza italiana è diminuita considerevolmente), soprattutto giovani, oltre 35 mila, ospitati nell’ampio Accampamento della Gioventù. L’anno prossimo, il grande meeting sarà frazionato e regionalizzato, probabilmente in Venezuela e Marocco, mentre nel 2007 si svolgerà in Africa.
Il ritmo dei tamburi degli “intoccabili” Dalits, che ha chiuso il FSM, ha ricordato la lotta per la dignità di tutti colori che nel mondo soffrono «per gli effetti perversi della globalizzazione capitalista». Un fenomeno che ha affrontato il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e, con più nettezza, il venezuelano Hugo Chavez, che ha palesato la sua ambizione alla posizione di nuovo “caudillo” della battaglia planetaria antimperialista e anticapitalista.
Alla vigilia della chiusura un gruppo di 19 intellettuali – fra cui José Saramago, Eduardo Galeano, Tariq Ali e Ignacio Ramonet – hanno lanciato una “provocazione”, diffondendo il Manifesto di Porto Alegre, in 12 punti. Il documento schematizza i principali temi su cui i movimenti sociali hanno lavorato: cancellazione del debito, Tobin Tax, paradisi fiscali, chiusura delle basi e ritiro delle truppe militari all’estero senza autorizzazione Onu, organismo di cui è necessaria una riforma, occupazione, Organizzazione mondiale del commercio, sovranità alimentare, beni comuni, razzismo, ambiente, militarismo, informazione.
Sono stati inoltre fissati i punti principali di mobilitazione internazionale per il 2005: il 19 marzo, giornata globale contro la guerra e per il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, dal 2 all’8 luglio, in occasione del G8 di Edimburgo, il 10 settembre, per la riforma dell’Onu ed a dicembre, quando sono previste le manifestazioni contro il vertice del Wto a Hong Kong.
Indicativo a mio avviso è il dibattito su Informazione e Comunicazione. I partecipanti hanno concordato che la copertura del FSM abbia assunto un atteggiamento passivo rispetto alla trasmissione del suo messaggio ai grandi media. Ed in particolare, Cándido Grzybowski, un sociologo del comitato esecutivo del FSM, ha osservato che, mentre da un lato Internet “ci ha permesso di entrare in contatto col mondo intero ed il forum è stato possibile proprio grazie a questa tecnologia, allo stesso tempo essa ci distrugge perché non raggiunge tutti ma solo le élite”. Per il FSM è una questione politica di primo piano, un problema che deve essere risolto “per poter arrivare a tutte le comunità”. La maggior parte dei giornalisti accreditati che scrivono per pubblicazioni di organizzazioni non governative “si limitano a informare i propri utenti, senza esprimere messaggi globali comuni”. Ha invece ottenuto numerosi consensi la proposta di estendere l’informazione sulle attività della società civile nel corso di tutto l’anno, creando una rete di giornalisti che si occupino di questi temi.
Infatti, esiste un “vuoto deplorevole nell’informazione esterna al FSM, perché finora non c’è mai stato un sistema attivo di copertura mediatica del processo e delle sue molteplici attività annuali”. L’informazione, ha deplorato il giornalista francese Ramonet, “è diventata una merce, che circola secondo la domanda e l’offerta sotto le leggi dello spettacolo, che si impone mediante la drammatizzazione e lo sfruttamento delle emozioni, invece di rispecchiare realtà concrete e aiutare a creare una conoscenza migliore della società per poterla modificare”. Ed ha concluso: “ci troviamo di fronte ad un sistema complesso, molteplice, ma non affidabile, in cui i mezzi di comunicazione, che dovrebbero essere l’espressione di settori sociali, nei grandi paesi sono controllati da tre o quattro grandi gruppi economici”. Tuttavia, è stato aggiunto, “ci troviamo davanti a un mondo dove è difficile mobilitare le persone, pur essendo una cosa che interessa la loro vita quotidiana”. La privatizzazione dei mezzi di comunicazione non garantisce il pluralismo dell’informazione, perché, come ha sintetizzato il giornalista italiano Gianni Minà, “oggi un imprenditore compra un mezzo per fare i propri interessi ed essere favorito dal governo”.
In sintesi, è necessario produrre materiale di buona qualità che possa essere utilizzato dalle emittenti televisive in modo da coinvolgere e sensibilizzare la maggior parte della popolazione sulle grandi tematiche sociali.
Anche per questo, le parole d’ordine di questo V Forum Sociale Mondiale sono AZIONE, EFFICACIA e PARTECIPAZIONE. Cerchiamo di ricordarle!
Bambini di ieri, bambini di oggi
di Francesco De VecchiVi ricordate quando eravate bambini e volevate sapere ogni cosa? I grandi vi dicevano: “Non puoi capire certe cose!”. Tra parentesi: sei solo un bambino.
Mentre crescevate vi ripetevano in continuazione: “Credi di essere tanto maturo ma ragioni come un ragazzino!”
Quando finalmente arrivate all’agognata maggiore età, gli splendidi 18 anni, potersi fare la patente, essere considerati dei grandi, avete l’autonomia di agire oltre che di pensare.
Da quel fatidico giorno in cui sono diventato maggiorenne spesso mi sono posto una domanda: “Ma sarò davvero così maturo, così consapevole da poter decidere di me e degli altri?”
Ancora adesso questo quesito continua a tormentarmi e mi chiedo se anche voi avete mai dubitato della vostra capacità di giudizio o della vostra consapevolezza.
Sono convinto che qualcuno pronto a mettersi in gioco, conoscere e continuare a maturare ci sia e ne conosco di persone così; ma ne conosco molte altre che, criticando i ragazzini che cercano di farsi un’idea su come va il mondo, non si sono mai posti il dubbio se le loro certezze erano qualcosa di fondato o solo il riflesso di una realtà abilmente celata dai media.
Chi non rimpiange il periodo in cui si era bambini e tutto era più semplice e bello?
La gioia di vita e la spensieratezza dei bambini sono dovute alla loro obbligata inconsapevolezza, ma crescendo si viene a conoscenza di fatti nuovi, belli o brutti che siano, e io non riesco a vivere felice e spensierato la mia bella vita protetto da un monitor che mi fa vedere tante belle immagini selezionate e dosate appositamente per farmi pensare solo a quanto libero e felice sono io, e farmi dimenticare che se io ho tutte questa bella vita è perché c’è gente nel mondo che si spacca la schiena per tutto il giorno fabbricando i beni che noi consumiamo in cambio di uno stipendio insufficiente per sfamare loro stessi, figurarsi se hanno una famiglia a carico.
Io non ci riesco a vivere così, ma ogni giorno vedo intorno a me persone convinte che quelle immagini luminose, mostrate da quel bel monitor colorato con tanto di casse audio, siano l’unica realtà possibile e vivono in una falsa inconsapevolezza, nascondendo la testa sotto la sabbia quando accade qualcosa di spiacevole o, peggio, si mostrano ipocritamente interessati ai problemi quando diventano grossi cercando di nasconderli il più in fretta possibile per non turbare troppo quel fantastico mondo protetto da specchi che ci fanno sembrare tutto più bello!
Chi sono allora i veri bambini?
Noi vogliamo i Simpson
di Carlo TardivoNoi, che torniamo a casa a pranzo dopo una lunga mattinata a scuola, vogliamo i Simpson. Li esigiamo. Sono nei nostri diritti. Nei diritti fondamentali dell’uomo.
Per noi è importante avere una mezz’ora della nostra giornata da passare nell’assoluto relax, dopo l’assoluto travaglio, in cui si possa mangiare tranquilli e finalmente godersi la parte più dura della vita, che è la realtà. C’è poco da dire, te la fanno mandare giù neanche fosse acqua nel deserto. E non è per toglierle gravità. Nel delicato umorismo dei Simpson c’è sempre quel retrogusto un po’ amaro che smorza i sorrisi. I Simpson ironizzano su se stessi, e così facendo ironizzano sul mondo. Ironizzando sul mondo ironizzano anche su di noi, e noi con loro. Che c’è di male a veder sfilare, anche solo per mezz’ora al giorno, ogni problema della vita, e magari sentirsene distante? Dopotutto il mondo dei Simpson rappresenta pur sempre un paradiso terrestre dove regna la semplicità nella creazione di nuovi problemi quanto nella loro soluzione. È per questo che noi , stressati dalla vita, dalla scuola, dal lavoro, dalla fidanzata che abbiamo o che vorremmo avere, stressati dall’impossibilità di dormire, di suonare, di fumare, di urlare e di dimenticare, vogliamo i Simpson e non Campioni – il sogno. Ma ci dobbiamo assorbire, oltre alle nostre disgrazie, anche quelle di Gullo che dice le bugie in tv? O quelle di Tizio perché è stato eliminato e il suo sogno di calciatore è andato in frantumi? O quelle di Caio che è stato ammesso e spera di diventare un calciatore bravo e intelligente e magari anche ricco e pieno di f**a ma le ultime due sono in più mi basta realizzare il mio sogno?! Ora, non generalizziamo. Magari qualcuno ci crede davvero! Buon per lui. Magari qualcuno ce la farà sul serio! Contentissimi. Ma noi, fruitori del canale televisivo nr. 6 dalle ore 14:05 alle ore 14:30 preferiamo i Simpson a un documentario sulle speranze di un ventina di giovani. Questo è un mondo difficile dove i buoni vincono poco: non vogliamo De Zan e la D’Amico a ricordarcelo. Vogliamo l’infantile spensieratezza di Homer, e quelle un po’ meno infantili di Tony Ciccione, del sindaco Quimby e di telespalla Bob.
Se non volete darci un’immagine distorta della realtà, o Grandi Mass Media, datecene almeno un’immagine un po’ soft. Non so… un documentario sui castori.
La terra trema Pensiero “elettrico” sguardo “leggero”
di Alberto Boemcontinua dal numero precedente
È proprio a quasi un secolo fa che bisogna ritornare per trovare un parallelo interessante con la situazione odierna, ossia dopo il successo dei primi esperimenti dei Lumiere. Proprio per il fatto che tali prove non erano ancora “cinema” (ovvero non esisteva un linguaggio codificato, anche se come si fa oggi, le loro immagini i due inventori parigini le vendevano bene…), la ditta Lumiere sguinzagliò per il mondo una serie di operatori con il compito di andare a filmare il filmabile: dalle foreste amazzoniche al deserto del Sinai, dalle cerimonie ufficiali ai “personaggi importanti”. Queste riprese diventarono immediatamente delle <> (come sottolineava il buon Bazin), delle registrazioni di eventi indipendenti e che si esprimevano da soli e che la magia dell’impressione su pellicola e la proiezione dava una statura di fatto storico, reso tangibile da questo “testimone d’eccezione” (che diverrà quasi il terzo occhio puntato sul novecento alle porte). Ma l’analogia non si ferma solo qui, e prosegue attraverso caratteristiche tecniche: le prime macchine da presa avevano degli obiettivi a focale abbastanza corta da mettere a fuoco tutto quello che veniva ripreso dal particolare più vicino a quello più lontano,erano molto luminose (ovvero entrava molta luce nell’otturatore) e in più fungevano anche da proiettore. Anche le telecamere DV (dalle mini alle high definition) posseggono queste peculiarità, che infatti nuocciono al così detto “cinema” (dove si cerca la messa a fuoco dei particolari, la migliore sensibilità luminosa ecc..). Infatti bisogna aspettare altri cinquanta anni prima di ritrovare quella “linea” di ricerca della <<realtà>> partita dai Lumiere (una delle loro riprese, e quella del mare in tempesta…) che approda in maniera diversa attraverso il nostro <>…Rossellini-De Sica-Zavattini-Visconti shockano il mondo intero con le loro immagine delle macerie dell’umanità del dopoguerra, delle città devastate. Senza preoccuparsi di cercare uno stile. A colpi di riprese lunghe, sconnesse, dirette, asciutte. C’è chi definiva Rossellini un dilettante… e Cesare Zavattini che sognava <> perché <>? Forse un precursore della democraticizazzione digitale?
Visconti ha diretto i suoi sforzi a filmare la terra tremante della Sicilia dimenticata da Dio, De Sica è entrato nelle cucine, Rossellini è partito per la Germania a raccontare lo sgretolarsi interno del piccolo Helmut.
Da qui sono parite tutte le tangenti- certo abbiamo tralasciato gli operatori di guerra, Flaherty, Cavalcanti, Vertov, i nazisti, il Bunuel di “Las Hurdas”- che con l’avanzare delle apparecchiature amatoriali, di “presa diretta” del suono hanno contribuito ad espandere le traiettorie del visibile.
Quanti telegiornali e testimonianze audio-visive sono costituite su “immagini di repertorio”?
Le ultime immagini pervenuteci dal sud-est asiatico sono solo l’ultimo tassello in ordine cronologico, ma da alcuni anni stanno diventando sempre di più.
-chissà cosa nascondono molti nelle loro videocassette delle vacanze-
Il problema che sorge oggi da questo proliferare sempre maggiore di immagini amatoriali è un problema etico, perché con questi mezzi si è al di fuori qualsiasi regola, in una zona franca della visione dell’esperienaza dove oggi appare permesso e sdoganato tutto: dalla <> alla <> (per intenderci nel senso di Bataille) in diretta.
Guardare e Vedere sono sempre state due cose diverse, ed il primo è sempre stato vicino alla porno-grafia.
-So che da alcuni siti internet si possono scaricare certi video, dalle terroristiche esecuzioni capitali, a quelli delle così dette “casalinghe perverse”.-
Chiudo capovolgendo l’inizio del mio articolo (vedi num. precedente): nel finale di uno degli ultimi filma di Cristina Comencini i genitori regalano alla loro figlia una piccola videocamera e lei fa mostra della sua famiglia. –siamo su due nastri differenti- Pausa
Rebus: NoNoNo (5)
di Alberto CereserAncora treno, sempre treno. Rotaie e ritardi, chilometri di sviste, Trieste e Treviso sono due cose diverse. Mi dia due chili di braccia di riserva per issare la valigia nell’apposito portabagagli. Fretta, persone che si intrecciano in un gomitolo fittissimo di direzioni opposte. Che fine ha fatto il vapore? Nuotare nel buio _voce metallica informa prossima stazione essere nientemeno che Paradiso_ aspettare ore appoggiati ad una muretta scrutando gli accenti delle storie che si mischiano.
Questo annotava nervoso Antonio il pazzo, quando gli dissero che la nave stava per salpare. Continuò a camminare piano, scrivendo sull’agenda rilegata in similpelle che teneva in mano, finché tutte le idee non furono catturate, ingabbiate a costruire un ricordo nuovo di zecca (più tardi avrebbe avuto tempo per definire questa come una delle operazioni più difficili che possa compiere un bipede: rilasciare con noncuranza magia ed inchiostro sui solchi che la carta ha già da molte vite, pazienza se i segni sono poco leggibili).
Salì i due gradini d’ordinanza, si sistemò vicino al finestrino e cominciò a contemplare il mondo fuori, e la ragazza che lo guardava dall’altra parte della cornice, bella come in un quadro. Non riusciva a togliere gli occhi dalle sue palpebre, seminascoste dal turbante di un fachiro, assai conturbante nonostante l’evidente secchezza.
La cespugliosa nube di capelli che lo aveva tanto ammaliato tintinnò alla partenza del treno, poi con una mano stesa ad augurare fortuna salutò Antonio il pazzo. Per un attimo il nostro pensò se non fosse il caso di bloccare il viaggio, poi lasciò il freno d’emergenza, singhiozzando dal ridere.